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Intervista impossibile al Dottor Sistema: come si costruisce una carriera senza il fastidio del merito

Un’intervista satirica che racconta, con l’ironia dell’assurdo, come spesso appartenenza, rendite di posizione e burocrazia pesino più del merito. Una riflessione su carriera, mercato, istituzioni e meritocrazia nella società contemporanea.

22 Luglio 2026

Intervistatore: Dottor Sistema, lei è considerato uno dei massimi esperti nella gestione delle carriere. Qual è il segreto del successo?

Dottor Sistema: Il primo errore è credere che bastino competenza, studio e risultati. Sono qualità importanti, naturalmente, ma spesso non sono quelle che determinano la velocità della carriera. La vera domanda è un’altra: chi ti conosce? E soprattutto: a chi conviene che tu abbia successo?

Intervistatore: Quindi il merito non conta?

Dottor Sistema: Certo che conta. Serve per scrivere i bandi, i regolamenti, i programmi elettorali e i discorsi ufficiali. Poi, nella pratica, entrano in gioco criteri molto più sofisticati: appartenenza, fedeltà, conformismo e capacità di non mettere in discussione gli equilibri esistenti.

Intervistatore: E il cosiddetto “leccaculismo”?

Dottor Sistema: Preferisco definirlo “gestione strategica delle relazioni gerarchiche”. È un termine più elegante. Ma il significato cambia poco. C’è chi investe anni nello studio e chi investe gli stessi anni nel capire quando annuire, quando tacere e quando applaudire. In molte organizzazioni il secondo investimento produce rendimenti decisamente superiori.

Intervistatore: Chi trae maggior beneficio da un sistema costruito sull’appartenenza?

Dottor Sistema: Non necessariamente i più competenti. Spesso sono proprio le persone più mediocri a trovarsi perfettamente a proprio agio in questi meccanismi. Chi possiede talento e indipendenza tende a fare domande, a proporre cambiamenti, a mettere in discussione decisioni consolidate. La mediocrità, invece, raramente crea problemi. È prevedibile, rassicurante e non mette in ombra nessuno. Quando il merito smette di essere il principale criterio di selezione, la mediocrità non rappresenta più un limite: può diventare addirittura un vantaggio competitivo.

Intervistatore: I social network hanno cambiato qualcosa?

Dottor Sistema: Moltissimo. Hanno amplificato dinamiche che esistevano già. Oggi la visibilità viene spesso confusa con la competenza, i follower con l’autorevolezza e il consenso con la qualità. L’algoritmo premia ciò che genera attenzione, non necessariamente ciò che genera valore. Così il successo rischia di dipendere sempre più dalla capacità di costruire una narrazione efficace e sempre meno dalla sostanza.

Intervistatore: Ma questo non rende il sistema inefficiente?

Dottor Sistema: Dal punto di vista della produttività sì. Dal punto di vista della conservazione del potere è un capolavoro. Promuovere chi porta idee nuove significa accettare il rischio del cambiamento. Promuovere chi non crea problemi è molto più rassicurante.

Intervistatore: Come vengono valutate le persone?

Dottor Sistema: Con criteri rigorosamente oggettivi. Talmente oggettivi che cambiano ogni volta che rischiano di favorire la persona sbagliata.

Intervistatore: E la retribuzione? Almeno quella premia il valore?

Dottor Sistema: Questa è forse la favola più affascinante dell’economia contemporanea. Pensiamo che il reddito rappresenti sempre il valore che una persona crea per la società. In realtà, spesso rappresenta soprattutto il contesto in cui quella persona opera. Conta il Paese in cui si nasce o si lavora, il settore economico, il grado di concorrenza, le barriere all’ingresso, la disponibilità di licenze, le rendite di posizione, i privilegi fiscali e perfino la capacità di alcuni comparti di beneficiare di regimi particolarmente favorevoli.

Due persone con identico talento, identica preparazione e identico impegno possono ottenere redditi completamente diversi semplicemente perché una svolge la propria attività in un mercato protetto e l’altra in uno altamente competitivo. Non sempre il mercato remunera il merito; molto spesso remunera la scarsità, il potere contrattuale o la posizione occupata.

Intervistatore: Quindi il mercato non è meritocratico?

Dottor Sistema: Il mercato remunera ciò che riesce a catturare valore. Talvolta questo coincide con il merito. Altre volte coincide con un monopolio, una regolamentazione favorevole, una scarsità artificiale o una posizione dominante. Confondere il reddito con il merito è uno degli errori più diffusi del dibattito pubblico.

Intervistatore: E lo Stato dovrebbe correggere queste distorsioni?

