Criminalità
Il fantasma del Consorzio: mezzo secolo di patti segreti tra Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta
La storia che vi voglio raccontare non è un’inchiesta sul procedimento Hydra, ma la genealogia segreta di un’intesa che dal 1960 a oggi non ha mai smesso di rigenerarsi, adattandosi ai mercati e alle strategie repressive come un organismo vivente
Quando nelle carte del processo Hydra, l’inchiesta milanese che sta radiografando la geometria del crimine organizzato contemporaneo, ci si imbatte nella parola “Consorzio”, l’occhio allenato riconosce subito il riflesso di un vecchio spettro. I magistrati parlano di un accordo di cartello fra Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta per gestire in comune i traffici di cocaina e il riciclaggio in Lombardia, descrivendolo come una presunta novità criminale. Nulla di più fuorviante. Chi, come chi scrive, ha trascorso decenni a leggere sentenze, a studiare le intercettazioni dei boss e le mappe del potere mafioso, sa bene che a Milano un patto analogo era già stato celebrato, consacrato e processato negli anni Settanta. La storia che voglio raccontare non è dunque un’inchiesta sul procedimento Hydra, ma la genealogia segreta di un’intesa che dal 1960 a oggi non ha mai smesso di rigenerarsi, adattandosi ai mercati e alle strategie repressive come un organismo vivente.
Tutto comincia con le bionde
All’inizio degli anni Sessanta il contrabbando di sigarette è il grande collante che unisce le tre mafie autoctone. Le coste campane e pugliesi diventano il terminale delle navi cariche di stecche provenienti da Tangeri, e i clan napoletani, la vecchia camorra dei Giugliano, dei Maisto, poi la Nuova Famiglia, offrono approdi, magazzini e distribuzione. Ma il vero salto di qualità avviene quando la ’ndrangheta calabrese, che ha già messo radici nel Nord Italia con le stagioni delle migrazioni interne, entra nel gioco non più come semplice manovalanza. Le ’ndrine di Gioia Tauro e della Piana, i Piromalli, i De Stefano e i Mammoliti, investono i capitali accumulati con le estorsioni e le rapine nella logistica del contrabbando, stringendo alleanze sia con i siciliani che con i camorristi. La Sicilia di quegli anni è ancora l’ombelico del potere mafioso tradizionale: la commissione provinciale palermitana regola la pace interna, ma i boss lungimiranti come Angelo La Barbera e Tommaso Buscetta capiscono che il futuro è nei traffici internazionali. Ecco dunque che, mentre in Sicilia si combatta la prima guerra di mafia (1962-1963), nel retroterra silenzioso dei porti e delle autostrade del Nord si sperimenta un embrione di gestione comune degli affari illeciti: un coordinamento informale che mette insieme la capacità di movimento delle ’ndrine, la rete di vendita della camorra e le connessioni con i fornitori esteri garantite da Cosa nostra.
L’arrivo dell’eroina
La svolta matura con l’eroina. Alla metà degli anni Settanta i laboratori siciliani di raffinazione della morfina base, che arrivava dal Medio Oriente passando per la Turchia e i Balcani, trasformano l’Italia nella centrale europea della droga. Le tre organizzazioni hanno bisogno l’una dell’altra: Cosa nostra controlla la chimica e i rapporti con i trafficanti marsigliesi e turchi; la camorra, che nel frattempo si è polarizzata fra la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, fornisce le piazze di spaccio nelle metropoli e, soprattutto, una struttura di riciclaggio già rodata dal contrabbando; la ’ndrangheta, con le sue ramificazioni in Lombardia, Piemonte e Liguria, offre la cassa di compensazione per il denaro sporco e, cosa non meno importante, la manodopera militare per i sequestri di persona, che in quel decennio rappresentano una vera e propria banca parallela. Proprio a Milano, fra il 1974 e il 1980, questo disegno trova la sua forma più compiuta.
