Consumi
Homo stupidus: il referto clinico di una civiltà che ha smesso di pensare
Seconda intervista satirica al Dottor Sistema. Attraverso l’ironia dell’assurdo, la rubrica racconta le contraddizioni del nostro tempo. Questa volta il paziente è l’umanità stessa, chiamata a rispondere a una domanda scomoda: siamo ancora davvero Homo sapiens?
Intervistatore: Dottor Sistema, bentornato. Oggi però non le porto un paziente qualunque.
Dottor Sistema: Meno male. L’ultima volta era convinto di avere un’influenza e invece aveva letto due commenti su Facebook.
Intervistatore: Questa volta il paziente è l’umanità.
Dottor Sistema: Ah. Allora la visita è semplice. Il paziente è grave, ma continua a ripetere che “va tutto bene”. È il sintomo peggiore.
Intervistatore: Qual è la diagnosi?
Dottor Sistema: Homo stupidus.
Intervistatore: Un po’ drastico.
Dottor Sistema: No, realistico. Continuiamo a chiamarci Homo sapiens come se fosse un diritto acquisito. Ma essere sapienti non è una caratteristica biologica, è un comportamento. Se uno compra una chitarra non diventa musicista. Allo stesso modo, avere uno smartphone non rende intelligenti. Al massimo rende raggiungibili.
Intervistatore: Quindi secondo lei stiamo diventando più stupidi?
Dottor Sistema: No. Questa è la parte interessante. Gli esseri umani sono sempre stati straordinariamente capaci di fare sciocchezze. Abbiamo combattuto guerre mondiali, perseguitato scienziati, bruciato libri, condannato filosofi, costruito armi capaci di distruggere il pianeta e poi ci siamo stupiti che fossero pericolose. Non è la stupidità ad essere una novità. La novità è che oggi possiede una connessione ultraveloce e un algoritmo che la distribuisce gratuitamente.
Intervistatore: Quindi il problema non sono i social network?
Dottor Sistema: No. Sarebbe troppo comodo. Dare la colpa ai social è come dare la colpa allo specchio perché riflette una faccia stanca. I social non hanno inventato la superficialità. Le hanno semplicemente dato un modello di business. Una volta lo stupido del paese veniva ascoltato al bar da dieci persone, che dopo cinque minuti gli offrivano un caffè e cambiavano argomento. Oggi può raggiungere dieci milioni di utenti prima di pranzo, aprire un canale, monetizzare e vendere un corso su come diventare intelligenti.
Questa sì che è innovazione.
Intervistatore: Quindi il vero cambiamento è la scala del fenomeno?
Dottor Sistema: Esatto. Abbiamo democratizzato la parola, che è una conquista enorme. Ma abbiamo confuso la libertà di esprimersi con l’autorevolezza. Sono due cose completamente diverse. Oggi la visibilità viene spesso interpretata come prova di competenza. Se uno ha cinque milioni di follower, automaticamente deve sapere qualcosa. Non importa cosa. Basta che lo dica con sicurezza.
Intervistatore: Però oggi abbiamo accesso a tutta la conoscenza del mondo.
Dottor Sistema: E questa è probabilmente la battuta più riuscita della storia dell’umanità.
Abbiamo messo la Biblioteca di Alessandria dentro il telefono e la usiamo per vedere se un influencer ha cambiato taglio di capelli. È come comprare un osservatorio astronomico per controllare se il vicino ha steso il bucato. Il problema non è la tecnologia. È il modo in cui decidiamo di usarla.
Intervistatore: Lei insiste molto sul tempo.
Dottor Sistema: Per forza. Tutti parlano di denaro. Nessuno parla del tempo. Eppure il denaro si può recuperare, il tempo no.
Molti controllano il tempo giornalmente trascorso sui social. Due ore. Tre ore. Qualcuno anche quattro. Poi chiudono la schermata e continuano. È come salire sulla bilancia, vedere centoquaranta chili e festeggiare con una torta. Due ore al giorno sembrano poche finché non diventano settimane intere ogni anno. Settimane che avremmo potuto dedicare a leggere, studiare, imparare una lingua, coltivare un’amicizia, fare sport o semplicemente annoiarci.
Sa qual è il problema? Abbiamo dichiarato guerra alla noia. E la noia era uno dei luoghi preferiti dell’intelligenza. Le idee migliori raramente nascono mentre scorriamo cento video consecutivi.
