Milano
Mons. Bressan (Curia di Milano): non vogliamo che la città diventi una grande Disneyland
Monsignor Luca Bressan è nato a Varese nel 1963. Teologo, scrittore, docente, ricopre l’incarico di Vicario episcopale presso l’Arcidiocesi di Milano.
Se la Chiesa milanese fosse paragonabile a una grande azienda potremmo dire che mons. Bressan è uno dei componenti del consiglio di amministrazione. Probabilmente uno dei più influenti, visto che tra le sue deleghe troviamo alcune competenze di grande rilievo come la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, l’ecumenismo. Troppo lungo sarebbe riportarle tutte, una per una.
Ricopre anche l’incarico di presidente della Caritas ambrosiana.
Ospite nella sede arcivescovile di piazza Fontana a Milano provo a ragionare insieme a lui su alcuni temi che toccano la vita di tutti i giorni dei cittadini milanesi e non solo.
La Milano degli ultimi decenni si è trasformata velocemente. E’ diventata una città certamente più ordinata, moderna e internazionale ma forse ha, di slancio, superato alcuni limiti. Molte persone la vorrebbero meno orientata agli eventi, meno “scatola vuota da riempire” e rimpiangono una milanesità perduta. Lei che città vede se guarda al passato recente, al presente e al futuro?
Premetto che io non sono milanese per nascita, sono nativo di Varese, ma mi considero milanese in quanto cristiano perché sono stato battezzato e cresciuto nella diocesi di Milano. Milano l’ho conosciuta quando sono entrato nel seminario nel lontano 1977 per essere poi ordinato presbitero.
Questo mi permette di dire che dall’inizio ho visto una Milano effettivamente più grande e diversa da quella che vede un cittadino. Ho visto la Milano della diocesi, una Milano che potrebbe essere quella città metropolitana che invece l’amministrazione pubblica fatica a realizzare.
Era una Milano che comprendeva già tante contraddizioni che, da un punto di vista negativo erano ferite aperte, da un punto di vista positivo erano luoghi in cui cercare energie per costruire insieme, per legarsi insieme e costruire il “noi”.
Penso che l’aggettivo ambrosiano mi abbia molto definito e possa definire anche questa città. Ho visto da vicino la “Milano che cresce” perché sono vicario episcopale dal 2012 . Ho respirato il clima affaticato dell’Expo, con tutte le sue paure, come quella che se l’evento non fosse riuscito la città si sarebbe svuotata ulteriormente e avrebbe perso attrattiva per i giovani e di conseguenza la capacità di costruire il futuro. Ho visto anche le fatiche, le critiche lanciate contro Expo; infine tutti abbiamo visto invece il successo di Expo.
Come Chiesa abbiamo partecipato a dare contenuti a Expo, a far sì che non fosse solo un grande evento di gastronomia internazionale, ma fosse davvero un laboratorio per capire che cosa nutre la vita, che cosa nutre il pianeta. Ciò che poi Papa Francesco avrebbe spiegato (ha pubblicato un’enciclica durante Expo) come “ecologia integrale, ecologia spirituale, la grande cura della casa comune”.
Posso dire che vedo una Milano che ha iniziato a prendere coscienza delle forti trasformazioni che la abitano. Il Cardinale Scola, giustamente, riguardo Expo diceva che Milano avrebbe dovuto imparare a utilizzare l’evento per continuare a conservare quello spirito, quell’anima da comune lombardo, da comune italiano; quell’anima rinascimentale umanistica molto forte segnata molto anche dal cristianesimo. Ma allo stesso tempo si rivolgeva a una Milano in cui misurarsi con le grandi sfide internazionali, perché in realtà Milano stava cambiando già dall’inizio del nuovo millennio.
In seguito a fattori che sono indipendenti da qualsiasi legame di fede, è arrivata ad esempio una presenza islamica richiamata qui da motivi di lavoro, da motivi economici. E questo ci ha interrogato e ci interroga anche adesso.
