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Meno metriche, più discrezionalità? Perché la ricerca ha ancora bisogno di criteri misurabili
La riforma europea vuole ridurre il peso delle metriche nella ricerca. Ma pubblicazioni e citazioni restano criteri verificabili: più discrezionalità rischia di rafforzare dipendenze accademiche, gerarchie e opacità invece dell’autonomia scientifica.
Il 25 giugno 2026 la Commissione europea ha pubblicato un nuovo studio sui progressi della riforma della valutazione della ricerca sviluppata nell’ambito dell’Agreement on Reforming Research Assessment e di CoARA, la Coalition for Advancing Research Assessment. La direzione indicata è esplicita: molte organizzazioni europee stanno andando “beyond a narrow focus on publications and metrics”, con l’obiettivo di riconoscere una gamma più ampia di contributi, competenze e percorsi professionali. (Research and innovation)
CoARA va ancora oltre nella formulazione del principio: la valutazione dovrebbe essere basata principalmente sul giudizio qualitativo, con la peer review al centro, mentre gli indicatori quantitativi dovrebbero avere una funzione di supporto. (Coara)
L’obiettivo parte da una critica comprensibile. Nessun ricercatore può essere ridotto a un numero e contare semplicemente pubblicazioni e citazioni può produrre distorsioni. Ma proprio qui emerge una domanda che merita maggiore attenzione: siamo sicuri che diminuire il peso delle metriche e aumentare quello del giudizio qualitativo renda necessariamente più giusta la valutazione?
È una questione particolarmente importante per i giovani ricercatori. L’European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione non profit composta da giovani ricercatori e professionisti europei, parte da una posizione differente: le metriche non devono essere eliminate o marginalizzate. Devono essere migliorate. Perché, con tutti i loro difetti, rappresentano una delle poche componenti realmente verificabili della valutazione scientifica.
Ampliare la valutazione sì, ma con criteri verificabili
Andare oltre pubblicazioni e citazioni non è necessariamente sbagliato. CoARA ha ragione quando sostiene che la carriera di un ricercatore comprende attività molto più ampie della sola produzione scientifica. Il punto è un altro: anche queste attività devono essere documentabili e, per quanto possibile, misurabili.
Se vogliamo valorizzare la didattica, possiamo considerare il numero di corsi tenuti, le ore di insegnamento, le attività di assistenza agli studenti, le tesi supervisionate e le responsabilità didattiche effettivamente svolte. Se vogliamo riconoscere il contributo alla comunità scientifica, possiamo documentare partecipazioni e presentazioni a conferenze, organizzazione di sessioni scientifiche, attività di peer review, incarichi editoriali, partecipazione a progetti e altre attività accademiche verificabili.
Lo stesso principio può essere applicato a open science, trasferimento delle conoscenze, divulgazione e attività istituzionali.
Non tutto deve essere trasformato in un numero e discipline differenti richiedono indicatori differenti. Ma dovrebbe esistere sempre un’evidenza documentabile e comparabile alla base della valutazione.
Il vero confine non è quindi tra valutazione quantitativa e qualitativa. È tra valutazione verificabile e comparabile e valutazione arbitraria.
Una commissione dovrebbe poter interpretare le evidenze, attribuire loro un peso e considerare le specificità del candidato. Non dovrebbe invece poter sostituire anni di attività documentata con impressioni difficilmente controllabili. In questo senso, la proposta europea può essere ampliata anziché respinta: valutiamo più dimensioni della carriera accademica, ma costruiamo per ciascuna criteri trasparenti, documentabili e comparabili. Solo così ampliare la definizione di merito significa realmente migliorare la valutazione, anziché semplicemente aumentare la discrezionalità.
I finanziamenti alla ricerca devono produrre ricerca
Il principio dovrebbe essere elementare. Una posizione finanziata per svolgere ricerca deve produrre ricerca. Non significa semplicemente contare articoli. Significa domandarsi se un ricercatore pubblica, dove pubblica, con quale continuità, quale diffusione ottengono i suoi lavori e se questi vengono successivamente utilizzati dalla comunità scientifica. Le citazioni non dimostrano automaticamente la qualità di un articolo. Una pubblicazione in una rivista prestigiosa non certifica automaticamente che ogni lavoro sia eccellente. Ma entrambi costituiscono informazioni osservabili.
Se un ricercatore pubblica lavori che, negli anni successivi, vengono ripresi e citati da decine o centinaia di altri studiosi, abbiamo almeno un’evidenza del fatto che quella ricerca sia entrata nella discussione scientifica.
Questo dovrebbe contare. E dovrebbe contare ancora di più quando parliamo di posizioni finanziate attraverso risorse pubbliche. Un’università, uno Stato o l’Unione europea che finanziano una posizione di ricerca non stanno finanziando genericamente un posto di lavoro: stanno investendo risorse affinché venga prodotta conoscenza.
