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Come l’America inventò se stessa

Due secoli e mezzo dopo il 1776, il baseball racconta come gli Stati Uniti, con una seconda indipendenza, abbiano costruito la propria identità culturale distinguendosi dalla madrepatria britannica.

4 Luglio 2026

Gli Stati Uniti festeggiano il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con la classica triade: il barbecue, i fuochi d’artificio e l’immancabile baseball. È stato scritto che il national pastime, come è significativamente soprannominato lo sport più amato del paese, è il desiderio del ritorno a casa, andare all’avventura, e tornare a casa in attesa di una nuova partenza [1]: c’è qualcosa di più americano?

Il 4 luglio 1939, oltre sessantamila persone affollarono lo stadio dei New York Yankees. In religioso e commosso silenzio ascoltarono le parole di addio pronunciate da Lou Gehrig, il campione che veneravano e che aveva giocato 2.130 partite consecutive: «Mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della Terra», disse. Due settimane prima, gli era stata diagnosticata una malattia degenerativa, che oggi conosciamo come sclerosi laterale amiotrofica (SLA ) e che lo uccise due anni dopo non ancora quarantenne. Quel discorso è ancora considerato uno dei più importanti mai pronunciati da uno sportivo e non è raro che vi si faccia riferimento a ogni Indipendence Day: Gehrig non parlò di politica, della Costituzione o dei padri fondatori, parlò di baseball. Quindi, parlò dell’America.

La “terra dei liberi e dei coraggiosi” vide la luce con un singolo foglio di pergamena e le firme di 56 uomini, per i quali la vita, la libertà e il perseguimento della felicità rappresentavano diritti evidenti di per sé. Un’altra cosa era lampante al punto da non necessitare di spiegazioni: il 4 luglio 1776 gli Stati Uniti nacquero come unità politica, ma questo non poteva bastare a fare gli americani. Non sono sufficienti rivoluzioni coraggiose, eroiche battaglie e calibrate costituzioni a fare una nazione, servono anche simboli, miti e rituali condivisi. E pochi simboli hanno contribuito a plasmare l’identità americana quanto il baseball.

Il gioco era già praticato in versioni incerte negli anni della Guerra d’Indipendenza, come testimoniato dalla memorialistica di molti protagonisti. La parola compare infatti nel 1778 nel diario di George Ewing, che aveva giocato a “base” a Valley Forge, l’accampamento dove George Washington aveva concentrato l’esercito rivoluzionario [2]. Fatalmente, quel gioco affondava le proprie radici nelle abitudini ludiche dei Padri Pellegrini, che già all’inizio del XVII secolo, nei primi insediamenti stabili del New England, si dilettavano nei giochi di mazza e palla con cui erano cresciuti nella madrepatria. Proprio perché le sue ascendenze affondavano nel mondo britannico, il baseball divenne uno dei terreni sui quali si giocò il processo di differenziazione dagli antichi dominatori.

L’indipendenza conquistata nel 1776 non coincise immediatamente con una piena autonomia culturale. Quando Alexis de Tocqueville visitò gli Stati Uniti negli anni Trenta dell’Ottocento, ne colse con straordinaria lucidità caratteri sociali e culturali differenti da quelli europei. Tuttavia, ancora a lungo, gli americani continuarono a guardare alla Gran Bretagna con un misto di ammirazione e diffidenza, subendone la seduzione e l’attrazione, ma desiderando al contempo di distinguersene. Anche lo sport divenne terreno di espressione di questa tensione e il baseball assunse un significato che andava ben oltre quello del banale passatempo, come eloquentemente dimostrato dalla “tradizione inventata” della sua nascita.