La diocesi sta lavorando in un modo molto incisivo perché ci siamo accorti che nei nostri oratori (soprattutto durante le attività estive) abbiamo una presenza islamica non solo a livello, permettetemi il termine, di “utenza “quindi bambini, ma anche di persone che vogliono essere protagoniste, ovvero adolescenti e giovani. Come rapportarci e come vivere un dialogo interreligioso che non immaginavamo solo qualche decennio fa?
L’altro grande cambiamento è l’arrivo ad esempio di tutto un “mondo dell’Est” che ci ha permesso anche di risolvere un problema come quello dell’assistenza ai fragili e agli anziani. Tutte le collaboratrici familiari che sono arrivate da noi si sono portate qui a mano a mano il loro mondo, contribuendo a rendere Milano una città effettivamente internazionale come la vediamo. Il rischio che si intravede è che se non si regola la velocità di crescita della città , questa velocità ci scapperà di mano.
Si ha l’impressione che, ad esempio, il fenomeno della gentrificazione stia proprio cambiando il tessuto interno della città, ci sono sempre meno cittadini e molti visitatori ; e noi non vogliamo che la città diventi una grande Disneyland, un parco giochi che viene attraversato e viene consumato in questo modo.
Lavoriamo quindi perché rimanga quel luogo di vita che permette a tanti di incontrarsi, per cui si tratta di costruire equilibri dinamici, ben sapendo che nessuno ha la formula perfetta, bisogna comunque essere tutti attori e protagonisti. Il grande vantaggio che abbiamo è la capacità di avere ancora una presenza capillare e quindi un radicamento in quelli che potremmo chiamare i “luoghi generatori,” i luoghi di adolescenza della città che sono le periferie. Lì vediamo la Milano del futuro.
Pochi giorni fa alla presentazione del nuovo Monastero ambrosiano che sorgerà all’interno del MIND più volte ha richiamato il concetto di trascendenza. Parlando con le persone, con i giovani in particolare, sempre più le vedo cercare un riflesso della propria spiritualità in ambiti terreni, per esempio nella bellezza del creato e della Natura. Senza scomodare Spinoza e l’immanenza, non pensa che il richiamo alla trascendenza possa suonare oggi poco attraente?
La domanda è corretta, però la interpreto come una sfida. Come dice uno dei grandi fondatori della nostra fede, l’Apostolo Paolo, “se Gesù non è risorto dai morti è inutile credere”, lo dice ai cristiani di Corinto.
E in effetti il grande cambiamento culturale che stiamo vivendo ci ha tolto le parole di bocca, per confermare l’importanza della trascendenza e della dimensione spirituale dopo la morte, senza la quale ci perdiamo in umanità perché ci portiamo dentro domande che non hanno lo spazio semantico per trovare le risposte che ognuno si è chiamato a costruirsi.
È stato significativo da questo punto di vista un episodio come il trauma del Covid; in quel momento, in cui tutti eravamo obbligati a stare fermi, ci siamo trovati a rileggere un periodo analogo nella storia di Milano. Era il periodo della peste e allora la predicazione di San Carlo era tutta basata su quelli che tecnicamente vengono chiamati i “novissimi”, la morte, l’inferno, il purgatorio e il paradiso, quindi la destinazione ultraterrena.
Noi nella nostra predicazione abbiamo sempre parlato invece di come cambiare la vita qui. Penso che un compito che abbiamo oggi come cristiani, ma in generale un compito che hanno tutte le fedi, è costruire i linguaggi giusti per dire che questa dimensione è una dimensione reale che fa parte della vita.
Viviamo in una società molto controversa. Da un lato c’è chi è pronto all’integrazione e all’accoglienza. Dall’altro chi vorrebbe mettere regole e limiti rigidi, fare respingimenti, chiudersi a riccio davanti al fenomeno delle migrazioni. Come vive la Chiesa milanese questa discrasia sociale?
La vive innanzitutto abitandola, quindi respirandone le contraddizioni, per cui è un corpo lacerato al suo interno come tutta la società più ampia.