Intervistatore: Quindi il pensiero richiede lentezza?
Dottor Sistema: Il pensiero richiede silenzio. E oggi il silenzio è diventato un lusso. Viviamo immersi in notifiche, video, messaggi, podcast, musica, breaking news e polemiche continue. Il cervello non ha più il tempo di sedimentare nulla. Mangiamo informazioni come mangiamo nei fast food: velocemente, continuamente e senza gustarle. Poi ci stupiamo se facciamo fatica a ricordare quello che abbiamo letto ieri.
Intervistatore: Molti sostengono che oggi le persone siano meno preparate.
Dottor Sistema: Non mi interessa stabilire se siano meno preparate. Mi interessa osservare un altro fenomeno: oggi l’ignoranza non prova più imbarazzo. Un tempo dire “non lo so” era normale. Adesso tutti hanno un’opinione su tutto. Economia. Medicina. Geopolitica. Fisica. Calcio. Astrofisica. Naturalmente con lo stesso livello di sicurezza.
La competenza è diventata sospetta. Il dubbio viene interpretato come debolezza. Chi urla viene percepito come leader.
È una civiltà curiosa. Più una questione è complessa, più pretendiamo risposte semplici.
Intervistatore: Ma la storia non è sempre stata così?
Dottor Sistema: Eccome se lo è. Ed è forse questa la parte più ironica della faccenda. Ci raccontiamo una storia dell’umanità fatta di grandi geni, grandi scoperte e grandi rivoluzioni, ma dimentichiamo un dettaglio: gli Homo sapiens autentici, quelli capaci di cambiare il corso della storia, sono sempre stati pochissimi. La maggior parte della specie apparteneva già allora agli Homo stupidus. Solo che non avevano ancora Internet.
Intervistatore: Quindi i geni hanno sempre avuto vita difficile?
Dottor Sistema: Direi pessima. Socrate è stato condannato a morte. Galileo processato. Van Gogh è morto povero dopo aver venduto un solo quadro. Tesla è finito nell’oblio. Mendel è stato ignorato per decenni. Potrei continuare ancora a lungo. Abbiamo una strana abitudine come specie: quando nasce un vero Homo sapiens lo trattiamo come un problema da risolvere; quando muore, lo trasformiamo in un monumento da inaugurare.
Intervistatore: Perché?
Dottor Sistema: Perché il vero Homo sapiens mette a disagio gli Homo stupidus. Fa troppe domande, vede cose che gli altri non vedono e costringe tutti a rimettere in discussione le proprie certezze. È molto più semplice ridicolizzarlo, isolarlo o considerarlo “strano”. Il branco non ama chi pensa troppo: preferisce chi conferma quello che pensa già. È successo per secoli e continua a succedere ancora oggi, con una sola differenza: un tempo il branco si riuniva nella piazza del paese, oggi ha una connessione in fibra ottica e un profilo social.
Intervistatore: Quindi gli Homo sapiens sono una specie in via d’estinzione?
Dottor Sistema: No. Sono sempre stati una minoranza. La differenza è che oggi gli Homo stupidus hanno finalmente trovato il modo di organizzarsi, fare rete e, soprattutto, monetizzare.
Intervistatore: Quindi oggi gli Homo stupidus hanno semplicemente più strumenti?
Dottor Sistema: Esatto. La tecnologia è neutrale. Può costruire una biblioteca oppure un megafono. Il problema è che abbiamo scelto il megafono.
Prenda la democrazia. Ci avevano promesso che Internet avrebbe avvicinato i cittadini alle istituzioni. Immaginavamo consultazioni continue, dibattiti pubblici di qualità, strumenti per coinvolgere milioni di persone nelle decisioni collettive. Avevamo finalmente la tecnologia per rendere la democrazia più partecipativa.
Intervistatore: E invece?
Dottor Sistema: E invece abbiamo costruito piattaforme perfette per discutere di tutto… tranne delle decisioni importanti. Oggi con un telefono possiamo ordinare una pizza, prenotare un volo, aprire un conto corrente, firmare documenti digitali e perfino controllare in tempo reale dove si trova il corriere. Ma partecipare davvero alle decisioni pubbliche? Quello continua a essere sorprendentemente complicato.
