Dietro il rogo alla Grenfell Tower il sospetto della “pulizia sociale”

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19 giugno 2017

La morte dei due giovani architetti italiani Gloria Trevisan e Marco Gottardi nel rogo della Grenfell Tower mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Non solo per la nazionalità, ma anche perché anch’io, come loro, mi ero trasferito a Londra appena laureato, esattamente vent’anni fa. E perché, come loro, mi è capitato di vivere in due council estate, gli edifici di edilizia popolare costruiti a partire dagli anni Settanta per venire incontro alle esigenze abitative di una fetta della popolazione che, oggi come ieri, non ce la fa a sostenere la follia del mercato immobiliare londinese. Un mercato in cui i prezzi delle case sono triplicati negli ultimi venti anni.

Conosco, dunque, da vicino la realtà dell’edilizia popolare londinese e so che questi stabili, molti dei quali realizzati in aree una volta depresse e oggi divenute di grande pregio, fanno gola a tanti: ai politici che non vedono l’ora di sgomberare aree ricche dalla presenza indesiderata di immigrati e persone dei ceti sociali meno abbienti; e ai costruttori, i famigerati developers, che hanno fatto un business milionario della ristrutturazione di interi quartieri con la conversione dei council estate in residenze di lusso da vendere a prezzi decuplicati.

La complicità della politica è evidente. Il meccanismo è semplice e rodato: abbandonare gli stabili al loro destino riducendone al minimo la manutenzione fino al punto da renderli inagibili. A quel punto si provvede a sgomberarli per “ragioni di sicurezza”, apparentemente nell’interesse degli stessi inquilini, poi murarli per evitare le occupazioni, infine cedere l’area ai developers che li butteranno giù per ricostruirli in versione lussuosa.

Se dal punto di vista finanziario e commerciale l’operazione è un successo, il prezzo sociale è elevatissimo. A farne le spese, ça va sans dire, sono sempre i poveri. Il rinnovamento urbanistico e la gentrificazione che Londra sta sperimentando a ritmi velocissimi negli ultimi anni significa anche sradicare intere famiglie da quartieri di grande interesse immobiliare e obbligarle a spostarsi in aree periferiche della metropoli. Non si tiene in considerazione che quelle persone, quelle famiglie, vivono da decenni nei quartieri oggi ambiti dai costruttori e lì hanno messo radici, strutturato la loro intera esistenza, costruito le loro reti sociali e relazionali. In una parola, la loro identità.

L’incendio della Grenfell Tower ha avuto il merito di smascherare questa ipocrisia della politica e dell’economia. La rabbia dei sopravvissuti e degli abitanti di Latimer Road è esplosa nel momento della tragedia. I loro appelli inascoltati affinché gli impianti del palazzo venissero messi a norma sono diventati un capo d’accusa moralmente insostenibile per la società comunale incaricata della manutenzione e per lo stesso Municipio di Kensington e Chelsea a guida Tory.

“Vogliono le persone come noi fuori dalla zona,” ha dichiarato al Guardian un’assistente bibliotecaria, mentre Beinazir Lasharie, residente e consigliere municipale del Labour, ha rincarato la dose: “Al Municipio di Kensington e Chelsea non importa nulla di noi, non ci danno ascolto. È come se volessero che ce ne andassimo da qui. Stanno facendo una pulizia sociale in tutto il quartiere”. Un’opinione ampiamente diffusa tra gli abitanti di Latimer Road che ha fatto scattare la rabbiosa manifestazione dell’altro giorno con l’occupazione temporanea degli uffici comunali. Il rogo assassino ha portato al momento della verità. Le risposte della politica su cosa sarà della Grenfell Tower e dei suoi abitanti ci diranno se i sospetti di pulizia sociale in atto attraverso le politiche abitative sono fondati o meno.

TAG: classismo, gentrificazione, Grenfell Tower, Londra, pulizia sociale, Regno Unito, rogo
CAT: Londra

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