Venti minuti di colloquio contro anni di ricerca
Esiste poi una contraddizione curiosa nel ridimensionamento delle metriche. Possiamo criticare indicatori costruiti su anni di attività scientifica perché considerati incompleti e poi attribuire un peso enorme a un colloquio di venti o trenta minuti. Ma quanto possiamo realmente conoscere di un ricercatore in venti minuti? Il colloquio può essere utile per discutere un progetto, verificare determinate competenze e comprendere gli interessi futuri del candidato. Non può però sostituire la sua storia scientifica.
La produzione accademica permette di osservare anni di attività: pubblicazioni, continuità della ricerca, sedi editoriali, citazioni, collaborazioni, capacità di lavorare autonomamente. Un colloquio registra invece una performance estremamente breve, sulla quale possono incidere capacità comunicativa, familiarità con gli interlocutori, sintonia personale e conoscenza molto specifica degli argomenti sui quali la commissione decide di concentrare la discussione.
Per questo, se vogliamo utilizzare un linguaggio propriamente scientifico, anni di dati osservabili costituiscono una base informativa più ampia di pochi minuti di impressione qualitativa. Una metrica può essere criticata, normalizzata, corretta e confrontata. Un’impressione maturata durante un colloquio è molto più difficile da verificare.
Non basta sapere quanto pubblichi
Difendere le metriche non significa però difendere il publish or perish. Il numero grezzo delle pubblicazioni è un indicatore troppo semplice. Una valutazione seria dovrebbe considerare contemporaneamente quantità, qualità delle sedi editoriali, citazioni e continuità della produzione.
Dovremmo inoltre cominciare a osservare un elemento meno discusso: la diversificazione delle sedi nelle quali un ricercatore pubblica. Pubblicare ripetutamente nella stessa rivista non significa automaticamente beneficiare di relazioni privilegiate. In alcuni settori molto specialistici esistono poche sedi realmente appropriate. Ma quando un ricercatore opera in un settore con numerose riviste comparabili, la capacità di pubblicare in sedi differenti può costituire un’informazione importante.
Significa essere riusciti a sottoporre il proprio lavoro al giudizio di comunità editoriali, editor e referee diversi. La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto quanto hai pubblicato?, ma: dove hai pubblicato, quanto è diversificata la tua produzione e quale impatto ha avuto?
Lo stesso problema riguarda la coautorialità. La scienza contemporanea è necessariamente collaborativa e in medicina, biologia, fisica sperimentale e numerosi altri settori grandi gruppi di autori sono inevitabili. Sarebbe assurdo penalizzarli automaticamente. Ma se stiamo valutando il singolo ricercatore, dobbiamo anche cercare di capire quale sia stato il suo contributo.
Un curriculum composto da numerosi lavori con cinque, dieci o venti coautori non fornisce automaticamente la stessa evidenza di autonomia scientifica di un lavoro concepito e realizzato individualmente, almeno nelle discipline nelle quali la ricerca individuale rappresenta una pratica normale. I lavori single-authored dovrebbero quindi ricevere un riconoscimento specifico nei settori nei quali hanno senso; per quelli collettivi dovrebbe diventare sempre più importante rendere identificabile il contributo individuale.
Perché il problema centrale della ricerca europea non riguarda soltanto quanto producono i giovani ricercatori. Riguarda quanto siamo realmente disposti a permettere loro di produrre autonomamente.
Chi vince un finanziamento deve essere un mentore, non un datore di lavoro
Vincere un finanziamento competitivo è un risultato scientifico importante. Ma quando quel finanziamento proviene dallo Stato, dall’Unione europea, da un’università pubblica o da altre risorse collettive, ottenere un grant non significa diventare proprietari delle opportunità professionali che quel denaro permette di creare. Il responsabile scientifico dovrebbe definire gli obiettivi del progetto, contribuire alla ricerca e soprattutto svolgere una funzione di mentorship. Dovrebbe aiutare i ricercatori più giovani a sviluppare idee, costruire network e raggiungere progressivamente l’indipendenza.
Non dovrebbe invece controllare contemporaneamente selezione, contratto, agenda scientifica, accesso alle risorse e possibilità di rinnovo. Il rapporto di lavoro deve essere direttamente tra università e ricercatore. Anche la gestione amministrativa delle risorse destinate al personale dovrebbe appartenere all’università. Il professore deve essere responsabile scientifico e mentore, non il soggetto dal quale dipende sostanzialmente l’esistenza professionale del ricercatore. Altrimenti mentorship e subordinazione rischiano di confondersi ed è l’opposto di ciò che dovrebbe produrre la scienza. Un ricercatore che conclude un PhD dovrebbe essere in grado di formulare una domanda scientifica, scegliere una metodologia e sviluppare autonomamente un progetto. Altrimenti dovremmo interrogarci sul significato stesso del dottorato.