Lacerato al suo interno perché contiene posizioni diverse e anche quindi gli estremi di queste posizioni diverse; c’è chi in effetti vorrebbe un’accoglienza senza limiti, nel nome della figura del buon samaritano e quindi del soccorso ai più fragili e ai poveri, e c’è anche chi invece preoccupato per il proprio futuro dice no e vuole costruire mura per difendersi, mettere vincoli e rendere molto più difficile l’ingresso ai migranti.
La Chiesa potremmo dire che vive questo fenomeno in due modi, proprio partendo dal suo interno e parlando ai suoi. Da una parte con un lavoro culturale. La Chiesa è cattolica nel senso tecnico del termine, vive accogliendo nuove forme, nuove forze, nuove culture e lasciando che queste culture si sentano unificate dal fatto che si lasciano interrogare dall’unico Vangelo e dall’unica figura che è Gesù Cristo.
Ma poi lo vive anche a livello sociale, siamo chiamati a creare legami di solidarietà. Penso che l’energia che possiamo mettere in questo grande laboratorio, che non avrà risposte tecniche facili, di corto respiro e di veloce risoluzione, è quella del costruire legami ai vari livelli, partendo dal legame più immediato, quello della carità e quindi cercando di motivare soggetti sempre nuovi a vivere la possibilità di condividere le risorse energetiche che abbiamo con chi ha bisogno.
Innescando anche processi culturali sia all’interno della chiesa sia fuori. All’interno della chiesa l’arcivescovo Delpini ha immaginato e ha realizzato questo Sindodo – “la Chiesa dalle genti” – per dire che mentre si vede che c’è un affaticamento della forma tradizionale della parrocchia ambrosiana, abbiamo comunque un arrivo di figure diverse, forme diverse di vivere la fede, anche cattolica. Perché abbiamo ormai cattolici di altre nazioni, di altre culture ben presenti a Milano, anche di altre chiese, per una stagione ecumenica che per il cristianesimo a Milano è molto interessante.
A livello, come dicevamo “esterno”, operiamo aiutando la città a capire che senza legami non c’è futuro. Da questo punto di vista il concetto di meticciato introdotto dal Cardinale Scola durante il suo episcopato è interessante, siamo chiamati a vedere che, nonostante le forti differenze culturali e anche religiose, le domande che ci poniamo sono le medesime. La paura della morte, la paura della debolezza, dello straniero e così via e quindi possiamo trovare modi per confrontarci e per costruire risposte, trovando il modo per dialogare e scoprirci tutti una sola famiglia.
Torno per un attimo al progetto del Monastero ambrosiano. Prevede la realizzazione di un Chiostro e di un Giardino delle Religioni, uno spazio dedicato all’accoglienza di chiunque entri, indipendentemente dal proprio credo personale. Uno spazio dedicato alla formazione e al confronto. Certamente un passo avanti nel dialogo interreligioso. E’ ancora troppo prematura per Milano l’idea di un unico luogo di preghiera condiviso dove ogni religione gestisce serenamente un proprio spazio di culto, come ad esempio la House of One di Berlino?
Non so se è troppo prematuro o se è irrealizzabile, perché per definizione ogni religione ha una sua identità totalitaria.
Un fedele islamico non entrerà mai a pregare in uno spazio che è condiviso con un’altra fede, lo stesso fanno i nostri fratelli maggiori ebrei e anche noi effettivamente abbiamo i nostri simboli che difficilmente toglieremmo perché saremmo in uno spazio senza identità.
Il problema quindi non è ipotizzare un dialogo che per mettere d’accordo tutti cancelli le differenze, ma al contrario, questa è l’intuizione del monastero ambrosiano, immaginare un luogo in cui possano convivere questi spazi differenti grazie alle piazze che vengono costruite come luoghi di dialogo e di confronto. Milano da questo punto di vista ha una tradizione di dialogo interreligioso abbastanza recente ma anche profonda.
