Criminalità
Vittoria ostaggio delle mafie: incendi, racket e il nuovo asse tra Stidda, Cosa nostra e mafia albanese
Sei incendi in poco più di quattro mesi, il ritorno sulla scena della vecchia criminalità locale e una nuova generazione di figli e nipoti d’arte: a Vittoria riprendono le estorsioni e si conferma la saldatura con l’area albanese riconducibile a Luzim Ndreu e Denny Lallolari
Il fuoco torna a colpire
Auto distrutte nel cuore della notte, barche bruciate in porto, un deposito di mezzi devastato all’alba, un negozio colpito in una zona centrale. E intorno, un silenzio che pesa sempre di più.
Gli ultimi due episodi sono avvenuti a distanza di appena quattro giorni.
Il 7 luglio, intorno alle 5.30, un incendio è divampato in un deposito di automobili in contrada Boscopiano, distruggendo cinque veicoli. Secondo alcune fonti investigative, il rogo potrebbe avere una matrice dolosa, anche se gli accertamenti non hanno ancora prodotto conclusioni ufficiali.
Quattro giorni dopo, l’11 luglio, le fiamme hanno colpito all’alba il negozio di abbigliamento “Serpy”, tra via Roma e via Gaeta, in una zona centrale di Vittoria. Le modalità con cui l’incendio si è sviluppato hanno spinto gli inquirenti a prendere in considerazione anche la pista dell’attentato intimidatorio.
Sono due episodi che devono essere mantenuti distinti sul piano investigativo. Ma è proprio la loro vicinanza temporale, unita alla natura degli obiettivi colpiti, a rendere il quadro più inquietante: prima cinque automobili distrutte in un deposito all’alba, poi un’attività commerciale devastata nel cuore della città.
Sei incendi in quattro mesi
Dal 3 marzo all’11 luglio di quest’anno, tra Vittoria, Scoglitti e Acate, il fuoco ha colpito auto, mezzi e attività economiche con una frequenza che ormai è difficile continuare a definire una coincidenza. Non parliamo dei consueti roghi estivi di sterpaglie. Qui a bruciare sono state automobili parcheggiate sotto casa, in un caso due vetture riconducibili alla stessa persona, imbarcazioni ormeggiate al molo, depositi di veicoli ed esercizi commerciali.
Presi singolarmente, questi incendi non dimostrano l’esistenza di una strategia comune. Letti insieme, però, descrivono una pressione crescente sui beni e sulle attività economiche. Gli indizi cominciano a essere troppi per far finta di niente e una domanda Vittoria non può più rimandarla: sta tornando il racket?
La vecchia guardia torna libera
Il sospetto nasce da tre elementi. Il numero degli incendi. Il tipo di obiettivi. E, soprattutto, il momento in cui tutto questo accade. Perché negli ultimi anni parecchi esponenti della vecchia guardia criminale sono usciti dal carcere. Nel frattempo è cresciuta una leva nuova, composta anche da figli e nipoti di uomini coinvolti nelle grandi operazioni che hanno segnato la storia recente della città.
Non sarebbe soltanto un cambio generazionale. Il rischio è un altro, e più serio: che il vecchio mondo criminale, con le sue relazioni, la conoscenza capillare del territorio e la capacità di fare paura, si stia rimettendo insieme a gruppi più giovani, più rapidi nei movimenti e spesso più violenti. Meno riconoscibili delle vecchie cosche, ma perfettamente capaci di utilizzarne i metodi.
Soldi chiesti con le buone o con le cattive, forniture imposte, servizi obbligati, imprenditori messi sotto pressione, minacce e ritorsioni contro chi dice di no.
L’eredità dell’operazione Tsunami
L’operazione Tsunami, nel 2008, aveva già fotografato a Vittoria gruppi ben organizzati, in grado di gestire il traffico e lo spaccio di droga e di mantenere rapporti con altri territori. A quasi vent’anni di distanza, la domanda non è soltanto che cosa sia rimasto di quelle strutture. È chi ne abbia raccolto l’eredità: i contatti, i metodi, la capacità di mettere le mani sull’economia della città.