Dottor Sistema: In teoria sì. In pratica, spesso preferisce la strada più semplice. È molto più facile aumentare gli adempimenti per chi ha redditi perfettamente tracciabili che affrontare gli interessi consolidati. È più semplice tassare ciò che è facilmente individuabile che intervenire dove si concentrano grandi rendite economiche, privilegi fiscali o rendite di posizione. Non sempre manca la capacità tecnica; talvolta manca il coraggio politico di mettere in discussione equilibri consolidati.

Intervistatore: Quindi il problema non è solo il fisco?

Dottor Sistema: No. Il problema è più ampio. Quando un’economia protegge le rendite più della concorrenza, quando l’appartenenza pesa più delle competenze e quando le regole diventano sempre più complesse, il rischio è che il successo dipenda meno dal valore creato e sempre più dalla posizione occupata all’interno del sistema.

Intervistatore: Parliamo della burocrazia.

Dottor Sistema: È una delle invenzioni più eleganti della modernità. Ufficialmente serve a garantire controlli e trasparenza. Nella pratica, quando cresce senza misura, diventa una barriera all’ingresso. Moduli, autorizzazioni, certificazioni, adempimenti e costi amministrativi finiscono per favorire chi è già presente sul mercato e scoraggiare chi vorrebbe entrarvi.

Intervistatore: Quindi la burocrazia può diventare uno strumento di conservazione?

Dottor Sistema: Esattamente. Una regolamentazione eccessiva riduce la contendibilità dei mercati e rafforza chi possiede già capitale economico, relazionale o politico. Si continua a parlare di libero mercato mentre, in alcuni casi, si costruiscono mercati sempre meno aperti.

Intervistatore: C’è un consiglio per un giovane che vuole costruirsi una carriera?

Dottor Sistema: Se mi chiede un consiglio etico, studi, lavori con serietà e mantenga la propria indipendenza. Se invece mi chiede un consiglio realistico, osservi prima le regole non scritte del sistema. Spesso spiegano gli esiti molto meglio dei regolamenti ufficiali.

Intervistatore: Non è un quadro troppo pessimista?

Dottor Sistema: No, è volutamente ironico. Esistono organizzazioni che premiano davvero il merito. Ma basta che una parte significativa del sistema premi l’appartenenza anziché i risultati perché migliaia di persone inizino a pensare che l’impegno serva sempre meno.

Intervistatore: Come si costruisce allora una vera meritocrazia?

Dottor Sistema: Riducendo le rendite di posizione, abbassando le barriere all’ingresso, semplificando la burocrazia, rendendo il sistema fiscale più neutrale e valutando le persone sui risultati anziché sulle appartenenze. La meritocrazia non nasce dagli slogan: nasce quando il successo dipende sempre più dal valore creato e sempre meno dai privilegi, dalle conoscenze e dalle posizioni acquisite.

Intervistatore: Un’ultima domanda. Se dovesse riassumere tutto in una frase?

Dottor Sistema: “Una società che premia l’appartenenza più del merito non elimina i talenti. Li scoraggia, li esporta e poi si sorprende se innovazione, produttività e fiducia continuano a diminuire.”

 


Autore:

Dr. Luigi Capoani è Presidente dell’European Youth Think Tank e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua attività di ricerca si concentra su economia internazionale, politica economica, sviluppo regionale e funzionamento delle istituzioni, con particolare attenzione ai temi della concorrenza, della produttività e della meritocrazia.

 

6 Commenti
  1. E’ il mio terzo commento di fila a un suo articolo: la rassicuro subito, non la sto perseguitando. È che lei continua a trattare argomenti su cui per me è difficile tacere.

    Trovo questa “intervista” molto riuscita, e c’è un’ironia nell’ironia che forse le piacerà: chi coniò la parola “meritocrazia”, Michael Young, lo fece in un libro satirico, per mettercene in guardia. Lei smonta la meritocrazia con lo stesso registro con cui è nata. Il cerchio si chiude.

    Il passaggio che sottolineo è la risposta del Dottor Sistema sulla retribuzione: il reddito non misura il valore creato, misura soprattutto il contesto, la scarsità, la posizione. Concordo, e aggiungo un sospetto: che non si tratti di una degenerazione recente, ma della condizione normale di quello che io chiamo “liberismo reale”, che è sempre rimasto distante dai modelli teorici. Merito, produttività, concorrenza sono i concetti con cui il sistema si racconta e si legittima; e il sistema è nato in un contesto culturale preciso, Weber insegna, che ne ha fatto un abito su misura per pochissimi. Per quasi tutti gli altri quell’abito va stretto, o troppo largo, e sotto la stoffa ufficiale del mercato si continuano a intravedere le burocrazie da gran visir e i familismi mediterranei che noi conosciamo bene. Persino chi lo indossava meglio, oggi, lo porta sempre più sgualcito. Il mio non è un apprezzamento per le alternative (che non ci sono): è la constatazione che il vestito e il corpo non hanno mai combaciato davvero. Del resto anche Keynes, liberista pure lui, parlava di dipendenza intellettuale da economisti già allora defunti da tempo.

