Criminalità
Casuzze(RG) – Dal mare a Vittoria, da Vittoria al mare: il motoscafo dei 700 mila euro che rivela la rete
Il motoscafo maltese diventa la chiave per leggere un possibile consorzio criminale: reti albanesi e gruppi siciliani, uomini, carichi e relazioni che da Casuzze attraversano Santa Croce, Comiso, Vittoria e si estendono verso Siracusa e Catania.
Da una parte del mare c’è il denaro che cerca la cocaina e, dall’altra, la cocaina che cerca il denaro: è tra questi due movimenti che, se l’ipotesi formulata dalle fonti dell’inchiesta dovesse trovare conferma, acquisterebbe senso il viaggio del motoscafo maltese arrivato davanti a Casuzze, lungo la costa ragusana, con circa settecentomila euro, perché prima ancora che l’imbarcazione lasciasse Malta qualcuno avrebbe dovuto stabilire il prezzo e la quantità, scegliere il punto dell’incontro, garantire la disponibilità del carico, organizzare il trasferimento verso la costa e predisporre uomini e mezzi capaci di allontanarlo rapidamente dal mare, mentre altri soggetti avrebbero dovuto occuparsi di nasconderlo, dividerlo, distribuirlo, trasformarlo nuovamente in denaro e recuperare i crediti prodotti dalla vendita.
È proprio il numero di operazioni nascoste dietro una scena apparentemente semplice come quella di Casuzze a suggerire di comprendere come soggetti differenti riescano a mettere insieme capacità, territori e relazioni senza dover necessariamente appartenere alla stessa struttura.
La geografia ricostruita seguendo il percorso dalla costa verso Santa Croce, Comiso e Vittoria mostra infatti un modello nel quale ciascun territorio sembra poter offrire qualcosa di diverso, consentendo a gruppi criminali albanesi e ambienti mafiosi siciliani di incontrarsi non perché abbiano cessato di essere autonomi, ma proprio perché possono mettere reciprocamente a disposizione competenze e risorse che nessuno dei due sistemi è obbligato a concentrare interamente nelle proprie mani.
Le reti albanesi garantiscono accesso ai carichi, collegamenti internazionali, trasporto e occultamento, mentre i gruppi criminali locali offrono conoscenza del territorio, rete di distribuzione, riscossione, relazioni e capacità intimidatoria, costruendo una complementarità nella quale chi procura la cocaina non deve necessariamente controllare la piazza nella quale verrà venduta e chi governa quella piazza non ha bisogno di conoscere personalmente il broker che ha trattato l’acquisto dall’altra parte del Mediterraneo.
Oltre Ragusa: il corridoio relazionale del Sud Est
Ma la geografia che emerge dalle fonti dell’inchiesta non sembra fermarsi ai confini della provincia di Ragusa. Dal triangolo formato da Santa Croce, Comiso e Vittoria i collegamenti si estenderebbero verso il versante sud-orientale della provincia di Siracusa, seguendo una fascia territoriale che attraversa Pachino, Rosolini, Noto e Avola prima di raggiungere Siracusa e, più a nord, Catania, disegnando non necessariamente una rotta unica e stabilmente controllata, ma un possibile corridoio relazionale lungo il quale uomini, mezzi e merci possono muoversi grazie a rapporti differenti.
Seguendo questa direttrice, Pachino e Rosolini emergerebbero come primi territori di raccordo oltre il confine ragusano, abbastanza vicini alle aree costiere e rurali del Sud Est da consentire spostamenti rapidi attraverso passaggi successivi, mentre Noto e Avola potrebbero segnare la prosecuzione di un asse che, avanzando verso Siracusa e Catania, incontra sistemi criminali strutturati, capaci di aprire nuovi canali di distribuzione e collegamenti con altre reti molto più vaste e pericolose.
Questo non significherebbe che una sola organizzazione controlli l’intero corridoio da Casuzze a Catania, né che ogni territorio svolga stabilmente una funzione predeterminata, ma che la droga possa avanzare attraverso una successione di consegne e redistribuzioni, passando da soggetti che gestiscono un segmento ad altri che assumono il controllo di quello successivo, lungo percorsi modificati in funzione delle esigenze del momento.
In questa prospettiva i confini provinciali perdono parte della propria importanza, perché ciò che per lo Stato separa Ragusa da Siracusa e Siracusa da Catania non interrompe necessariamente una filiera fondata sulla prossimità geografica, sulle relazioni personali, sui mercati e sulle capacità logistiche.
Da Vittoria, in particolare, secondo le stesse fonti, i rapporti si allargherebbero verso ambienti criminali siracusani riconducibili al clan Bottaro e ambienti catanesi riconducibili al clan Cappello-Bonaccorsi, facendo emergere la possibilità che il territorio ragusano non rappresenti soltanto un punto di arrivo o di distribuzione locale, ma uno snodo di connessione tra i possibili punti di approdo lungo la fascia costiera e una rete più ampia che attraversa il Sud Est siciliano, senza che i territori coinvolti debbano appartenere alla stessa catena gerarchica o essere sottoposti a un controllo unitario.
La cocaina, in altre parole, potrebbe continuare il proprio viaggio senza appartenere in ogni momento alla stessa organizzazione, perché a cambiare non sarebbe soltanto il territorio, ma anche il soggetto che ne assume temporaneamente il controllo: chi riceve un carico può non essere chi lo ha acquistato, chi lo nasconde può non essere chi lo distribuirà e chi lo trasferisce verso Siracusa o Catania può non avere alcun rapporto diretto con gli uomini che ne avevano organizzato l’arrivo dal mare.