È dentro questa continuità che riaffiorano le vecchie matrici criminali del territorio, dalla Stidda alle aree storicamente vicine a Cosa nostra, non più necessariamente nella forma rigida delle organizzazioni del passato, ma attraverso uomini, relazioni familiari, conoscenze e interessi economici che sopravvivono agli arresti e alle condanne.
Figli e nipoti d’arte
Dentro questo quadro si colloca anche il sequestro del diciassettenne avvenuto a Vittoria nel settembre del 2025. Per quella vicenda sono state arrestate e indagate più persone, tra cui Gabriele Giunta, figlio di Raffaele Giunta.
Gabriele Giunta è stato arrestato poche settimane fa, mentre suo padre era stato arrestato alcuni mesi prima. Un doppio dato che riporta l’attenzione sui legami familiari e sulla continuità tra vecchie appartenenze e nuove generazioni.
L’indagine sul sequestro ha riportato Vittoria dentro uno scenario di violenza organizzata capace di colpire direttamente un ragazzo e la sua famiglia. Le investigazioni mostrano gruppi nei quali si mescolano giovani uomini, legami di sangue, vecchie appartenenze e alleanze nuove.
I fratelli Tosku e l’area di Luzim Ndreu
Secondo più di una fonte raccolta sul territorio, alcuni esponenti di questa nuova generazione si muoverebbero, in determinate occasioni, insieme ai fratelli Tosku, già indicati come il possibile braccio operativo e violento dell’area riconducibile a Luzim Ndreu, conosciuto come “Giuliu u Tistuni”, e a Denny Lalollari.
Il copione sarebbe quello di sempre, soltanto aggiornato ai nuovi equilibri: ci si presenta da imprenditori, commercianti e operatori economici e si chiede denaro; si impongono servizi; si tenta di costringere la vittima a rivolgersi ad aziende vicine all’area albanese. Chi rifiuta rischierebbe pressioni, minacce e ritorsioni contro auto, mezzi di lavoro e attività.
Sono informazioni raccolte sul territorio che, messe in fila con gli incendi, le intimidazioni, i sequestri e gli episodi violenti degli ultimi mesi, assumono un peso che non si può ignorare.
La nascita di un sistema ibrido
Il punto forse è tutto qui. Da una parte la vecchia criminalità vittoriese, in parte tornata libera e ancora capace di muovere contatti, conoscenze e relazioni. Dall’altra i figli e i nipoti d’arte, affiancati dai Tosku e da altri soggetti vicini a Ndreu e a Lalollari.
Non più bande separate, ciascuna chiusa dentro il proprio territorio e i propri affari, ma la possibile formazione di un sistema ibrido nel quale ruoli, interessi e capacità operative finiscono per completarsi. Da una parte la componente albanese, che avrebbe accesso ai canali di approvvigionamento della cocaina, ai collegamenti internazionali e a uomini capaci di muoversi rapidamente; dall’altra la criminalità locale, che conosce Vittoria strada per strada, sa quali attività producono denaro, chi può essere avvicinato, chi potrebbe opporsi e dove colpire per trasformare una minaccia in paura concreta.
Il clan do Puorcu e dei Matriali
È su questo terreno che, secondo le fonti raccolte, assumerebbe particolare rilievo il clan do Puorcu e dei Matriali, un’unica area criminale che rappresenterebbe il punto di raccordo tra la vecchia scuola vittoriese, la nuova generazione composta anche da figli e nipoti d’arte e la componente albanese attiva nell’approvvigionamento e nella distribuzione della cocaina.
