Venezia
8 maschi in gondoletta
L’investitura. Tra due settimane saranno i giorni dell’investitura. Qui nel 6L c’è l’Occidente medio: pendolaresco, spesso giovane, immigrato. Una stivata di varia umanità che ogni giorno scivola in città per mandare avanti il circo.
L’andro-pausa politica veneziana vista dal 6L
L’investitura. Tra meno di due settimane giungeranno i giorni dell’investitura. Come ogni 5 anni otto dignitari maschi, tribuni delle gens lagunari, si contenderanno nell’urna la poltrona più alta. Il protocollo prevede che ciascun dignitario sia sostenuto da un clan di supporto, il quale a sua volta è suddiviso in casate, che a loro volta hanno partorito 19 alambiccati elenchi di candidati per il consiglio. Ne deriva che ci saranno almeno 670 candidati consiglieri per 36 posti appena. Un gran desiderio di consigliare insomma. Come capirete, si tratta in realtà di una rodata liturgia di coinvolgimento delle famiglie. In ogni anfratto, ormai da qualche tempo, trovi degli sconosciuti pronti ad infilarti in tasca il santino del loro amato nipote. I numeri però, impietosamente, ci dicono che resteranno quasi tutti delusi, tranne i dignitari stessi, per i quali è previsto, a meno di una disfatta elettorale, almeno uno scanno di ripiego. È questa l’ultima incarnazione di un rito antico, tribale, tipico della nostra specie, presente fin dalla notte dei tempi e, qui in laguna, almeno dall’elezione di Paoluccio Anafesto.
Il mondo dal 6L. Sì, lo ammetto, anch’io nell’autobus guardo lo schermetto. Il pendolare è un equilibrista dello schermetto. Sarà forse perché qui si sta tutti i giorni abbarbicati, col miraggio dei posti a sedere, e così ci rinfranchiamo sbirciando sullo schermetto: ora una bella spiaggia caraibica, ora il video di quelli che scivolano in piscina. Siamo diventati bravissimi a infilare lo schermetto in anfratti immaginari: eccone uno tra le braccia del vicino con lo zaino, eccone un altro sopra la testa di quella suorina etiope.
Ad esempio, stamattina qui c’è una signora col tablet, di quelli grandi; pure lei sta in piedi, proprio accanto a me. A vederla sembra una funambola elettronica: sta guardando una puntata della sua serie preferita, ma su un enorme tablet da dieci pollici. Sì, in piedi. Nonostante qui si stia tutti sardinati, come nella latta. Altro che circo Medrano. Siamo stupendamente Fantozzati, con la nostra bella radiolina abusiva al cinema aziendale.
Ecco. Solo che il mio profilo umano, di consumatore digitale, deve aver fatto pensare all’algoritmo americano che io sia un curioso di politica, e così l’algoritmo insiste, anzi, persiste, a mostrarmi la politica veneziana. Oggi, ad esempio, mi mostra, senza audio (c’è rispetto tra schermati), insomma mi mostra una qualche presentazione politica in città, e così, senza troppa convinzione, me la sorbisco. Dalla mestizia cavernicola degli ambienti riconosco che siamo nella scoletta dei callegheri. Dalle inquadrature della prima fila intuisco che si tratta delle prove di quella “grosse coalition” che al secondo turno punta ad incoronare Martella sindaco, e quindi a promuovere uno stormo di altri sub-candidati sindaco, underdog a libera gravitazione, in altrettanti assessorati di secondo turno. Inutile dirlo, siamo in Italia, mica in Iran, perciò è una fila maschia, per candidati maschi. Si vede in effetti che pure la seconda fila, quella degli sparring partner, è incanutita e maschia. L’audio dell’assise potrei anche metterlo io. Perché sì, credetemi sulla fiducia, le danze, almeno da queste parti, cioè nel sottobosco umano lagunare, tendono a ripetersi per decenni. Provate a pensare che il candidato unico del centrodestra era entrato in consiglio comunale proprio col centrosinistra, sedici anni fa, e politicamente vi assicuro che lui non si è spostato di un millimetro. Ci si potrebbe anche fermare qui.