La “federazione” prima del “consorzio”
Chi vuole toccare con mano la prima incarnazione del “Consorzio” non deve fare altro che riaprire le carte del maxiprocesso milanese istruito da Francesco Saverio Borrelli, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, quello che nel 1983 portò alla sbarra oltre centoventi imputati. I pubblici ministeri lo definirono una “federazione di associazioni mafiose”, una “società di fatto” retta da un consiglio di amministrazione occulta in cui sedevano, con pari dignità, gli emissari delle cosche siciliane, dei clan campani e delle ’ndrine calabresi. Il processo restituì nomi e luoghi: gli incontri al Bar del Centro di via Padova, le riunioni nella retrobottega di una latteria di viale Monza, i summit nei ristoranti della periferia nord dove si spartivano le partite di eroina e si decidevano gli investimenti immobiliari. La figura chiave, poi rivelatasi determinante con il suo pentimento, fu Angelo Epaminonda, catanese, uomo di Cosa nostra trapiantato a Milano, che agiva da cassiere e mediatore. Era lui a gestire il flusso di denaro che dalle piazze di spaccio di Quarto Oggiaro, Lorenteggio e San Siro finiva nelle imprese edili, nelle sale giochi, nelle discoteche della Brianza. Epaminonda raccontò ai giudici di un patto esplicito: le tre mafie si ripartivano le zone di influenza in città e in provincia, fissavano i prezzi all’ingrosso della droga, creavano un fondo comune per corrompere funzionari e per pagare gli stipendi ai carcerati. La camorra, in quel periodo, era rappresentata sia dall’ala cutoliana, che aveva bisogno di armi e di collegamenti con i siciliani per i suoi conflitti interni, sia dalla Nuova Famiglia, che curava gli affari nel settore del calcestruzzo. La ’ndrangheta metteva a disposizione i propri canali finanziari con la Svizzera e la sua vocazione alla mimetizzazione imprenditoriale.
Vista con gli occhi di oggi, quella Milano tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta è l’esatta fotocopia del Consorzio di cui si torna a parlare nelle aule di giustizia. L’unica differenza, semmai, è il baricentro del potere. All’epoca, il motore primo era ancora Cosa nostra siciliana, che dettava i tempi del narcotraffico e concedeva agli alleati una quota di un mercato che lei stessa controllava a monte. Le ’ndrine e i clan campani accettavano volentieri questa sudditanza operativa perché il gioco d’insieme moltiplicava i guadagni e diluiva i rischi. Ma sotto la cenere, la ’ndrangheta stava già lavorando per ribaltare la gerarchia. Lo fece con la pazienza che le è propria: mentre in Sicilia scoppiava la seconda guerra di mafia e la furia stragista dei corleonesi imponeva una militarizzazione totale del territorio, i calabresi si tenevano fuori dai riflettori, potenziavano i legami con la Colombia, si incistavano nei mercati finanziari di Milano e Francoforte.
Quando la ‘ndrangheta surclassò Cosa nostra
La fase successiva, quella che copre gli anni Ottanta e Novanta, è segnata da due fenomeni paralleli: l’indebolimento strutturale di Cosa nostra a seguito del maxiprocesso di Palermo e della reazione dello Stato, e la trasformazione della ’ndrangheta in una holding globale del narcotraffico. Il Consorzio milanese non scompare, ma cambia presidente. Le cosche della Locride, forti dell’autonomia che la struttura orizzontale delle ’ndrine ha sempre garantito, si assumono il ruolo di cabina di regia per l’importazione della cocaina. I Porto Franco di Gioia Tauro, ampliato e modernizzato, diventa il punto di snodo dei container carichi di polvere bianca. Le indagini degli anni Duemila, da “Cerberus” a “Crimine-Infinito”, documentano l’esistenza di una camera di compensazione stabile tra gli interessi calabresi, quelli delle famiglie napoletane e quelli di alcuni mandamenti siciliani, in particolare quelli trapanesi e catanesi, più proiettati sul traffico internazionale rispetto alla fazione corleonese, ormai decimata. A Milano, il Comune di ’ndrangheta insediato a Buccinasco, Corsico, Bollate e nella stessa capitale economica, mantiene rapporti organici sia con i clan del Vesuviano sia con i “catanesi” che gestiscono il riciclaggio tramite prestanome e società cartiere. Le inchieste “Bad Boys”, “Infinito” e “Platino” ricostruiscono puntualmente incontri al vertice in cui si pianificano investimenti comuni in centri commerciali, ristoranti, appalti per i servizi di pulizia negli ospedali e persino nella grande distribuzione. È il Consorzio che si fa impresa, esattamente come la relazione della Dia e le carte di Hydra descrivono oggi, con tanto di riunioni collegiali e spartizione degli utili in proporzione al capitale investito.
