Famiglia

Quando il racconto protegge gli adulti

Il ragazzo diventa il problema da spiegare. L’adulto diventa la vittima da comprendere. È una delle forme più diffuse con cui oggi raccontiamo il disagio adolescenziale, spostando lo sguardo dalle relazioni ai sintomi.

18 Giugno 2026

Ci sono racconti che sembrano dire tutto e che proprio per questo, a un certo punto, costringono a chiedersi che cosa stiano lasciando fuori.

Una puntata di One More Time Podcast dedicata ad Arianna Pilastro funziona esattamente così. Funziona bene, anzi molto bene, nel senso pieno del termine: accompagna l’ascolto, costruisce empatia, tiene insieme il dolore e la lucidità, offre a chi ascolta una traiettoria leggibile dentro una storia difficilissima. Il formato lungo aiuta. La voce dell’intervistata ha spazio, non viene compressa, può tornare indietro, aprire parentesi, fermarsi. Arianna Pilastro racconta la propria vita, la storia del figlio Leonardo, la diagnosi di ADHD, l’escalation adolescenziale, i servizi, il Sert, la messa alla prova, il campo cinofilo, il miglioramento, la ricaduta, il suicidio. Tutto sembra trovare posto. Tutto sembra essere stato detto.

Ed è proprio qui che la puntata diventa interessante da leggere, oltre che da ascoltare.

Perché il racconto è così pieno, così apparentemente generoso di dettagli, che le sue omissioni non si presentano come buchi. Si presentano piuttosto come spostamenti di luce. Non manca la materia. Manca il fuoco su una parte di quella materia.

La storia si organizza attorno a un centro molto netto: il figlio come luogo della spiegazione, il suo comportamento, la sua difficoltà a stare nel mondo, la fatica a governare impulsi ed emozioni, l’ADHD, la scuola, le sostanze, le crisi, l’instabilità. Intorno a questo centro si dispongono poi le risposte degli adulti, la famiglia, le istituzioni, gli interventi, le occasioni mancate, i tentativi di aiuto. È una costruzione molto solida. Ed è anche una costruzione molto rassicurante per chi ascolta, perché offre subito una mappa: da una parte il ragazzo con il suo dolore e la sua ingestibilità, dall’altra la madre che prova, regge, cerca, cade, si rialza, racconta.

Ma quando si entra davvero nelle sue parole, quella mappa comincia a incrinarsi.

Uno dei passaggi più forti arriva molto presto, quando Arianna Pilastro racconta la gravidanza di Leonardo. Il compagno si allontana, la relazione si rompe, lei resta sola nelle ultime settimane di attesa. Fin qui, il racconto è quello di molte storie di abbandono. Poi però dice qualcosa di molto più duro: dice che, in quel periodo, inizia a provare sentimenti di odio verso il bambino, che arriva ad attribuirgli la colpa della separazione, che pensa “se io non facevo te, starei ancora insieme a lui”, e racconta perfino di essersi data pugni sulla pancia.

Non è un dettaglio laterale. Non è una frase che scivola via. È uno dei punti più radicali di tutta la puntata. Eppure non diventa mai un punto di interrogazione vero del racconto. Viene nominato, certamente, ma non lavorato. Resta lì come confessione dolorosa, come elemento di verità emotiva, senza mai diventare davvero un asse interpretativo della storia del figlio.

Eppure basterebbe fermarsi un momento per capire quanto sia decisivo. Un bambino che, nella rappresentazione materna, entra nel mondo già caricato di una colpa originaria — essere quello che ha spezzato una coppia, quello su cui si riversa il rifiuto, quello che deve in qualche modo redimere un danno — non è semplicemente “un figlio difficile”. È qualcuno che entra in una trama relazionale già segnata, già ferita, già attraversata da ambivalenza.

Questa ambivalenza non scompare dopo la nascita. Arianna Pilastro racconta che il momento del parto coincide anche con il momento in cui, guardando il figlio, dice al compagno: “puoi andare”. E racconta questo come l’inizio di un legame sufficiente, quasi pieno, tra lei e il bambino. Ma la puntata intera continua a mostrare, anche involontariamente, che quel legame non smette mai di essere anche un campo di enorme tensione. Da un lato l’amore dichiarato, la dedizione, la corsa continua per salvarlo. Dall’altro una costellazione di frasi che rimandano a una fatica profondissima a stare nella relazione senza viverla come assedio, minaccia, esaurimento.

