Calcio

Se l’Italia non va ai mondiali da vent’anni un motivo ci sarà, e l’abbiamo detto al mondo stasera

Il disastro della Nazionale, la metafora di un paese

27 Luglio 2026

È perfino banale e abusato definire una metafora del paese la surreale vicenda che ha travolto, sul nascere, il nuovo corso della nazionale italiana di calcio, con le dimissioni di Maldini e Leonardo e l’anno 0 che diventa -1.
Per sommi capi: dopo la terza qualificazione mondiale mancata consecutivamente, con una rosa sicuramente mediocre e però gestita al peggio da Gattuso, con alle spalle la grande bandiera Buffon e Bonucci come improponibile uomo di equilibrio,  l’Italia giubila un vecchio uomo di potere, Gravina, per affidare la Figc a un uomo di potere, appena meno vecchio, Giovanni Malagó.

Malagó, lo rivela lui stesso, per la rifondazione del calcio italiano ha in mente un nome: Paolo Maldini. Monumento del Milan più vincente di tutti i tempi, tra i calciatori italiani e globali più importanti, riconosciuti e carismatici di ogni generazione. Un totem. Fama conclamata di carattere volitivo, molto, molto convinto del proprio valore: ai fuoriclasse può capitare di eccedere in fiducia nei propri mezzi, del resto capita spesso anche alle pippe. Maldini, lungo reduce da un lacerante addio al suo Milan, a casa propria, arriva, porta con sè il fidato Leonardo, e – non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo – ha da subito un piano A in testa: Pep Guardiola. Il più importante e celebrato allenatore in attività. Anche lui, senza dubbio, un monumento. Chissà se Paolo ha ecceduto in ottimismo. Chissà se Malagó ha insistito per capire la concretezza del sogno. Chissà, chissà, chissà.

Sta di fatto, che quando Pep dice che il cachet non basta, che una generazione di calciatori medi da risanare in un paese decotto sono troppo anche per lui, il castello crolla di colpo. Il piano B unico di Maldini – per quel che leggiamo – è Andrea Pirlo. Campione del mondo, come Gattuso, antico sodale del grande capitano milanista, e un cv di allenatore che è un po’ quel che è. Non poi così male in una Juventus a fine ciclo e in transizione, forse scaricato troppo in fretta da Elkann, ma poi, calcio minore in Turchia, serie B in Italia, e nessuno che gli dà fiducia ai livelli – stratosferici – conosciuti dal calciatore che era stato.

Sui giornali si legge che Malagó è perplesso, a dir poco. Vorrebbe Roberto Mancini, vincitore dell’Europeo 2021 prima di andare a farsi coprire d’oro in Arabia. Oppure Antonio Conte, l’allenatore italiano più vincente, insieme a Massimiliano Allegri, ovviamente lasciando stare sua maestà Carlo Ancelotti. Anche lui, prima compagno e amico, e poi allenatore trionfale di Maldini, viene sondato da Paolo: la risposta è no, è sotto contratto col Brasile e lo vuole onorare. Anche per lui, come per Guardiola, non stupisce un no scontato: ma che la trattativa difficilissima sia stata gestita con così poca discrezione.

E insomma, torniamo a Pirlo. Maldini si impunta, insiste: vuole lui, e non vuole Mancini e Conte, entrambi ex compagni di nazionale. Chissà se la voglia di Pirlo – si disse a suo tempo lo volesse anche al Milan, al posto di Pioli – è più grande della voglia di non avere Conte e Mancini. Non lo sapremo forse mai. Pirlo non convince nessuno. Sicuramente non Malagó. Per magia, sui giornali, spunta la spiacevole storia della sponsorizzazione a Fonbet, società russa di scommesse, con tanto di passarella di Pirlo nella Russia di guerra di Putin. È il sassolino perfetto nell’ingranaggio. Niente di illegale, ma quando sei un ex allenatore di una squadretta turca è un conto, quando vai in nazionale evidentemente è un altro. Ci sono cose legali e piuttosto inopportune, questa era una.

Ingenuamente ci siamo trovati a pensare: ma possibile che al momento dell’arrivo di Maldini nessuno gli abbia chiesto: “ok Paolo, ma se Guardiola dice di no, se Ancelotti preferisce incredibilmente il Brasile, chi abbiamo?”. E anche che nessuno abbia obiettato che Pirlo come piano B non convinceva, bisognava parlarne. Perfino: che quando ci si candida a ruoli di rappresentanza della nazione vadano verificati anche requisiti di solidità etica, oltre che le competenze e il CV, e in questo caso forse scricchiolavano entrambi.

Ma poi ci siamo ricordati che siamo in Italia. Al curriculum capita di prendere polvere in un cassetto. Del resto non parliamo neanche. Così finisce che l’ennesima rifondazione finisce in operetta e nella lotta nel fango finiscono vecchi poteri romani e riserve della Repubblica milanesi. E se l’Italia non gioca al mondiale da dodici anni, e le notti magiche di Berlino invecchiano con noi su Instagram di Luglio un luglio, un motivo ci sarà. Anche più di uno.

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