Ma torniamo al videino. L’assenza di audio sullo schermetto aggiunge un certo surrealismo alla celebrazione. Stimo ad occhio che siamo sui 73, forse 74. Non sono le presenze: è l’età media. L’età dei problemi prostatici. Più o meno la stessa età degli spalti di Andropov a Mosca in un lontano primo maggio dell’83. Ma ecco che ora il pigro cameraman dell’emittente locale passa stancamente al controcampo. Dal grigiore delle capigliature si vede che anche nella sala si sta sui 70 di media. L’assenza di audio diviene subito impietosa. E così, improvvisamente, quella cavernetta imbiancata mi ricorda, da quaggiù, dalla pancia gonfia di questo 6L, quel bellissimo, potentissimo, no… di più… quell’ineguagliabile ballo delle cariatidi che c’è nel finale di “Signore e signori, buonanotte“, geniale film collettivo del 1976.
Rido tra me. La signora qui accanto, quella che si guarda la serie, quella che riesce a manovrare il suo telefunken sottile con incredibile maestria, tra le dita smaltate di una sola mano, lì, assorta com’è, intenta a non perdere un solo fotogramma di questa roba che mi pare essere Grey’s Anatomy, ecco, la signora smaltata, che di suo non si fa distrarre nemmeno dalle peggiori inchiodate del bus, mi fa stare tranquillo: non si accorge certo di questo mio sorriso stupidamente sardonico.
Qui nel 6L c’è l’Occidente medio: pendolaresco, spesso giovane, immigrato. Una stivata di varia umanità che ogni giorno scivola in città per mandare avanti il circo, gente che dopo il caffè arriva nell’isola pesce per alzare le serrande, e ci arriva in piedi, zippata nel suo bus, concentrata a Candy Crush, in vocali al moroso, a leggere il PDF, a guardare nel vuoto con l’elmetto giallo di Fincantieri in testa o, infine, a raccontare a uno sconosciuto fratello di avambraccio quel lavoro al negozio. Per questo vario popolo incidere, pesare nei processi politici, sociali, e cioè sulla realtà politica, ha ancora un valore. In fondo qui tutti sanno che la nostra vita dipende da quello che fa l’America in Iran, solo per dirne una. Diversamente, e di questo ne sono sicuro, quel rituale di “fingere di incidere” nei processi, quello no, non ha mai avuto alcun valore. Ci sono già troppe robe da fare.
Ora vedo nel mio schermetto che la sala catacombale mostra uno dei vecchi, uno che conosco, uno che era vecchio quando io ero bambino: ecco, si vede che arrotola il giornale sotto il braccio sedendosi, con gesto ginnico, sincronico, perfetto. Uno Yuri Chechi della disciplina del giornale avvolto durante la seduta. Il giornale di carta. Che ricordi. È un bel quadro. E cosi ora la fantasia mi fa pensare che mi piacerebbe avere una bacchetta magica e riportarli tutti nel 1970, reidratare quei cuori essiccati e tornare a sentirli litigare, arruffati, sentire riemergere quella vecchia convinzione di chi ha il mondo in mano, di chi non attende, di chi pretende di cambiare realmente qualcosa.
Adesso invece questa caduca assise della scoletta, ben che gli vada, ha l’unico residuale diritto di scegliere il colore delle tende degli uffici comunali. Al resto ci pensa il mercato e la sacra regia del PIL. Lo sanno tutti: non è una sfiducia qualunquistica verso “il-voto-conquistato-dai-nostri-nonni”, no, è piuttosto la cruda realtà dell’algoritmo liberale e della restante, misera, forchetta di operatività. Solo chi se lo nasconde non lo vede. Una totale mancanza di gradi di libertà operativi, che appare evidente anche nei grigi confronti tra i candidati (si veda il recente Martella-Venturini), in cui le distinzioni, finanche puramente narrative, finiscono per somigliare al vecchio giochino del “trova le differenze” della Settimana Enigmistica.