Basti pensare all’eco che ha avuto il discorso di sant’Ambrogio del Cardinale Martini — “Noi e l’Islam” -. Il documento che abbiamo fatto come diocesi – “fede e accoglienza” per gli oratori ambrosiani riguardo il pluralismo religioso vuole proprio continuare su questa linea, cioè riconoscerci, confrontarci e stimarci proprio perché siamo diversi.
Secondo me è significativa la testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine – di cui quest’anno ricorrono i 30 anni dal loro rapimento e dal ritrovamento dei loro cadaveri – che hanno vissuto una forma di dialogo proprio a partire dalla loro identità cristiana.
Penso che lo scopo del monastero sia quello di ordinare in senso tecnico, creare un ordine che permetta di parlare tra differenti, evitando lo scontro. Anche l’ottavo centenario della morte di San Francesco è interessante, lui era andato dal Sultano convinto di diventare martire e invece è riuscito a dialogare e a tornare a casa.
Abbiamo parlato dei fenomeni di immigrazione verso l’Italia e l’Europa. Cosa pensa della costante emigrazione di una parte dei nostri giovani verso l’estero per mancanza di sbocchi di lavoro sul territorio? Milano ha la capacità di formare molto bene i propri ragazzi a livello di studi superiori e universitari ma poi inevitabilmente ne perde una quota significativa per mancanza di posti di lavoro e a causa del costo della vita, che non è proporzionato agli stipendi medi correnti. Pochi giorni fa se ne è parlato anche in un convegno delle Acli milanesi che trattava il tema della “redistribuzione del potere economico e del ruolo attivo dei lavoratori nelle imprese”.
E’ una domanda interessante, non ho neanche le competenze all’altezza per affrontarla nella profondità tecnica che richiede, però posso ricostruire l’orizzonte cristiano in cui ci muoviamo. L’osservazione e la diagnosi sono corrette, abbiamo un problema di ingresso nel mondo del lavoro e poi di condizioni di vivibilità di quel lavoro, quindi come trovare un alloggio e come effettivamente avere una remunerazione che mi permetta poi una vita dignitosa. E’ una questione molto seria.
La risposta che come cristiani abbiamo dato, soprattutto nell’immediato dopoguerra, che abbiamo oggi un po’ perso, fu quella di attivare lo strumento della cooperazione. Questa logica“mutualistica”, che è tipicamente cristiana, andrebbe riaccesa e posta come domanda, come sfida.
L’Arcivescovo Mario Delpini dice spesso che si dovrebbe evitare che le falene del mondo finanziario distolgano dal loro ruolo gli imprenditori. Milano nel dopoguerra aveva una generazione di imprenditori che attualmente si è abbastanza dileguata, si è sciolta e invece sarebbe interessante da questo punto di vista rimetterci insieme.
La logica mutualistica della cooperazione è uno strumento che andrebbe ripreso in modo molto serio e rilanciato, sapendo che stiamo vivendo una forte trasformazione e una rivoluzione culturale. Ogni rivoluzione porta in sé un coagulo di capitali intorno a poche persone. Da questo punto di vista occorre lavorare insieme con gli strumenti democratici che abbiamo per costruire una vera ridistribuzione delle ricchezze. È sempre avvenuto questo fenomeno, è giusto che venga riacceso anche adesso.
Dove non arriva lo Stato per lenire le sofferenze di chi ha di meno e vive ai margini della società operano numerose strutture che fanno capo alla Chiesa e a una vasta platea di organizzazioni di volontariato, sia di ispirazione religiosa sia laiche. Quali sono i limiti operativi di queste organizzazioni e cosa dovrebbero fare le istituzioni pubbliche per favorirne la nascita, lo sviluppo e la crescita?
Domanda interessante posta al vicario che è anche presidente della Caritas Ambrosiana . Occorre, secondo me, da una parte dire che giustamente noi testimoniamo la nostra fede attraverso la carità, se non avessimo queste forme di carità la nostra fede sarebbe davvero astratta e meno credibile.