Cosa è cambiato
La vera novità, a volerla trovare, non è la struttura consortile in sé, quanto la sua pervasività e la sua apparente impermeabilità alle tensioni interne. Se negli anni Settanta e Ottanta il patto mafia-camorra-’ndrangheta doveva costantemente fronteggiare i conflitti endemici di ciascuna organizzazione, la guerra cutoliana, lo scontro fra corleonesi e palermitani, le faide di San Luca, oggi il cartello appare stabilizzato da un sistema di regole non scritte ma ferree, il cui collante è esclusivamente economico. La leadership ’ndranghetista ha imposto un modello societario che ricorda quello delle multinazionali: i “locali” del Nord Italia funzionano come controllate dotate di ampia autonomia operativa, ma devono rispondere a una strategia decisa nella “provincia” calabrese. I clan napoletani, dai Mazzarella ai Polverino, passando per la galassia dell’Alleanza di Secondigliano, fungono da filiere distributive e da terminali di un riciclaggio aggressivo nel settore delle scommesse online e del gaming. Le famiglie siciliane che siedono al tavolo – le storiche consorterie trapanesi, i santapaola di Catania, alcuni rami dei Rinzivillo di Gela – mettono sul piatto il controllo di porti minori e le relazioni consolidate con i narcos latinoamericani, eredità del periodo d’oro della Pizza Connection.
Prima di Hydra
Hydra sta mostrando tutto questo al pubblico, ma la memoria degli atti giudiziari è piena di anticipazioni. Già nel 1979, un rapporto della Guardia di Finanza di Milano segnalava come le tre mafie avessero costituito “un consorzio di capitali e di uomini” per l’accaparramento dei mercati all’ingrosso di ortofrutta e per le frodi carosello. Nel 1993, l’inchiesta “Nord-Sud” del pool di Ilda Boccassini descriveva un “comitato d’affari” con sede a Milano che decideva in merito agli investimenti immobiliari in Costa Azzurra e in Costa del Sol utilizzando fondi comuni. E potremmo continuare. La differenza è che oggi, di fronte all’Hydra, l’opinione pubblica sembra riscoprire ogni volta l’acqua calda, come se il crimine organizzato non avesse sedimenti storici. La verità è che il Consorzio non è mai stato smantellato. È mutato, si è nascosto dietro schermi finanziari sempre più sofisticati, ha sostituito le riunioni in latteria con chat criptate e stanze virtuali, ha convertito i capitali dell’eroina in bitcoin e fondi sovrani. È cambiato il volto, ma la logica resta quella descritta quarant’anni fa dal pentito Epaminonda: mettere insieme ciò che da soli non si può fare, dividere il rischio, comprare protezione statale.
Rimane una domanda, scomoda e inevitabile: se il Consorzio è una realtà così longeva, perché ogni nuova inchiesta ce lo presenta come una scoperta eclatante? La risposta ha a che fare con la perdita di memoria delle istituzioni e con i cicli generazionali dei magistrati e delle forze dell’ordine, ma anche con una narrazione mediatica che tende a isolare ciascuna mafia come un fenomeno a sé stante, dimenticando che da sessant’anni l’unico vero spartiacque del crimine organizzato italiano non passa tra la Sicilia, la Campania e la Calabria, ma tra chi sta dentro il cartello e chi ne è escluso. Il Consorzio del processo Hydra altro non è che l’ultima fotografia di una alleanza strutturale che ha iniziato a prendere forma quando i padrini di una volta si passavano la stecca di sigarette accanto ai moli del porto di Napoli, si è formalizzata nella Milano da bere degli anni Ottanta e oggi governa i flussi di coca che valgono miliardi di euro. Non un’anomalia recente, insomma, ma la cifra profonda, paziente e inesorabile del crimine mafioso italiano, che proprio nelle nebbie del Nord ha costruito la sua cassaforte comune.
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