E così la politica, diciamo democratica, col suo rituale asseverativo elettorale, specie quando di prossimità, ha perso ogni appeal: si è ridotta a una specie di canasta per vecchi. Come il solitario, come la tombolata. O, se guardiamo nei ranghi più alti, come il circolo del bridge, l’isola di Epstein, come un bunga da Gheddafi. Al limite, lassù, in quei gironi più alti, con l’insider trading tra le furbate che vengono tollerate.
Ora vedo che si alza Martella, sta per parlare: è il giovane, ha infatti solo sessant’anni. Nella scoletta sarà sempre il più giovane, perché qui si va per consunzione: è il destino dei circoletti delle bocce.
Va comunque riconosciuto che la politica rimane, per i pochi posti a sedere, un bel lavoretto. Crea dei crediti con chi conta. È una specie di banco di prova: dopo si va a dirigere qualcosa di vero da qualche altra parte. Così ogni tanto si vota. Il caso vuole che vinca sempre il candidato più credibile per i gironi che contano, quello più ammanicato a Roma, chi grazie a questo o con capitali personali poi raccoglie più soldi, il come non importa, e sia pace all’anima di Mazzacurati. Chi vincerà, subito dopo l’elezione, guarderà a nuove stoffe per le tende e alla lunga lista di richieste che l’algoritmo liberale impone ad ogni territorio. I perdenti invece reciteranno l’opposizione. In pratica si dedicheranno a parlare al vento per cinque anni, in una stanza coi ragni, in cui si può entrare solo se si è sordi certificati. Giusto qualche occasionale battuta di spirito giungerà, ogni tanto, all’altra sponda del consiglio comunale, e così si riderà tutti insieme, come si fa alla tombolata. Niente più di questo: una SPA per degli ego in età pensionabile.
Mentre fuori, lì, tra gli schermi dei pendolari, ecco che ogni tanto almeno arriva una ventata d’aria. Come un refolo isolato. Come quando ci fu quel sussulto per Gaza. Come quando, ogni tanto, il cuore si sveglia e blocca un treno d’armi. Come quei ragazzi, che già sanno dell’estinzione, quella che ci scivola addosso scorsoia. Qualcosa di reale insomma. È questa la fase. Del resto tutti qua nel 6L lo sanno. Sanno che la politica o cambia i giochi, oppure è il giochetto di chi non cambia.
Le vere “casematte” gramsciane non stanno nella teca comunale, né mai ci sono state, anche quando la politica magari andava oltre l’armocromia delle tende. Quelle casematte stanno nei quartieri: sono le poche scuole popolari, quelle che fanno incontri di attualità, balli, proiezioni, dove a volte si canta. Tutto ciò che dicono, almeno in questa fase, è nella sostanza una sola cosa: fratellanza. Può sembrare poco. Ma è il poco che abbiamo, un acino d’uva. Sono questi avamposti l’unica trincea reale che sorregge, in ultima istanza, i diritti sostanziali del popolo, almeno qui, in Occidente. Sono questi i nostri bastioni, che si risvegliano ogni tanto con gli scossoni, che diffondono le contronarrazioni, che incidono nei referendum, che smarcano frammenti di umano dal mercato. Luoghi che valgono ovviamente più di ogni balletto catacombale, oltre ogni burocrazia del consenso, un consenso prima divenuto liquido e poi scivolato nel brodo pubblicitario. È per questo che soprattutto la destra, quando può, questi nostri bastioni li chiude e ne sigilla le stanze.
E così mi devo correggere: il potere di sabotare la fratellanza è, in effetti, il secondo potere che rimane, oltre quello sul colore delle tende.





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