È un punto delicato, e proprio per questo importante. Perché non si tratta di stabilire se quella madre abbia amato abbastanza il figlio. Sarebbe una domanda rozza e inutile. La questione vera è un’altra: che cosa accade in un racconto quando l’amore materno diventa l’unica chiave disponibile per leggere tutto il resto? Quando il semplice fatto che una madre abbia sofferto, cercato, pianto, resistito, finisce per proteggere il racconto da una domanda ulteriore: com’era fatto, nel concreto, quel legame? Quale qualità aveva quella presenza? Quali ferite trasmetteva, oltre a quelle che cercava di curare?

La puntata offre molti elementi per porsi questa domanda.

Arianna Pilastro racconta la propria infanzia come un’infanzia “abbastanza positiva”, ma subito dopo introduce una madre fredda sul piano emotivo, un padre affettuoso e insieme capace di improvvise crisi di rabbia, una casa in cui l’ambiente poteva cambiare all’improvviso, una bambina che andava a scuola raccontando bugie sul pronto soccorso per essere vista. Sarà lei stessa, da adulta, a leggere retrospettivamente quei segnali come un bisogno di attenzione e di riconoscimento.

Questo passaggio è tutt’altro che secondario. Ci dice che l’intervistata sa benissimo, almeno in parte, che le vite non si leggono solo attraverso i fatti e i comportamenti visibili, ma anche attraverso ciò che si sedimenta molto prima: il clima, le oscillazioni, la fame di sguardo, l’incertezza affettiva. Lo sa quando parla di sé. Molto meno quando parla del figlio.

Ed è qui che il racconto si fa rivelatore. Perché la lucidità autobiografica che usa per la propria storia non viene applicata fino in fondo alla storia che dovrebbe stare al centro della puntata, cioè quella di Leonardo. O meglio: viene applicata fino a un certo punto, poi si ritrae. Il figlio diventa soprattutto il luogo in cui il racconto colloca l’origine del problema, in cui si manifestano difficoltà da gestire, comportamenti da contenere, istituzioni che non funzionano, diagnosi che orientano, sostanze che alterano. Tutti elementi reali, naturalmente. Ma tutti elementi che, messi così, finiscono per spostare il fulcro fuori dal rapporto.

Questo spostamento si vede bene nel modo in cui l’ADHD occupa la scena.

La diagnosi entra nel racconto come una spiegazione forte. Non l’unica, certo, ma quella più stabile. La scuola chiama, il bambino disturba, non sta fermo, fatica a regolare le emozioni, si arriva alla valutazione e “esce la diagnosi di ADHD”. Da lì in poi gran parte del discorso si organizza intorno a quella etichetta clinica: le indicazioni degli specialisti, il time out, le strategie per contenere, la fatica a disinnescare l’escalation, il cervello “come una Ferrari” che bisogna imparare a guidare.

Anche qui il punto non è negare la realtà del disturbo, né il suo peso. Sarebbe sciocco. Il punto è osservare che nella puntata la diagnosi finisce spesso per funzionare come centro gravitazionale del senso. La vita del figlio viene letta a partire da lì e continuamente riportata lì. Persino il suicidio, pur senza essere dichiarato in modo brutale, viene collocato dentro una lunga continuità di fragilità, disregolazione, dipendenze, incapacità di governarsi. Tutto questo è vero, certo. Ma è anche il modo con cui il racconto difende se stesso da un’altra possibilità interpretativa: che il punto non stia solo, e forse nemmeno principalmente, nel disturbo, bensì nella trama affettiva e relazionale dentro cui quel disturbo è cresciuto, è stato nominato, è stato contenuto o non contenuto.

Questo emerge con particolare forza quando Arianna Pilastro parla del proprio modo di stare con il figlio nei momenti più difficili. Dice di aver dovuto imparare a disinnescare, di aver capito che il no produceva escalation, che il potere doveva cedere il posto al compromesso, che con lui bisognava trovare ogni giorno una chiave diversa. Racconta una vita intera trascorsa nel tentativo di reggere una relazione estenuante. Ma nello stesso tempo la puntata è attraversata da continue immagini di sfondamento della funzione adulta: limiti che saltano, confini che si piegano, paura di fronte alle esplosioni del figlio, fratelli costretti ad assumere funzioni improprie, decisioni educative prese sull’onda della crisi e non dentro una cornice stabile.

Uno dei momenti più impressionanti, da questo punto di vista, riguarda Romeo. È lui che si mette fisicamente in mezzo quando il fratello punta un coltello verso la madre; è lui che, durante le esplosioni, prova a contenerlo; è lui che la notte del suicidio corre, capisce, solleva il corpo, prova a rianimarlo, mette il telefono in viva voce, si prende carico della scena che l’adulto non riesce a reggere.

