Università
L’ultima Pantera
La morte di Anubi D’Avossa Lussurgiu riporta al 1990 e ai cento giorni di occupazioni contro la riforma Ruberti. Il movimento vide giusto sulla privatizzazione dell’università e non ne spostò il cammino nemmeno di un anno, perché la decisione si era già trasferita altrove.
Lo hanno salutato al Tempio Egizio del Verano, il 4 luglio, con un rito laico. Il nome mi aveva sempre messo curiosità. Associato a lui mi creava sentimenti contraddittori, misti di costanza della ragione e solidarietà internazionalista. Anubi, il dio dalla testa di sciacallo che nell’aldilà egizio pesa il cuore dei morti contro una piuma e decide chi può passare. Anubi D’Avossa Lussurgiu è morto d’infarto a cinquantasei anni. Con lui esce di scena uno dei volti dell’ultimo movimento studentesco di massa che l’Italia abbia prodotto, la Pantera del 1990.
Mi viene spontaneo, anche se so che è scivoloso, fare ciò che il nome di Anubi suggerisce. Pesare. Mettere sul piatto, per l’università pubblica, cosa quel movimento ottenne e cosa lasciò accadere.
Evito l’agiografia. Ne sono state fatte diverse, ognuna con profondi elementi di verità e di commozione. Io, però, Anubi non l’ho conosciuto direttamente. Quando sono entrato a Lettere – La Sapienza, la Pantera era scomparsa da qualche mese. Nel novembre del ’90 potevi tranquillamente non sapere che fosse passata. Io lo sapevo, però. E l’ostinazione, un po’ ottusa, della ragione mi ripeteva sempre che quando le facoltà cominciarono a essere occupate, da Palermo il 5 dicembre 1989 a La Sapienza il 15 gennaio 1990, il principio che gli studenti credevano di poter fermare era già legge. La 168 del 9 maggio 1989, che all’articolo 6 aveva stabilito il concetto per il quale le università avevano autonomia didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile. L’autonomia, cioè la porta da cui sarebbero entrati capitali e imprese, era già riforma, prima che partisse un solo vagito di protesta.
Il disegno di legge con cui Antonio Ruberti voleva completare l’impianto del 1989 si arenò davvero in quella legislatura. A bloccarlo non furono, tuttavia, le occupazioni. Il testo restava impigliato nella riforma dello stato giuridico del personale docente, dove pressioni corporative trasversali interne all’accademia lo caricarono di norme contese e ne rallentarono l’esame in Commissione al punto da rendere improbabile l’approvazione prima della fine della legislatura. La primavera del 1992 arrivò con Tangentopoli e lo scioglimento delle Camere. Il governo Amato non ripropose Ruberti. Il dicastero passò al democristiano Alessandro Fontana. Di una legge generale sull’autonomia non si parlò più. Gli atenei applicarono allora l’autonomia statutaria che la 168 già prevedeva all’articolo 16, tra ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato. Il conflitto che affossò quel disegno di legge si giocò tra ministero, corporazioni accademiche e partiti, sullo stato giuridico dei professori. Gli studenti chiedevano altro, il diritto allo studio e la fine della privatizzazione. A quel tavolo non erano seduti. L’autonomia finanziaria vera, quella dei bilanci e del fondo unico, arrivò comunque pochi anni dopo, nel dicembre 1993, dentro una legge finanziaria firmata da un governo tecnico. Senza cortei e proteste organizzate.
Qui sta la ragione dell’impotenza studentesca sulla sostanza. La riforma dell’università proseguì perché smise di avere bisogno del Parlamento. Non ci fu più dibattito, se non proteste collaterali. La legge 341 del novembre 1990, che giuristi come Emilio Castorina hanno definito una inattesa inversione di tendenza rispetto al 1989, i decreti ministeriali di Luigi Berlinguer a fine decennio, il 3+2 del 1999 nato dentro il processo europeo di Bologna, la riforma Gelmini del 2010, i cui tagli erano già stati imposti per decreto-legge nel 2008: ogni tappa successiva si spostò su strumenti più rapidi e più lontani dalla piazza e dal dibattito pubblico. La decisione politica fu di sottrarre tutto il sistema di riforma alla partecipazione. Alla fine, niente aula parlamentare, solo provvedimenti amministrativi, performativi, tarati sul mercato. La privatizzazione che la Pantera temeva si trasferì in stanze dove il conflitto studentesco non aveva più diritto di cittadinanza.