È proprio quando la cocaina può attraversare territori e mani differenti senza che nessuno controlli ogni passaggio che la geografia smette di essere soltanto una mappa e comincia a rivelare l’architettura delle relazioni che rende possibile il viaggio.
Il consorzio criminale: autonomie che cooperano
È il modello del consorzio criminale, nel quale nessuno deve necessariamente possedere l’intera catena, perché può bastare controllarne un tratto e sapere a chi consegnare quello successivo, lasciando che ciascuna componente metta a disposizione ciò che sa fare meglio e possa contare, in cambio, sulle capacità delle altre.
Dentro questa prospettiva assumono rilievo nomi che ricorrono nella geografia dell’inchiesta, tra i quali u Puorcu, i Matriali, Luzim Ndreu e Denny Lalollari, insieme agli altri soggetti della componente albanese già emersi seguendo Vittoria, Comiso e Santa Croce, non perché la semplice ricorrenza di questi nomi dimostri l’esistenza di una struttura unitaria, conclusione che gli elementi disponibili non consentono di formulare, ma perché la loro presenza in territori e relazioni contigue obbliga a chiedersi se funzioni differenti abbiano trovato forme di collaborazione nelle quali competenze diverse possano integrarsi.
Il punto centrale non sarebbe dunque una fusione tra mafia albanese e mafia siciliana, espressione troppo rigida per descrivere reti capaci di modificarsi rapidamente, ma la costruzione di accordi e relazioni di convenienza nei quali ciascuno conserva la propria autonomia e mette a disposizione uomini, mezzi, mercati e conoscenze, dando vita a un sistema che può rafforzarsi, ridimensionarsi o cambiare composizione senza cessare di funzionare.
Queste intese possono avere durate differenti, perché alcune potrebbero nascere per concludere un singolo affare e sciogliersi subito dopo, mentre altre potrebbero ripetersi nel tempo, conservando una divisione delle competenze e una rete di rapporti sufficientemente stabile da consentire agli stessi soggetti, o a soggetti diversi chiamati a svolgere le medesime funzioni, di collaborare nuovamente quando si presenta un’altra operazione.
La stessa logica impiegata per proteggere un carico può quindi essere applicata alla rete che lo muove, perché la cocaina può essere divisa in più partite, affidata a uomini diversi, nascosta in luoghi differenti e fatta avanzare attraverso passaggi successivi affinché la perdita di una di esse non comprometta il resto, mentre uomini, mezzi, imprese, rapporti e responsabilità possono essere distribuiti tra più luoghi e soggetti, evitando che tutto si concentri attorno a un unico centro.
La frammentazione del carico diventerebbe così compartimentazione delle funzioni e, attraverso questa, parcellizzazione del potere criminale, secondo un sistema nel quale chi opera in ciascun segmento non ha bisogno di vedere l’intera rete.
È proprio questa distribuzione a rendere il modello resistente, perché la perdita di un carico, la scoperta di un deposito, l’arresto di un soggetto o l’esposizione di una rotta possono essere assorbiti attraverso la sostituzione degli uomini, lo spostamento dei luoghi e la modifica dei punti di arrivo, senza che venga necessariamente compromesso l’intero sistema: una capacità di adattamento che, secondo le fonti, sarebbe stata discussa dopo la crescente esposizione della costa ragusana.
È questa capacità di sostituire uomini, luoghi e rotte a introdurre l’ultima domanda: che cosa accade quando uno dei segmenti della rete, invece di scomparire ed essere rimpiazzato, diventa così visibile da esporre anche le relazioni che lo collegano agli altri?
Quando l’invisibilità si rompe
La risposta è contenuta nel limite stesso della compartimentazione, perché il meccanismo continua a proteggere il sistema soltanto fino a quando ciascun segmento rimane dentro il proprio spazio, chi vi opera non concentra troppe informazioni e nessuno diventa il varco attraverso il quale chi osserva dall’esterno può risalire verso gli altri.
Un deposito può essere sostituito, un’automobile cambiata, una rotta modificata e perfino un uomo può essere rimpiazzato, ma la sovraesposizione di una singola persona può trasformare un rischio individuale in un problema per l’intera rete, perché attraverso di lei possono essere ricostruiti i luoghi frequentati, i mezzi utilizzati, i rapporti costruiti e gli altri soggetti con i quali entra in contatto.
Il motoscafo di Casuzze era diventato visibile perché un guasto gli aveva impedito di proseguire il viaggio, trasformando un’imbarcazione destinata a rimanere lontana dalla riva in una presenza che si avvicinava lentamente alla costa, sotto gli occhi dei bagnanti.
Dentro una rete criminale costruita sulla compartimentazione può accadere qualcosa di analogo, perché fino a un certo punto è la rete a nascondere l’uomo, ma oltre quel punto può essere l’uomo a rendere visibile la rete: quando i suoi movimenti, le sue relazioni e le sue iniziative diventano troppo riconoscibili, la sovraesposizione individuale si trasforma in un rischio collettivo e ciò che la compartimentazione aveva mantenuto separato può cominciare a ricomporsi attorno a lui.
È precisamente dentro questo rovesciamento, nel punto in cui a perdere la capacità di restare invisibile non è più un mezzo ma una persona e la visibilità di quella persona rischia di illuminare anche le relazioni che la circondano, che la storia di Denny Lalollari cambia improvvisamente tono.
Sarà questo il centro dell’ultimo capitolo di un’inchiesta cominciata a Casuzze, davanti a un motoscafo carico di denaro, e arrivata fino agli uomini che quella rete avrebbe dovuto mantenere invisibili.
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