Il clan metterebbe a disposizione il proprio patrimonio di relazioni, la conoscenza capillare del territorio, la capacità di entrare nei circuiti economici della città e una presenza consolidata tra le generazioni più giovani. Il suo ruolo non sarebbe limitato alla distribuzione della droga, ma si estenderebbe ai rapporti con la manovalanza locale, alle pressioni sugli operatori economici e alla possibilità di trasformare il controllo delle piazze di spaccio in una forma più ampia di condizionamento del territorio.
La cocaina come collante
La droga sarebbe il primo collante di questa saldatura. La cocaina arriverebbe attraverso reti alimentate dalla componente albanese e verrebbe poi distribuita sul territorio attraverso uomini e gruppi capaci di muoversi tra clienti, intermediari e piazze di spaccio. In questo sistema, il clan do Puorcu e dei Matriali svolgerebbe il ruolo di terminale locale, collegando l’approvvigionamento garantito dall’area albanese alla rete criminale vittoriese e a una nuova manovalanza composta anche da figli e nipoti di soggetti già coinvolti nelle grandi operazioni del passato.
Ma il rapporto non si esaurirebbe nella compravendita degli stupefacenti. Una volta costruita la rete, gli stessi uomini, gli stessi contatti e la stessa forza intimidatoria potrebbero essere utilizzati per entrare in altri settori dell’economia cittadina, imponendo aziende, servizi e forniture oppure avanzando richieste di denaro a imprenditori e commercianti.
Dalla droga al controllo dell’economia
Il vero salto di qualità starebbe proprio qui: la cocaina non sarebbe più soltanto una merce da vendere, ma la base economica di un’alleanza capace di produrre denaro, reclutare uomini e costruire dipendenze. Chi controlla la droga accumula liquidità; chi conosce il territorio individua le attività da avvicinare; chi dispone della forza operativa garantisce che le richieste vengano ascoltate.
È così che il traffico di stupefacenti può trasformarsi in controllo dell’economia e che una collaborazione nata attorno alla cocaina può allargarsi alle estorsioni, alle forniture obbligate e ai servizi imposti.
Secondo questa lettura, il rapporto tra l’area albanese riconducibile a Luzim Ndreu e Denny Lalollari, i fratelli Tosku e il clan do Puorcu e dei Matriali non rappresenterebbe una semplice convivenza tra gruppi diversi, ma una possibile divisione dei compiti: la componente albanese garantirebbe collegamenti, approvvigionamento e forza operativa; il clan vittoriese offrirebbe la conoscenza delle vittime, l’accesso alle attività economiche, le relazioni familiari, la distribuzione locale della droga e il controllo sociale.
Il fuoco come linguaggio
È dentro questa possibile convergenza che il fuoco torna ad assumere il significato che ha sempre avuto nelle terre sottoposte alla pressione mafiosa. Non serve soltanto a distruggere. Serve a mandare un messaggio.
Un’auto bruciata sotto casa, una barca incendiata in porto, cinque veicoli distrutti in un deposito all’alba, un negozio devastato nel centro cittadino: certamente è un danno economico. Ma dice anche altro.
Dice alla vittima che chi ha colpito sa dove abita, che cosa guida, dove lavora e in quale punto è più vulnerabile.
E il messaggio non è rivolto soltanto a chi subisce il rogo. È rivolto a tutti gli altri. A chiunque, domani, potrebbe essere chiamato a pagare, ad accettare una fornitura, a rivolgersi all’azienda “giusta” o a riconoscere un padrone nuovo.
Vittoria dentro una nuova stagione di paura
Oggi Vittoria sta vivendo la più grave stagione estorsiva degli ultimi trent’anni. Continuare a voltarsi dall’altra parte, trattando ogni incendio come un episodio isolato, sarebbe non soltanto miope, ma irresponsabile.
Perché il fuoco, quando si ripete, smette di essere cronaca.
Diventa un linguaggio.
E allora la domanda non è più soltanto chi abbia acceso il singolo rogo.
La domanda è quanto ancora la città sia disposta a pagare il prezzo della paura.
La foto del negozio incendiato è una gentile concessione di Franco Assenza.
Devi fare login per commentare
Accedi