Però proprio per questo motivo quelle opere devono rimanere opere testimoniali e quindi non possono entrare in una logica organizzativa di risposta ai bisogni. Questa è di competenza giustamente di una comunità civile e quindi di un’amministrazione pubblica. Lo scopo che abbiamo quindi, ad esempio come Caritas Ambrosiana, è sì avere opere segno che testimonino l’attenzione a queste povertà, ma soprattutto è un lavoro culturale nel senso forte del termine, cioè costruire delle opere che permettano a tutti di vedere la fragilità che non vediamo.
Un luogo di frontiera che cerchiamo di abitare ad esempio (come Chiesa ambrosiana l’Arcivescovo l’ha fatto con molto coraggio anche nell’ultimo discorso alla città) è il mondo delle carceri. Attualmente anche dentro il nostro contesto cristiano facciamo fatica a parlare dei carcerati, è passata questa cultura che li vede proprio come dei paria, degli invisibili.
Settimana scorsa c’è stato un altro suicidio nel carcere di San Vittore, una persona che in realtà era in carcere a seguito di una malattia psichiatrica che lo rendeva poco capace di abitare la società civile. La domanda che ci facciamo è come aiutare effettivamente noi, la Chiesa, ma in generale tutto il contesto sociale e civile, l’amministrazione pubblica, a essere all’altezza di questi sfide e di questi problemi, riorientando quindi anche alcune risorse che vanno destinate in modo diverso.
Tra le competenze del suo vicariato vedo che è presente la pastorale missionaria. Chi è il missionario del XXI° secolo?
Domanda serissima. Come già dicevo prima, missionari del XXI° secolo possono essere per esempio quei monaci di cui parlavo prima che hanno scelto di andare in un territorio islamico a vivere. Per capire quanto siano profetici occorre dire che il loro priore, Christian de Chergé, in Algeria c’era già stato prima di tornarci come monaco, ma come soldato, era laggiù per difendere un pezzo dell’impero francese contro i tentativi di liberazione che l’Algeria ha vissuto con i moti di indipendenza.
Ed è interessante che in quel momento da occupante dovendo difendere un territorio è stato informato di una possibile imboscata che avrebbe ucciso lui e altri soldati da un abitante locale che non era neanche cristiano, era musulmano. Loro hanno avuto salva la vita ma questo uomo del posto è stato scoperto ed è stato ucciso.
Christian de Chergé è rimasto impressionato dal fatto che un non cristiano, un musulmano, si sia offerto come vittima al loro posto, con una una logica eucaristica molto forte. Questo l’ha scombussolato, gli ha cambiato la vita, è tornato in Francia, ha deciso di farsi monaco e da monaco tornare nuovamente in Algeria.
Che cosa ci insegna questa vicenda? Che i missionari del ventunesimo secolo sono persone che, animate dalla loro fede, sono capaci di entrare in una cultura, abitarla e mostrare come si costruisce davvero un legame di fraternità. Quando sono stati proclamati beati, Papa Francesco ha voluto che la beatificazione avvenisse in Algeria. I vescovi inizialmente non erano così entusiasti di questa scelta perché è vero che sono stati uccisi 19 religiosi, ma in realtà in quel periodo sono morti anche migliaia di algerini, sono morti 99 imam, ( 99 il numero simbolico con i nomi di Allah) sono morte decine di migliaia di musulmani algerini locali che appunto non aderivano a questa logica terroristica che ha ben poco da spartire con la fede islamica e allora la celebrazione è diventata in realtà la celebrazione di un legame di fraternità che si è creato che vince su tutto.
Il missionario del ventunesimo secolo è quello che in un mondo sempre più parcellizzato e individualizzato costruisce fraternità, è un modo diverso di vivere la cooperazione che dicevamo prima, una cooperazione esistenziale che tocca la vita e che trova energia appunto in quella dimensione che dicevamo “trascendente” senza la quale si è tutti più poveri.