Questa non è semplicemente la storia di un fratello sensibile. È la traccia concreta di una distribuzione del carico emotivo e simbolico profondamente disordinata, in cui i più piccoli vengono trascinati dentro una funzione di tenuta che non dovrebbe spettare a loro. La puntata lo dice, ma non lo pensa fino in fondo. Lo registra. Non lo assume come questione centrale.

Lo stesso accade quando Arianna Pilastro, con una sincerità che ha qualcosa di brutale, ammette che dopo la morte del figlio l’atmosfera in casa è “più serena”. Subito dopo spiega, corregge, precisa: non perché lui non ci sia più, ma perché non c’è più quel dolore, quella tensione continua. È un passaggio umanamente comprensibile. E proprio per questo potentissimo. Perché squarcia il velo su una verità relazionale che forse la puntata, fino a quel momento, aveva tenuto in posizione secondaria: la presenza di quel figlio, dentro quella casa e dentro quella relazione, era diventata da anni il nome stesso dell’angoscia.

Anche qui non serve giudicare. Serve ascoltare bene. Se una madre può dire una frase così e subito sentirsi costretta a difendersi dalla sua stessa frase, vuol dire che in quella storia c’era una saturazione emotiva enorme, un collasso della funzione contenitiva, una trasformazione del legame in luogo di paura e di esaurimento. Non è il dettaglio di una vicenda privata. È il cuore di una questione pubblica enorme, perché riguarda il modo in cui oggi raccontiamo le difficoltà dei ragazzi e, insieme, proteggiamo gli adulti da una vera interrogazione sul loro posto dentro quelle difficoltà.

Il punto, allora, non è negare il dolore della madre. Quel dolore c’è, è reale, attraversa tutta la puntata e sarebbe disumano non vederlo. Il punto è che il racconto, così come è costruito, rende quel dolore il principale mediatore del senso. La storia viene filtrata dal dolore della madre molto più che da quello del figlio. Il figlio compare spesso come oggetto di preoccupazione, di paura, di fatica, di interpretazione. Più raramente come soggetto di una sofferenza relazionale che non si lascia ridurre né alla diagnosi né alle sostanze né ai comportamenti.

In questo senso la puntata è molto istruttiva. Non perché racconti male una storia, ma perché mostra con grande chiarezza come oggi si costruiscono certe storie. Mostra quanto facilmente il discorso pubblico sia disposto a interrogare i ragazzi, le loro fragilità, i loro disturbi, le loro dipendenze, molto meno il mondo adulto che li ha accompagnati, contenuti, feriti, nominati. Mostra quanto sia più semplice concentrare l’attenzione su ciò che il ragazzo fa, piuttosto che sul tipo di legame dentro cui ha imparato a stare al mondo.

Forse è proprio qui che il racconto protegge se stesso: nel modo in cui continua a riportare il centro della storia sul ragazzo, evitando che lo sguardo si fermi davvero sull’adulto.
Lo sottrae al rischio di diventare oggetto di una domanda piena. Solleva l’ascoltatore dalla fatica di riconoscere che certi dolori non nascono solo dentro i figli, ma anche dentro le relazioni che li crescono. E, in fondo, mantiene intatta una rappresentazione culturale molto tenace: quella per cui il problema, quando esplode, deve pur sempre avere il suo centro nel ragazzo.

Eppure, se si ascolta bene questa puntata, si sente anche altro. Si sente una gravidanza vissuta come rifiuto. Si sente una madre che racconta la propria fame infantile di essere vista. Si sente una casa in cui i fratelli imparano troppo presto a reggere il peso emotivo degli altri. Si sente un figlio che cresce dentro una trama in cui amore e saturazione, dedizione e terrore, cura e sfondamento del limite convivono in modo troppo stretto. Tutto questo non assolve nessuno e non condanna nessuno. Ma cambia profondamente il modo in cui la storia può essere letta.

E allora la domanda forse non è se quella madre abbia fatto tutto il possibile. La domanda, più scomoda e più utile, è un’altra: che cosa diventa invisibile quando il racconto si organizza in modo da proteggere gli adulti dal dover essere letti, a loro volta, come parte del problema?

È lì che il discorso si allarga. Perché non riguarda solo una puntata, né una singola madre o un singolo genitore. Riguarda un’abitudine più vasta del nostro tempo: chiamare in causa diagnosi, sostanze, istituzioni, crisi adolescenziali, e restare molto più esitanti quando si tratta di guardare in faccia il lavoro adulto, la sua tenuta, le sue falle, la sua incoerenza, le sue ferite non elaborate.

Non per distribuire colpe.
Ma per smettere, almeno qualche volta, di cercare il centro della storia solo dove la storia fa più rumore.

 

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