La leggenda vuole che nell’estate del 1839, a Cooperstown, nello Stato di New York, il giovane Abner Doubleday – che sarebbe poi diventato generale unionista nella Guerra Civile – avrebbe tracciato su un prato il primo diamante e stabilito le regole fondamentali. Questo inizio puntuale dello sport nazionale americano è stato successivamente demolito dagli storici, ma la narrazione aveva l’obiettivo di ancorare a un’origine puramente americana, e non a un’importazione inglese, il più distintivo sport a stelle e strisce e a questo scopo la verità storica poteva essere tranquillamente sacrificata. La vicenda illustra con palmare evidenza quanto le nazioni abbiano bisogno di selezionare o persino fabbricare il proprio passato per dare profondità storica e legittimità al proprio presente e il mito di Doubleday svolse esattamente questa funzione [3].

Come già segnalato, la realtà storica era più complessa ed è proprio qui che sta il punto: gli americani non cancellarono l’eredità inglese, si limitarono a rielaborarla. La svolta decisiva arrivò con la Guerra Civile, il conflitto che contribuì a creare una vera comunità nazionale. Durante la guerra il baseball si diffuse tra i soldati e attraversò regioni che fino ad allora avevano avuto scarsi contatti reciproci. Al termine delle ostilità, il gioco era ormai riconoscibile da Boston alla California e poteva fungere da linguaggio comune per una società in rapida trasformazione. Il baseball contribuì a completare la separazione culturale dalla Gran Bretagna ed espulse il cricket dall’orizzonte sportivo americano. Il cricket era troppo “britannicamente” connotato, scarsamente patriottico ed era giocato dalle élite che volevano conservare uno stretto legame simbolico con Londra, e che lo preferivano anche per marcare una distanza sociale dai ceti medi e popolari, che invece si erano appassionati al baseball. Inoltre, il cricket possedeva una lunga genealogia, era saldamente codificato e non si prestava a manipolazioni adattative. Al contrario, essendo nella sua fase aurorale, il baseball era modificabile per renderlo coerente con lo spirito e la mentalità usciti dalla Guerra Civile.

Il quadro di Otto Botticher ritrae prigionieri unionisti intenti a giocare a baseball nella prigione confederale di Salisbury

Da quel momento, il baseball occupò una posizione privilegiata nell’immaginario collettivo e colonizzò quasi per intero lo spazio sportivo americano, che poi avrebbe condiviso con il football e il basket. L’egemonia fu rafforzata dall’effetto cumulativo prodotto dai mezzi di comunicazione di massa, dai club, dalle infrastrutture, dal linguaggio e dai rituali partecipati. Così, nella seconda metà del secolo, quando il calcio intraprese la lunga marcia per conquistare i cuori e le menti di milioni di persone ai quattro angoli del pianeta, gli Stati Uniti rimasero immuni al contagio. Il calcio venne associato agli immigrati tedeschi, italiani, irlandesi e in seguito a quelli latino-americani. La metafora era semplice: chi continuava a preferire il calcio restava ancorato all’originaria appartenenza etnica, mentre quelli che si “convertivano” al baseball dimostravano la piena disponibilità alla fusione nel celeberrimo melting pot.

Secondo diversi storici e sociologi, si colloca qui il parallelismo fra i due “eccezionalismi” americani, quello politico e quello sportivo. Gli Stati Uniti hanno costruito la propria identità attraverso un costante processo di differenziazione rispetto all’Europa e lo sport non fa eccezione. In questa lettura, il baseball conserva un legame profondo con il periodo delle origini e con la memoria storica del paese, che continua a interpretare. Per questo, alla 250esima celebrazione del 4 luglio, il baseball riempie ancora uno spazio speciale nell’edificazione e conservazione dell’identità culturale americana e di fatto incarna la storia di una seconda indipendenza.

[1] Si fa riferimento qui alla celebre definizione di Angelo Bartlett Giamatti, professore di letteratura inglese all’Università di Yale e settimo commissioner della Major League Baseball.

[2] Salvarezza, A., Eccezionale quel baseball! L’origine dell’isolazionismo americano negli sport, ATRI 2012.

[3] Hobsbawm, E. (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi 2002

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