    Ciò che teneva insieme il racconto, per quanto imperfettamente, era comunque una cosa sola: il lavoro umano al centro, a fare da ponte tra il valore creato e il reddito distribuito. La domanda che mi porto via dal suo articolo è allora questa: se il ponte è sempre stato un po’ traballante, cosa ne sarà quando a produrre sarà sempre più chi non percepisce redditi e non consuma, cioè il lavoro artificiale? Il Dottor Sistema, temo, alcune risposte le avrebbe già belle e pronte. Ma penso che non siano le risposte più convenienti per noi.

    1. Grazie per il suo feedback. Se ha piacere trova online diversi miei articoli su mercato del lavoro e AI dove cerco di rispondere a queste interessanti domande.

  2. Ho seguito il suo consiglio e ho letto i suoi articoli recenti su intelligenza artificiale e lavoro. Il passaggio che più mi ha colpito è nel suo pezzo sul Diario del Lavoro, dove propone di ridurre la tassazione sul lavoro rivedendo la fiscalità alla luce del peso crescente del capitale tecnologico, per finanziare welfare, un reddito minimo garantito e formazione permanente.

    È la direzione a cui ho dedicato un libro. Con una differenza di impostazione che provo a riassumere: più che di una revisione della fiscalità, io ragiono in termini di sostituzione di una voce di costo. Il lavoro artificiale sostituisce quello umano perché conviene, cioè perché produce di più a costo minore, ed è un aumento di produttività che non passa più per il salario. Ma il costo del lavoro che l’impresa smette di sostenere era, allo stesso tempo, il reddito di qualcuno, e quindi domanda per la produzione di tutti. La mia proposta è che quel minor costo si trasformi gradualmente in un contributo che riproduce i redditi che quel lavoro produceva: sostituire i costi del lavoro, senza perdere i redditi che il lavoro assicurava. Un prelievo che si aggiunge agli altri, certo, ma che nasce dalla trasformazione di una voce che le imprese già sostenevano, a sostegno della domanda aggregata che deve assorbire la produzione del lavoro artificiale, e quindi a sostegno anche del risparmio, degli investimenti e dei profitti che da quella domanda dipendono.

    Mi ha fatto piacere trovare nei suoi articoli la stessa convinzione di fondo: il problema non è l’innovazione, ma costruire i meccanismi che ne distribuiscono i benefici. Sul come, evidentemente, il dibattito è aperto. Ed è un dibattito che vale la pena portare avanti.

    1. Grazie per il feedback. Se ci pensiamo, ogni innovazione tecnologica del passato ha consentito di ridurre l’impiego di lavoro a parità di output, aumentando la produttività. Il vero problema non è quindi la tecnologia in sé, ma la distribuzione dei benefici che essa genera. Su questo tema Marx aveva già sviluppato riflessioni molto profonde. L’intelligenza artificiale, in fondo, rappresenta una nuova forma di capitale: la questione decisiva è capire chi la controlla, chi ne beneficia e come vengono redistribuiti i suoi effetti sulla società.

  3. Concordo, ed è proprio perché l’intelligenza artificiale è capitale che ho ancora una domanda che riguarda il flusso più della proprietà. Immaginiamo pure la distribuzione più equa possibile del controllo: il surplus va comunque realizzato, cioè qualcuno deve avere il reddito per comprare ciò che quel capitale produce. È il vecchio problema della realizzazione, che da Marx arriva fino a Kalecki, e che l’automazione rende più stringente che nelle rivoluzioni industriali precedenti, quando il lavoro perduto veniva riassorbito altrove e continuava a percepire redditi.
    Lo ritrovo, in versione aggiornata, nell’articolo sulla distruzione creativa di Carlo Taglietti uscito questo mese su questa stessa testata: l’automazione adottata per il solo taglio dei costi finisce per deprimere la domanda aggregata. Se il lavoro artificiale sostituisce quello umano su scala crescente, con quale reddito compreremo ciò che produce? Una domanda cui dovremmo rispondere senza aspettare che sia il mercato a trovare da solo un nuovo equilibrio.

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