Scuola
Chissà, chissà domani…
Ha senso parlare di scuola oggi? Forse non più. Ci ostiniamo a chiamarla nostalgicamente scuola, ma è solo un posto in cui interessi di varia natura si sovrappongono a quella che dovrebbe essere la sua finalità fondamentale: formare persone in grado di fronteggiare il reale nelle sue multiformi manifestazioni, nutrire il pensiero critico, esercitare la preziosa arte del dubbio, non cedere alla seducente illusione che esista una netta linea di demarcazione tra vero e falso, giusto e sbagliato, prendere le distanze dalla fuorviante pratica della risposta esatta da indicare su test standardizzati che omologano realtà non equiparabili sotto nessun profilo. Nella vita non ci sono quasi mai risposte esatte e l’omologazione è un rigurgito di periodi molto bui della storia passata.
I nuovi pilastri della scuola si possono così riassumere e sono stati spesso evidenziati, anche su questa piattaforma: difendere la presunta superiorità dei valori occidentali, come i recenti orientamenti ministeriali sembrano suggerire; preservare la derivazione della cultura europea dal sistema di valori della Bibbia ma anche dall’eredità di Atene, come se le due cose fossero in continuità tra loro. Chi conosce la cultura greca sa bene, invece, quanto essa sia lontana dall’idea di un Dio παντοκράτωρ, onnipotente, e dal binomio fede-obbedienza, a cui Atene ha sempre contrapposto i valori della ragione e dell’indagine: differenze stridenti. Un simile indirizzo rischia di privare la scuola della sua specificità: fornire chiavi di lettura autonome e libere da condizionamenti ideologici.
A ciò si aggiungano le contraddizioni irrisolte: da un lato si vuole un incremento vertiginoso delle nuove didattiche tecnologiche, ora arricchite dall’ingresso nella scuola dell’Intelligenza Artificiale e della sua caldeggiata integrazione nelle prassi di insegnamento; dall’altro si vieta con un articolato testo normativo l’uso degli smartphone in classe, che – ci piaccia o no – sono gli strumenti necessari alla realizzazione di una ben fatta didattica digitale, utili alla produzione anche di un semplicissimo padlet.
Non si possono, infine, tralasciare l’ingerenza dei genitori nella vita scolastica dei figli e la pressione delle loro aspettative sui risultati dei giovani: gli studenti sono ormai sfiniti – e lo dichiarano apertis verbis nei loro temi (sì, c’è ancora chi assegna temi e crede nella funzione formativa della scrittura tradizionale). Sono stanchi dei rimproveri per un otto che non è stato un nove, si sentono schiacciati dalle pretese di ridurre la loro giornata scolastica al dovere, al peso, di portare a casa voti alti che rappresentino la validazione, la certificazione della loro eccezionalità. I ragazzi invece vogliono essere “normali”, rivendicano il diritto di non mostrarsi per forza performanti, chiedono la libertà di sbagliare, reclamano l’inalienabilità di un diritto umano fondamentale: l’errore.
Un’ultima nota: aver imposto ore e ore di orientamento, da aggiungere a quelle della Formazione Scuola-Lavoro, è stato davvero un bene? La scuola in fondo di per sé orienta: leggere la Divina Commedia, studiare Platone, Spinoza e Sartre, avvicinarsi alle lettere scritte al fratello Theo da Vincent Van Gogh, esaminare i suoi quadri, i vortici di quel cielo stellato, specchio di un animo sospeso tra desiderio e inquietudine, che cosa significa se non orientare una persona, invitarla a interrogarsi sui propri nodi interiori, su sogni, progetti, sul presente e sulle strade future che sceglierà di intraprendere? La scuola orienta, orientava, orienterà sempre, è nella sua natura, nella sua vocazione.
Purtroppo è sul senso dell’orientamento che si deve riflettere: quello imposto politicamente è l’orientamento verso il mercato del lavoro, una scelta quanto mai ingenua, perché presuppone che quest’ultimo sia stabile e non volatile, cioè in velocissima trasformazione: quello per cui si orienta oggi è forse un lavoro che presto non ci sarà più, almeno non nelle forme in cui noi lo abbiamo presentato.
Ciò che invece non deve mancare – e che nella scuola comunque non è mai stato carente – è l’orientamento per la vita, l’acquisizione da parte dei giovani di quella plasticità mentale che permette di affrontare gli eventi, anche i più imprevedibili, con la giusta determinazione, con la consapevolezza dei rischi di fallimento, ma anche con l’energia che ha spinto le passate generazioni a sfidare il labirinto dell’esistenza, come lo chiamava I. Calvino. E per questo obiettivo non serviva prevedere nuove, ulteriori, programmazioni di attività straordinarie di “orientamento”.
In questa formula onnicomprensiva, eppure sfuggente e indefinita, “orientamento”, c’è un’illusoria tensione verso il futuro. Non si è tenuto conto però, da parte di chi l’ha inserita nella neolingua della “scuola futura”, che la parola orientamento, viene dal verbo latino orior, “nascere”, “aver origine”: un verbo che ci riporta al valore del passato per la definizione di quello che noi siamo oggi e che diventeremo domani. Non c’è futuro senza passato.
Prima di ogni sorpasso, bisogna sempre guardare indietro per non essere travolti.
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