A Milano i soldi non mancano, tutto sommato gli affari scorrono e corrono, in particolare modo a livello di finanza più che di economia reale. A fine marzo la CEI ha licenziato un vademecum molto interessante dal titolo “ Linee Guida in materia di investimenti etici e sostenibili”. Quali sono i paletti insuperabili davanti ai quali i credenti devono dire “non possumus”?
Parto da una premessa, a Milano i soldi forse mancano, nel senso che come Presidente della Caritas ambrosiana non ho risorse sufficienti per rispondere a tutti i bisogni, per cui se qualcuno che ci legge avesse soldi che gli avanzano… li dia alla Caritas!
Al di là della battuta penso che il limite è proprio la separazione del denaro da colui che lo produce, nel senso che siamo di fronte a una rivoluzione antropologica molto forte per cui il denaro da giusto simbolizzatore di quello che avevo generato è diventato invece un valore in sé.
E’ quindi è diventato un feticcio, un idolo. Questo è un limite che non possiamo superare. Il denaro deve rimanere qualcosa di strumentale.
Ieri il Corriere della Sera titolava: Il Papa e l’Intelligenza artificiale, l’enciclica con cui il Vaticano gioca d’anticipo: perché la rivoluzione digitale avrà più effetti di quella industriale. Ai tempi della rivoluzione industriale Marx e Engels avvertivano che “uno spettro si aggirava per l’Europa” e Leone XIII scriveva la Rerum Novarum. Oggi Leone XIV scrive (nel terzo capitolo della sua enciclica Magnifica Humanitas) “ il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa”. Predica controvento o sarà ascoltato?
Parto dal problema e dopo rispondo alla domanda finale che è interessante. Non so se la rivoluzione digitale sarà maggiore della rivoluzione industriale. Mi è capitato (anche prima di diventare vicario insegnando teologia pratica, che è quel ramo della teologia che studia l’esperienza di fede e quindi anche l’istituzione ecclesiale come un legame sociale) di cercare di studiare e di leggere la storia della nostra Diocesi. Se uno va al Politecnico, alla Facoltà di Architettura e va a vedere nell’archivio fotografico che hanno le foto scattate ogni cinque anni della provincia di Milano, rimane impressionato perché il dopoguerra ha cambiato davvero la realtà.
Tutti i quartieri e anche tutte le città satelliti che sono nate, che in realtà sono un’unica grande area metropolitana, dicono che effettivamente è stata veramente una rivoluzione per la vita di quelle persone che vi abitavano. Abbiamo creato dal nulla legami, abbiamo creato anche disagi, problemi.
Penso che rileggere un po’ quella storia ci possa servire perché adesso sta avvenendo qualcosa del genere su nuove piattaforme, non abbiamo più il terreno fisico, abbiamo il terreno digitale, però sta avvenendo qualcosa di simile.
Questo ci deve rendere attenti e avvertiti; tutto il fenomeno che vediamo, a partire della fatica degli adolescenti ad abitare questi nuovi territori, ci deve rendere anche più avvertiti e meno ingenui. Qualche volta li abbiamo lasciati andare per la loro strada, è un po’ come se li avessimo lasciati attraversare l’autostrada senza porre regole.
Dobbiamo sviluppare una pedagogia che è importantissima, una pedagogia che si ispira a quella sfida antropologica che Papa Leone ha indicato nella citazione, il rischio che il paradigma tecnocratico appiattisca la vita, cioè la renda antiumana perché la disincarna.
Uno dei vantaggi e degli svantaggi della vita è che non abbiamo un corpo, siamo un corpo. Siamo una mente, siamo un’idea che è dentro un corpo senza il quale non riuscirebbe neanche a pensare le cose che pensa. Che cosa voglia dire questo in una rivoluzione digitale è una domanda serissima che va posta perché altrimenti davvero diventeremo delle persone dissociate.
