Ambiente

Svizzera: la battaglia sotterranea sugli OGM

La campagna svizzera sugli OGM, presentata come difesa del moratorio, finisce per normalizzare l’arrivo delle nuove biotecnologie mentre una legge speciale aggira la volontà popolare. Contadini critici e movimenti denunciano una deriva che ricorda le battaglie italiane contro OGM

12 Marzo 2026

Quando una campagna “protettiva” prepara l’arrivo di ciò che dice di combattere

Il dibattito sugli OGM ritorna sempre nei momenti in cui le società attraversano una fase di incertezza. In Svizzera, come in Italia, la questione non riguarda soltanto la tecnica agricola, ma la capacità collettiva di decidere quale modello di produzione alimentare si vuole difendere. Mentre l’agricoltura elvetica affronta un declino economico, la perdita di biodiversità e la pressione dei mercati globalizzati, il Paese si ritrova nuovamente al centro di una disputa che molti consideravano chiusa dal 2005, anno dell’introduzione del moratorio sugli OGM. Ma questa volta il ritorno non assume la forma di uno scontro aperto: avanza in modo silenzioso, attraverso un linguaggio tecnocratico e una convergenza discreta tra Consiglio federale, lobby agrochimiche e una parte delle organizzazioni agricole.

Per un pubblico italiano, questo scenario risuona familiare. Anche in Italia, dagli anni Duemila, la battaglia contro gli OGM ha oscillato tra moratorie, pressioni industriali e tentativi di aggirare la volontà popolare. Il caso del mais MON810 in Friuli, le mobilitazioni di Coldiretti e Legambiente, le campagne per la tutela delle varietà locali e la difesa della biodiversità agricola hanno mostrato come la questione OGM sia sempre stata anche una questione di potere, di territorio e di democrazia.

Un’iniziativa che rassicura in superficie, ma normalizza l’arrivo degli OGM

L’iniziativa popolare svizzera “Per alimenti senza OGM”, lanciata nel 2025 dall’Alleanza Svizzera per un’Agricoltura senza Ingegneria Genetica (ASGG), si presenta come un baluardo di protezione. Il titolo rassicura, evoca prudenza e continuità del moratorio. Eppure, analizzandone il contenuto, emerge un paradosso: il testo non mira a impedire l’arrivo degli OGM, ma a regolarne la presenza futura. L’etichettatura obbligatoria, la gestione dei “costi di coesistenza” e il riconoscimento della brevettabilità delle varietà geneticamente modificate non rappresentano un rifiuto, ma l’accettazione implicita che gli OGM entreranno nel paesaggio agricolo svizzero.

Per i contadini critici, questo slittamento è decisivo. La fattoria collettiva del Joran, a Orbe, membro di Uniterre, osserva che “ponendo condizioni all’arrivo degli OGM, l’iniziativa accetta che quell’arrivo sia inevitabile”. Non è più un’iniziativa di opposizione, ma di amministrazione. Un modo per rendere accettabile ciò che fino a ieri era politicamente impensabile.

La legge speciale: un aggiramento esplicito della volontà popolare

Parallelamente, il Parlamento svizzero discute una “legge speciale” che escluderebbe alcune piante geneticamente modificate dal moratorio. Per giustificare questa eccezione, si ricorre a un lessico attentamente calibrato: “nuove tecniche di selezione”, “editing genomico”, “varietà innovative”. È un linguaggio che ricorda da vicino quello utilizzato in Italia per promuovere le TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), presentate come qualcosa di radicalmente diverso dagli OGM, nonostante la Corte di Giustizia dell’UE abbia stabilito nel 2018 che anche queste tecniche rientrano nella normativa sugli organismi geneticamente modificati.

La Coalizione per un VERO NO agli OGM denuncia questo processo come un aggiramento della volontà popolare. Ricorda che il moratorio è stato confermato più volte alle urne e che la popolazione svizzera non ha mai chiesto un allentamento della normativa. La domanda che emerge è la stessa che ha attraversato il dibattito italiano: chi decide il futuro agricolo del Paese? I cittadini o le istituzioni allineate agli interessi industriali?

Le lezioni dall’estero: quando la coesistenza diventa contaminazione

I sostenitori della deregolamentazione affermano che le nuove tecniche permetterebbero una coesistenza armoniosa tra colture OGM e non OGM. Ma l’esperienza internazionale racconta altro. In Canada, l’80% dei silos di colza non transgenica è stato contaminato. In Messico, il mais nativo è stato compromesso nonostante il divieto. In India, il cotone Bt ha generato indebitamento e suicidi. In Burkina Faso, i rendimenti sono calati mentre i costi aumentavano. Persino le tecniche “di precisione”, come CRISPR, hanno mostrato limiti inquietanti: galline modificate per resistere all’influenza aviaria hanno favorito l’adattamento del virus all’uomo.

Sono dinamiche che ricordano da vicino le preoccupazioni italiane sulla contaminazione del mais autoctono e sulla perdita di biodiversità agricola, un patrimonio che in Italia rappresenta non solo un valore ecologico, ma anche culturale ed economico.

Una frattura contadina: quando la base rifiuta la strategia delle organizzazioni ufficiali

Uno degli aspetti più rivelatori della campagna svizzera è la frattura interna al mondo contadino. Mentre le organizzazioni ufficiali sostengono l’iniziativa, diverse fattorie e collettivi si rifiutano di appoggiarla. La loro critica è chiara: l’iniziativa non protegge realmente l’agricoltura contadina e legittima un modello basato sulla dipendenza da brevetti e multinazionali. È una tensione che in Italia si è manifestata più volte, quando i movimenti contadini hanno denunciato il rischio che la liberalizzazione degli OGM favorisse le grandi aziende sementiere a scapito delle varietà locali e delle economie rurali.

Di fronte a quella che considera una capitolazione, la Coalizione per un VERO NO agli OGM chiama a una mobilitazione diretta. Propone un’alleanza tra contadini, artigiani della terra, cittadini e cittadine, senza distinzione di partito o etichetta. Rifiuta l’idea che l’accesso a cibo non manipolato geneticamente diventi un privilegio riservato ai più abbienti. È una posizione che trova eco nelle battaglie italiane per la sovranità alimentare, dalla difesa delle sementi contadine alle campagne contro la brevettabilità del vivente.

Un dibattito presentato come tecnico, ma profondamente politico

La campagna svizzera sugli OGM rivela un paradosso: chi afferma di proteggere il Paese dalla manipolazione genetica sta preparando le condizioni per la sua introduzione. L’iniziativa rassicura, ma normalizza. La legge speciale aggira la volontà popolare. Le lobby avanzano dietro un linguaggio tecnocratico. E una parte del mondo contadino rifiuta di accompagnare quella che considera una resa anticipata.

Ciò che è in gioco non è solo il futuro delle sementi. È la sovranità alimentare. Una sovranità che non si misura solo in ettari o rese, ma nella capacità collettiva di decidere cosa si coltiva, cosa si mangia e quale società si vuole costruire. È una domanda che riguarda la Svizzera, ma anche l’Italia, dove la difesa della biodiversità agricola e dei territori continua a essere una delle ultime forme di resistenza concreta contro un modello agroindustriale che tende a uniformare tutto ciò che tocca.

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