È curioso, non trova? La tecnologia accelera qualsiasi attività che produca profitto. Quando invece potrebbe aumentare il potere dei cittadini, improvvisamente diventa tutto molto difficile.
Intervistatore: Quindi il cittadino si sente inutile?
Dottor Sistema: Più che inutile, irrilevante. Ed è una differenza enorme. La maggior parte delle persone ha ormai la sensazione che la politica sia qualcosa che accade altrove, in un luogo distante, dove le decisioni vengono prese comunque e il singolo possa fare ben poco per cambiarle.
Quando un cittadino smette di credere che la propria partecipazione possa incidere, smette anche di partecipare. È una reazione perfettamente razionale. E quando i cittadini smettono di partecipare, qualcuno partecipa al posto loro.
Intervistatore: Però oggi la politica sembra essere ovunque.
Dottor Sistema: Sì, ma è ovunque come spettacolo. Una volta il politico cercava consenso. Oggi cerca copertura mediatica.
Una volta contavano i programmi. Oggi conta l’algoritmo. La domanda non è più: “Qual è la soluzione migliore?” La domanda è: “Quale frase diventerà virale?”
La politica ha imparato una lezione fondamentale dai social network: essere ricordati è più importante che essere approfonditi.
Intervistatore: E qui entrano in gioco gli influencer?
Dottor Sistema: Gli influencer sono il simbolo perfetto della nostra epoca. Non perché siano necessariamente persone poco competenti. Ma perché rappresentano un cambiamento culturale. Un tempo diventavi un punto di riferimento perché avevi prodotto qualcosa di importante. Oggi, molto spesso, diventi un punto di riferimento perché hai catturato attenzione. È un’inversione notevole. L’autorevolezza produceva notorietà. Oggi la notorietà viene spesso scambiata per autorevolezza. Sono due concetti completamente diversi.
Intervistatore: Lei una volta mi disse che la figura più vicina al politico moderno è proprio quella dell’influencer.
Dottor Sistema: Lo penso ancora. Entrambi vivono di attenzione. Entrambi devono rimanere costantemente visibili. Entrambi combattono contro un nemico terribile: l’oblio dell’algoritmo. La differenza tra una campagna elettorale e una strategia di personal branding si è assottigliata enormemente. In alcuni casi cambia soltanto il prodotto.
Intervistatore: Questo influenza anche il modo in cui viviamo?
Dottor Sistema: Naturalmente. Se il sistema premia la visibilità, tutti cercheranno visibilità. Se il sistema premia l’apparenza, tutti investiranno nell’apparenza. Se il sistema premia la provocazione, tutti diventeranno provocatori. Gli incentivi modellano i comportamenti molto più dei discorsi morali. È economia, prima ancora che psicologia.
Intervistatore: Vale anche per le relazioni?
Dottor Sistema: Direi soprattutto per le relazioni. Viviamo in un’epoca nella quale conosciamo prima il corpo che la mente, prima l’immagine che la personalità, prima la fotografia che il carattere. Le piattaforme ci insegnano a decidere in pochi secondi se una persona ci interessa oppure no. Il problema è che l’intelligenza, l’ironia, la sensibilità e la profondità hanno un difetto enorme: richiedono tempo. E il tempo, come abbiamo detto, è diventato il bene più scarso della nostra civiltà. Così finiamo per scegliere le persone con la stessa logica con cui scegliamo un contenuto: se non ci colpisce immediatamente, passiamo al successivo.
Intervistatore: Quindi anche le relazioni sono diventate più veloci?
Dottor Sistema: Più veloci e, spesso, più fragili. Perché se abituiamo il cervello ad avere sempre un’alternativa migliore a portata di dito, finiamo per applicare la stessa logica anche alle persone. Il mercato è un eccellente meccanismo per scegliere un prodotto, molto meno per costruire un amore. Le relazioni richiedono pazienza, difetti, compromessi e tempo. Tutte cose che gli algoritmi considerano una perdita di engagement.
Intervistatore: Ma c’è qualcosa di sbagliato nel prendersi cura del proprio aspetto?