Mentorship e collaborazione sono indispensabili. Dipendenza scientifica e professionale sono un’altra cosa. Ed è proprio qui che dovremmo porci la domanda più scomoda: se andassimo oggi nelle università europee e osservassimo uno per uno i ricercatori precari finanziati attraverso grant e progetti, quanti stanno costruendo una propria agenda scientifica? E quanti, invece, stanno semplicemente lavorando sull’agenda di chi controlla i fondi? La risposta a questa domanda riguarda molto più delle metriche. Riguarda chi detiene il potere nella ricerca europea e che cosa stiamo realmente finanziando quando diciamo di finanziare un ricercatore.
Il problema arriva inevitabilmente nei concorsi
Queste relazioni diventano particolarmente delicate quando incontrano il reclutamento. Il 30 luglio 2026 MUR e ANAC hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa per rafforzare trasparenza e prevenzione della corruzione nelle procedure universitarie. Il presidente dell’ANAC Giuseppe Busìa ha utilizzato espressioni difficilmente equivocabili: per superare “potentati universitari e bandi sartoriali”, ha affermato, servono selezioni realmente aperte e criteri chiari, evitando che nelle valutazioni prevalga la “vicinanza col candidato”.
Il punto non è sostenere che ogni posizione costruita intorno a competenze specifiche sia irregolare. Il problema è chiedersi che cosa accada quando chi ha formato un ricercatore, ne controlla il progetto e ha interesse a garantirgli continuità entra anche nel processo attraverso cui viene individuata la persona che occuperà la posizione successiva.
La risposta dovrebbe essere istituzionale. Chi gestisce scientificamente un progetto non dovrebbe controllare la commissione che assume il personale. Le commissioni dovrebbero avere una forte componente di sorteggio, incompatibilità rigorose e rotazione.
Allo stesso tempo, i criteri dovrebbero essere stabiliti prima di conoscere l’esito della procedura e resi pubblici. Pubblicazioni, citazioni, qualità e diversificazione delle sedi editoriali, contributo individuale, esperienza internazionale e altri indicatori dovrebbero avere pesi trasparenti e adattati alle caratteristiche delle diverse discipline.
Anche le pubblicazioni devono uscire dai circuiti chiusi
La stessa richiesta di apertura dovrebbe riguardare il sistema editoriale. Non possiamo difendere il ruolo delle pubblicazioni senza riconoscere che anche la pubblicazione scientifica può sviluppare network molto concentrati. Pubblicare frequentemente sulla stessa rivista non costituisce di per sé alcuna prova di favoritismo. Ma una valutazione sofisticata dovrebbe guardare anche alla capacità di un ricercatore di portare il proprio lavoro davanti a comunità editoriali differenti.
Un ricercatore che riesce a pubblicare in più riviste riconosciute, con editor e referee differenti, e successivamente vede i propri lavori citati da gruppi indipendenti offre una forma particolarmente interessante di validazione esterna.
Per questo le metriche devono diventare migliori, non semplicemente sparire. Numero di pubblicazioni, qualità delle sedi, citazioni normalizzate per disciplina, diversificazione editoriale e contributo individuale dovrebbero essere letti insieme.
E nei settori nei quali il lavoro individuale è una pratica normale, anche la capacità di produrre lavori single-authored dovrebbe essere valorizzata come evidenza di autonomia scientifica. Nelle discipline fortemente collaborative, invece, occorrono sistemi più seri per identificare il contributo effettivo di ciascun autore.
Restituire l’università ai ricercatori
La questione, alla fine, non riguarda soltanto CoARA. Riguarda quale università vogliamo costruire.
Una nella quale il giovane ricercatore deve trovare un professore con un finanziamento, entrare nella sua agenda scientifica, sperare nel contratto successivo e infine essere valutato attraverso criteri largamente discrezionali?
Oppure un’università nella quale il ricercatore abbia un rapporto diretto con l’istituzione, possa costruire progressivamente una propria agenda e venga valutato attraverso risultati osservabili e giudizi qualitativi trasparenti?
La seconda richiede una redistribuzione del potere. I fondi destinati alle posizioni devono essere amministrati istituzionalmente. Il contratto deve legare il ricercatore all’università, non personalmente al supervisor. Le commissioni devono essere realmente indipendenti. L’obiettivo non dovrebbe essere liberare l’accademia dalle metriche. Dovrebbe essere liberare la ricerca dalle dipendenze.
La ricerca ha bisogno di libertà intellettuale. E la libertà intellettuale comincia quando nessuno controlla contemporaneamente i fondi, il lavoro e il futuro di chi dovrebbe essere libero di pensare.
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