Publish or perish: il dilemma di chi vuol fare ricerca

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21 Novembre 2014

Vorrei aprire il mio spazio personale su GSG con un post su una questione che sta lentamente acquisendo spazio nel dibattito scientifico, ossia la trasformazione degli scienziati da produttori di sapere a commercianti del sapere. Mi spiego meglio: le dinamiche di selezione della classe dirigente della ricerca favoriscono oggigiorno le persone in grado di vendere il proprio sapere rispetto a chi invece si sforza di riportare le proprie scoperte in maniera neutrale.

Il mio campo di esperienza è quello dell’accumulo elettrochimico di energia, detto in parole spicciole le batterie al litio (sí, quelle dei cellulari e dei portatili). E’ un campo dai risvolti altamente pratici, in cui la tendenza generale è quella di portare a batterie piú leggere e piú “ricche” di energia elettrica. Non è un caso che quindi periodicamente escano su giornali e su periodici notizie sul “nuovissimo prototipo di batteria in grado di ricaricarsi in cinque secondi”, sulla “batteria che si ricarica una volta al mese”, su quella che “grazie a materiali nanostrutturati offre performance superiori alle celle commerciali” e cosí via. Il sensazionalismo nel giornalismo scientifico è un argomento abbastanza complesso in sé, per il quale mi riprometto di scrivere qualcosa a riguardo in futuro; il problema vero è che alla base di queste notizie ci sono carriere folgoranti che però, dati alla mano, non avrebbero ragione di esistere.

Andando alla ricerca della fonte originaria di tali notizie, ossia i paper sottoposti a peer review e spesso pubblicati su riviste scientifiche blasonate, l’occhio dell’esperto scorge immediatamente le falle o i trucchi utilizzati per pompare il risultato, i calcoli furbetti che permettono di nascondere sotto il tappeto dei fattori non secondari, le omissioni di alcuni esperimenti chiave che avrebbero invece mostrato l’esatto opposto di quanto pomposamente dimostrato. Il risultato finale è che tali lavori si rivelano essere meri esercizi intellettuali privi di alcuna innovazione, o ancor peggio ricettacoli di risultati non riproducibili. Gli unici a guadagnarci qualcosa sono l’articolista e l’autore della ricerca farlocca.

Questa tendenza a barare o a vendere i propri risultati per piú di quello che sono nasce purtroppo da un’impostazione errata del cursus honorum accademico, che esige articoli del genere per gli avanzamenti di carriera. Specialmente nell’ipercompetitiva Asia i criteri di giudizio sono il numero di articoli pubblicati su riviste di un certo calibro, il numero di paper recensiti, il numero di conferenze a cui si è preso parte e cosí via. Le conseguenze sono articoli scadenti e ripetitivi, recensioni ad altri lavori fatte in fretta e senza spirito critico, e presentazioni che somigliano piú a televendite che non a un resoconto di livello accademico.

Il problema è arcinoto, ma rimane difficile implementare delle soluzioni in un mondo dove la quantità di riviste e di scienziati sono aumentate a livello esponenziale. I controlli di base sono semplicemente saltati. Se da una parte si sono moltiplicati giornali open access che pubblicherebbero qualsiasi cosa pur di rimanere a galla, dall’altra ci sono le riviste prestigiose che preferiscono affidarsi alla reputazione internazionale delle università di riferimento nel fare selezione anziché giudicare gli elaborati scientifici per quello che sono. In entrambi i casi si lascia pieno spazio di manovra ai commercianti del sapere, i quali sono in grado di confezionare i propri risultati o il proprio curriculum in modo tale da perpetuare il circolo vizioso del quale essi stessi sono i maggiori beneficiari.

Science e Nature, le due principali riviste a livello mondiale, stanno provando a correre ai ripari [1], promuovendo la riproducibilità delle misure, e contemporaneamente si sono levati cori di sdegno e boicottaggi di determinate riviste da parte di chi ritiene di essere discriminato a favore dei piú scaltri. Da altre parti sono nati siti che diffondono notizie sugli articoli ritirati perché palesemente falsi [2], come il famoso lavoro apparso su Lancet sul collegamento fra vaccini e autismo. Insomma, il re è palesemente nudo e da piú parti si sta cercando di limitare il fenomeno e di tornare ad un approccio piú conservatore alla valutazione della qualità della ricerca.

Nel momento di massima popolarità delle bufale online e del complottismo, è proprio quello di cui c’è bisogno.

