Cronaca
La custodia dello Stato e la morte di Abderrahim Fakir
Abderrahim Fakir è morto al Pilastro di Bologna mentre veniva tenuto a terra prono dalla polizia. Come Federico Aldrovandi nel 2005. La responsabilità dello Stato verso chi è tenuto in custodia non dipende dall’esito dell’autopsia.
Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, tra i garage di via Svevo. In un video girato da un residente si vede Abderrahim Fakir, 43 anni, tenuto a terra a faccia in giù da due agenti di polizia. Le braccia dietro la schiena, le fascette ai polsi. Un uomo a torso nudo, probabilmente un vicino, gli blocca le caviglie. Poco distante due operatori del 118, immobili. SI sente chiaramente “aiuto, basta, basta”. Dopo qualche minuto, la voce si spegne e il corpo smette di muoversi. Abderrahim Fakir muore mentre lo tengono a terra.
Su come e perché sia morto non c’è ancora una risposta. La procura di Bologna ha aperto un fascicolo, ha acquisito le riprese delle bodycam, ha disposto l’autopsia.
Una cosa è già acquisita e certa: Fakir è morto mentre si trovava sotto il controllo fisico esclusivo dello Stato. Raggiunto da una volante e da un’ambulanza, immobilizzato, legato, circondato. Da quel momento la sua incolumità era responsabilità di chi lo teneva a terra. Il dovere di tenerlo in vita e di conservare i suoi diritti non dipende dall’esito dell’autopsia. Vale per il tossicodipendente in overdose come per il rapinatore ammanettato; un diritto che scaturisce dalla condizione di custodia, non modificabile dalla fedina né dallo stato di alterazione eventuale.
Lo Stato, attraverso i suoi giudici ha già chiarito questo principio con una sentenza passata in giudicato, che è un precedente sul quale non ci può essere più discussione.
Federico Aldrovandi, Ferrara, 25 settembre 2005, diciotto anni. Fermato all’alba da quattro agenti, percosso con i manganelli (due si spezzarono), tenuto a terra prono e ammanettato mentre chiedeva di smettere. La Corte di cassazione, con la sentenza 36280 del giugno 2012, rese definitiva la condanna dei quattro poliziotti per omicidio colposo con eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La causa della morte accertata dai giudici: trauma toracico chiuso da manovre pressorie su un corpo costretto a terra, prono. I condannati, grazie all’indulto, scontarono pochi mesi e tornarono in servizio.
Ventuno anni separano questi episodi. Di nuovo un uomo a terra, prono, immobilizzato, che invoca aiuto e non lo riceve. Quella dinamica può uccidere e chi la pratica ne risponde. Toglie ogni margine al “gli agenti hanno fatto il loro dovere” pronunciato ieri da Galeazzo Bignami e dalla Lega prima di qualunque referto. Quel dovere, fissato dalla Cassazione nella sentenza Aldovrandi, comprende il conservare i diritti e preservare l’incolumità.
In questa eterna fase parolaia, basti l’art. 13 della Costituzione, quarto comma: è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. I costituenti venivano da vent’anni in cui il corpo di chi finiva nelle mani dello Stato era a disposizione dello Stato. A monte c’è un testo più antico: nel 1764 Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, negava al sovrano ogni diritto sul corpo e sulla vita di chi teneva prigioniero. Da quella negazione discende buona parte del diritto penale che ci definisce. La distanza tra uno Stato di diritto e una dittatura si misura anche nel momento in cui il potere ha davanti una persona inerme e legata.
Non siamo una dittatura: questo è il vincolo. Chi entra vivo in un fermo deve uscirne vivo. Il metro è come lo Stato tratta chi crea problemi, chi delinque, chi prende in custodia. Abderrahim Fakir chiedeva aiuto ma da quel cortile è uscito coperto da un lenzuolo.
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