Dottor Sistema: Assolutamente no. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Un bel fisico richiede disciplina, sacrificio e costanza, qualità che meritano rispetto. Il problema nasce quando il corpo smette di essere una parte della persona e diventa l’intera persona. Oggi sembra che l’immagine venga prima della mente, i muscoli prima delle idee, il profilo social prima del carattere. Ai giovani viene trasmesso continuamente questo messaggio: investi sul tuo aspetto, perché è quello che il mondo noterà. Molto meno si dice loro di investire nella curiosità, nella cultura, nello spirito critico o nella capacità di comprendere gli altri. Eppure sono proprio queste qualità a costruire relazioni durature, una società più matura e perfino un’economia migliore. Una civiltà che allena soltanto il corpo e smette di allenare il cervello rischia di ritrovarsi con addominali perfetti e idee sempre più deboli.
Intervistatore: Quindi è cambiato anche il concetto di successo?
Dottor Sistema: Direi che abbiamo cambiato il metro con cui lo misuriamo. Oggi il successo coincide troppo spesso con due indicatori: visibilità e profitto. Se hai milioni di follower sei importante. Se guadagni milioni sei un modello. Che cosa tu abbia realmente prodotto per la società diventa quasi un dettaglio. Abbiamo iniziato a confondere il prezzo con il valore. Una persona non è autorevole perché è famosa, e non è utile alla società soltanto perché è ricca. Eppure continuiamo a ragionare come se fosse così.
Intervistatore: Quindi il problema è anche economico?
Dottor Sistema: Più che economico, direi culturale. Il mercato è uno strumento straordinario per produrre ricchezza, ma non è stato progettato per stabilire che cosa abbia valore per una civiltà. Se lasciamo che sia il profitto l’unico criterio di giudizio, finiremo inevitabilmente per investire dove il profitto è più immediato, non dove il beneficio sociale è maggiore. Così un ricercatore può dedicare vent’anni a una scoperta che migliorerà la vita di milioni di persone rimanendo quasi sconosciuto, mentre un contenuto perfettamente inutile può generare milioni di visualizzazioni e guadagni enormi nel giro di poche ore. Il problema non sono i ricercatori e nemmeno gli influencer. Il problema sono gli incentivi. Ogni società finisce per ottenere esattamente ciò che decide di premiare.
Intervistatore: Ed è per questo che investiamo sempre meno nella conoscenza?
Dottor Sistema: Basta osservare dove finiscono attenzione, prestigio e risorse. La ricerca, l’università, la cultura e la formazione vengono spesso considerate costi. L’intrattenimento più superficiale, invece, viene considerato un investimento. Poi ci stupiamo se mancano ricercatori, insegnanti e innovatori, mentre abbondano personaggi diventati famosi semplicemente perché sono riusciti a catturare attenzione. È come lamentarsi della siccità dopo aver deciso di asfaltare tutti i campi.
Intervistatore: E tutto questo dove ci porterà?
Dottor Sistema: Alla conclusione più ironica di tutte. Gli Homo stupidus hanno costruito un sistema perfettamente efficiente nel premiare altri Homo stupidus. E il rischio è che quel sistema finisca per consumare anche ciò da cui dipende la sua stessa esistenza. Guardi il pianeta. Continuiamo a sfruttare risorse che sappiamo essere limitate, alteriamo gli equilibri climatici, impoveriamo gli ecosistemi e poi ci comportiamo come se tutto questo riguardasse qualcun altro. È il comportamento di un virus che continua a consumare il corpo che lo ospita senza capire che, quando il corpo morirà, morirà anche lui.
Intervistatore: Un po’ come nel film Don’t Look Up, con Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence?
Dottor Sistema: Esattamente. Solo che quel film era una satira e noi abbiamo deciso di trasformarlo in un documentario. La cometa era una metafora. Oggi le nostre “comete” si chiamano cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento, consumo incontrollato delle risorse, crisi demografica e polarizzazione sociale. Sappiamo che esistono, sappiamo quali conseguenze avranno e sappiamo anche, almeno in parte, che cosa dovremmo fare per limitarle.
Eppure continuiamo a premiare economicamente e politicamente comportamenti che vanno nella direzione opposta. È come un paziente che, dopo aver ricevuto una diagnosi gravissima dal medico, esca dall’ospedale e si fermi a comprare un altro pacchetto di sigarette.
Forse è proprio questa la differenza tra Homo sapiens e Homo stupidus: il primo modifica il proprio comportamento quando comprende un problema; il secondo lo comprende perfettamente… e continua a fare esattamente le stesse cose.
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