 

[1] http://www.nature.com/news/journals-unite-for-reproducibility-1.16259?WT.ec_id=NATURE-20141106

[2] http://retractionwatch.com/

TAG: bufale, etica professionale, open access, ricerca, scienza, sensazionalismo
CAT: università

8 Commenti

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  1. Andrea Mariuzzo 10 anni fa

    Anche la tendenza a pubblicare in modo frettoloso senza sviluppare un accurato controllo sulla letteratura precedente è un brutto vizio

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  2. Andrea Staiti 10 anni fa

    Molto vero. Grazie per aver messo il dito su una questione delicatissima. Questo è quello che succede quando l’ideale del sapere come fine in sé si offusca e le università si lasciano corrompere dalla mentalità mercatistica. Il problema è quando la cosiddetta “meritocrazia” perde la dimensione di discrezionalità e di valutazione soggettiva, fatta da persone che si prendono il rischio di valorizzare o non valorizzare, e si traveste da metodo puramente quantitativo (quanti articoli hai pubblicato? Impact factor?) Nelle umanistiche questo è ancora più desolante, perché per altro non ci sono neanche in gioco i soldi che (immagino) sono potenzialmente in gioco dallo sviluppo di batterie che si ricaricano in cinque minuti.

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  3. Alessandro Panerai 10 anni fa

    Gentile Grande,

    Intanto mille grazie per l’articolo, sul cui contenuto condivido in pieno. A suffragio di quanto scrive, le lascio altri due esempi, che le strapperanno certamente due risate (si ride per non piangere, ovviamente…):
    1) oggi, su Vox: http://www.vox.com/2014/11/21/7259207/scientific-paper-scam
    2) Il sito Mathgen (http://thatsmathematics.com/mathgen/), che crea

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    1. Alessandro Panerai 10 anni fa

      paper assolutamente “random”, due dei quali sono stati accettati e pubblicati.
      In generale, concordo pienamente con quanto affermano i sig. Mariuzzo e Staiti.

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    2. Andrea Staiti 10 anni fa

      Devo dire che, forse, in ambito umanistico c’è meno il problema del “dato” che viene truccato o inventato. Capitano i virgolettati fasulli o i riferimenti puramente causali, o anche cose farcite di gibberish. Però finora non mi è mai capitato per le mani nulla di veramente fasullo o inventato di sana pianta. Paradossalmente forse meno dati “quantitativi” ci sono meno puoi taroccare facilmente. Se attribuisci, ad esempio, ad un filosofo una tesi che non ha mai sostenuto o se commetti fallacie nell’argomentazione non ho bisogno di ripetere l’esperimento per beccarti e respingerti il paper….

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  4. Lorenzo Grande 10 anni fa

    allo stesso tempo, mentre la qualità degli articoli va giú (mi sarebbe piaciuto parlare anche dell’uso criminale che a volte viene fatto delle Communications), i profitti delle case editrici vanno su, in un’asimmetria che è messa ancor piú in evidenza dal fatto che il lavoro di reviewer non è pagato. Forse bisognerebbe introdurre il sistema dei #brains anche tra le mura di Elsevier, Wiley e compagnia cantante :=)

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  5. Andrea Mariuzzo 10 anni fa

    http://www.glistatigenerali.com/ricerca_riforme/frodi-accademiche-non-pensiamo-soltanto-ai-concorsi/ Proviamo ad aggiungere quest’altro tassello…

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    1. Andrea Staiti 10 anni fa

      Bello l’articolo di Andrea Mariuzzo. L’avevo già letto. Quando sento queste storie a volte mi viene da pensare che il problema sia proprio a monte, nel concetto stesso di “valutare” il sapere. Temo possa essere la classica idea nobile in teoria ma intrinsecamente perniciosa in pratica. Forse la riposta (in un’ipotetica utopia) sarebbe liberalizzare completamente il reclutamento. Ogni dipartimento si sceglie liberamente chi assumere secondo i fondi che ha a disposizione e a fronte di una pianificazione didattico-scientifica pianificata con l’Ateneo. Se ci sono due concorrenti, uno ha cento articoli e l’altro uno ma il primo è manifestamente un idiota (in quel senso pressoché infallibile per cui se hai davanti un idiota tendenzialmente te ne rendi conto) e il secondo è brillante e promettente, a me gira di assumere il secondo e lo assumo. Poi se si rivela un flop, ne pagherò le conseguenze nel senso che ci sarà meno gente che si iscrive al mio dipartimento per studiare. Tutto questo funzionerebbe se e soltanto se (sempre nella mia fantasylandia) si passasse dal finanziamento degli Atenei al finanziamento degli studenti. Lo stato investe sul singolo studente e sarà lui a decidere dove studiare, portando con se la propria “quota.” Questo creerebbe una competitività non mercatistica tra Atenei pubblici a cercare di eccellere per attrarre studenti, e quindi per usare della ipotetica libertà assoluta non per assumere le amanti dell’ordinario ma persone di qualità, a prescindere dalla massa di carta che hanno prodotto. Se l’amante dell’ordinario è pure brava, ben venga l’assunzione dell’amante!

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