Siamo davanti a una nuova forma di essere uomini e donne, dobbiamo costruire i linguaggi perché ne possiamo prendere coscienza. Penso che il grande concetto che dovremmo rideclinare è proprio quest’idea della coscienza, che è il fondamento della nostra identità e che neanche la rivoluzione digitale può farci perdere.
Però non eluda la coda della mia domanda…
La domanda è retorica e la risposta non può che essere retorica, è logico che predica controvento se ci aspettiamo la risposta sui quotidiani, la risposta dei più nei prossimi mesi o in qualche anno.
Invece sarà ascoltato. Guardiamo ad esempio l’Università Cattolica che lancia nel nuovo progetto formativo dei prossimi anni una scuola di integrazione dei saperi, è un’iniziativa che già va in questa linea.
L’idea è mettere nel monastero ambrosiano un centro studi dove ci si confronti davvero in modo molto forte tra tradizioni umanistiche generate dalle religioni e dai loro saperi e le scienze della vita che si stanno sviluppando a Mind. Davvero sono luoghi che ci aiuteranno a costruire strumenti antropologici per il futuro.
Belle parole e buone intenzioni oppure il prodotto di un’esperienza vera nata nel corpo vivo della Chiesa?
La Chiesa può parlare da vicino di tutte queste trasformazioni perché le sta vivendo al suo interno. La Chiesa sta vivendo un cambiamento di forma che solo perché ci siamo dentro non è visto nella sua profondità e anche nella dimensione.
Per aiutare il lettore a capire, come dicevo, io sono entrato in seminario in prima superiore nel lontano 1977. Quell’anno i seminaristi dell’Arcidiocesi Ambrosiana erano 778, la Diocesi di Milano ha avuto più di 1000 seminaristi fino all’anno scolastico 1970-71. Aveva più seminari minori e il seminario maggiore. Attualmente i seminaristi di un unico seminario maggiore sono intorno alla sessantina, per cui in cinquat’anni anni siamo scesi a un decimo. Quello che dico in riferimento al presbiterio, lo si può misurare in città – a Milano soprattutto – (nell’hinterland non ancora) nel calo dei battesimi, e nel calo dei matrimoni.
Da studioso di Teologia Pratica vi dico che sbaglieremmo a leggere questi dati (come spesso si fa) come un semplice trend negativo, in realtà vanno letti in modo più complesso, come un cambiamento di forma . Sono arrivati nuovi cristiani, nuovi cristiani cattolici, nuovi cristiani di altre chiese, stiamo proprio cambiando forma. La domanda che dobbiamo farci è come lo spirito sta ridisegnando la Chiesa di Milano, per quello il sinodo “Chiesa dalle genti”.
Questo fenomeno è interessante perché ci fa capire che non possiamo limitarci a ripetere le azioni pastorali che abbiamo ereditato e che sono funzionate molto bene nel passato, generandoci come cristiani. La sfida adesso è come trovare le azioni che permettano in questo nuovo contesto e alle nuove persone che incontriamo di vivere quell’esperienza di fede che ci ha generato e che ha dato senso alla nostra vita.
Gira e rigira stiamo parlando sempre della ricerca della trascendenza.
Per parlare a una popolazione che frequenta sempre meno le nostre chiese abbiamo immaginato un festival di spiritualità, due soggetti cattolicissimi come la Diocesi di Milano e l’Università Cattolica hanno immaginato di creare questo spazio di silenzio e riflessione dentro la città proprio per aiutare tutti, indipendentemente dalla risposta di fede che si danno, per capire che senza trascendenza non c’è legame.
E’ necessario costruire un “noi” all’altezza delle sfide antropologiche che siamo chiamati a vivere. La cosa interessante è che siamo arrivati alla terza edizione, stiamo già costruendo la quarta.
Il successo che ha avuto ci dice che la domanda è presente tra la gente e che è un problema di linguaggi, non di mancanza di domanda. Dobbiamo trovare i linguaggi giusti per dire a questa gente che vive anche con stordimento l’accelerazione in corso del cambiamento che la trascendenza è possibile viverla anche oggi.





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