La parte amara è che sulla diagnosi avevano visto giusto. Aziende nei consigli di amministrazione, finanziamento privato della ricerca, aumento delle tasse, studenti ridotti a comparse nei propri atenei: tutto ciò che denunciavano nell’inverno del ’90 è arrivato nei vent’anni seguenti. E a portarlo a compimento è stato il centrosinistra uscito dalla loro stessa famiglia politica, con Berlinguer ministro e l’autonomia trasformata da spauracchio in vessillo. Un’autostrada per i governi Berlusconi successivi. Walter Tocci, che a quel mondo apparteneva, lo ha scritto nero su bianco anni dopo, in un’autocritica sulle politiche universitarie della sinistra.
In tema di contraddizioni, ce n’è una su cui sono già tornato in queste pagine. La piattaforma della Pantera rivendicava un sapere slegato dal processo produttivo, una formazione che non rispondesse alla spendibilità sul mercato del lavoro. Quello che era il suo orgoglio oggi è, a distanza, la radice della frustrazione di migliaia di laureati che non hanno mai potuto esercitare il mestiere per cui si erano formati negli atenei. E in particolare i laureati delle facoltà di lettere, che di quel movimento erano state la culla. Non per caso. Le facoltà umanistiche erano le più esposte in un’università aperta ai capitali privati, che guardavano alle discipline scientifiche. Il movimento nacque dove c’era più da perdere. Archeologi, storici dell’arte, restauratori. Quella frustrazione, però, ha una causa che sta anche fuori dall’università.
Lo Stato italiano, custode di un patrimonio unico al mondo, per decenni ha compiuto due scelte precise. Non ha riconosciuto quelle professioni e non le ha assunte. Le professioni dell’archeologo, dello storico dell’arte, del restauratore nascono come figure giuridiche compiute solo con la legge 110 del 2014, che le inserisce nel Codice dei beni culturali. Gli elenchi nazionali – non qualificanti rispetto a chi non vi si iscrive – diventano operativi cinque anni più tardi, nel 2019. Prima di allora quelle professioni, per l’ordinamento, non esistevano. I concorsi pubblici sono rimasti congelati così a lungo che le associazioni di categoria descrivono soprintendenze vicine al collasso. Le ondate recenti, il concorso da 518 posti bandito nel 2022 e quello da 577 del dicembre 2025, riservavano all’archeologia, per esempio, numeri da elemosina: una ventina di posti nel primo, dieci nel secondo, contro le migliaia di laureati che gli atenei licenziano ogni anno. Dove il lavoro esiste davvero, nell’archeologia preventiva legata agli appalti, passa per lo più per cooperative che incassano dagli appalti e retribuiscono a tariffe da fame. Ne ho parlato anche qui e qui.
È la stessa storia dell’impotenza di fatto, vista dal lato del lavoro. Le riforme degli anni Novanta vendettero l’occupabilità come giustificazione per riscrivere il finanziamento e il governo degli atenei. Toccarono l’offerta, cioè l’organizzazione dell’università, senza mai toccare la domanda, cioè la volontà dello Stato di pagare quei posti. Lo studente si è ritrovato un’università rifatta a immagine del mercato che continuava a non assumerlo. L’ideale della Pantera e la promessa dei riformatori hanno mancato lo stesso obiettivo perché nessuno dei due era interessato a far pagare allo Stato le professioni della cultura, né a guardare in faccia cosa capitava a chi quel titolo l’aveva conseguito.
Dopo il ’90 Anubi continuò a cercare e a raccontare l’oppressione. Genova, i Disobbedienti, le occupazioni per la casa, i cortei fino all’ultimo. Il terreno su cui l’università si decideva davvero non è più tornato a essere un terreno di scontro. La pantera: nessuno provò più a inseguirla.
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