Cronaca

Il verdetto era già scritto

Il caso di Modena riporta in circolazione uno dei ragionamenti più pericolosi della storia contemporanea: lo stigma di categoria. Funziona sempre allo stesso modo, e produce sempre gli stessi risultati.

17 Maggio 2026

Nel 1921 lo Stato del Massachusetts condannò a morte due immigrati italiani per una rapina e un duplice omicidio. Nicola Sacco era operaio calzolaio. Bartolomeo Vanzetti vendeva pesce per strada. Entrambi lavoravano. Entrambi avevano fedine penali pulite. Vanzetti era un alacre lettore, dal carcere scrisse lettere in un inglese imparato da autodidatta che molti commentatori dell’epoca trovarono impeccabile e degno di nota. Furono giustiziati nel 1927. Nel 1977, cinquant’anni dopo, il governatore del Massachusetts firmò una proclamazione ufficiale che dichiarò ingiusta la loro esecuzione.

Nel mezzo, generazioni di americani avevano usato quegli stessi anni per ripetere una frase: quando importi gli italiani, questo è quello che succede.

Dopo il terribile episodio di Modena, quella frase è tornata. Cambia il nome del paese di provenienza, resta identica la struttura del ragionamento. Una struttura più fragile di quanto sembri ai più.

Il giovane che ha compiuto la strage di Modena era italiano. Cresciuto in Italia, con cittadinanza italiana, con una laurea conseguita in Italia. Se la sua storia dice qualcosa sul sistema di integrazione italiano, quel qualcosa riguarda il sistema di integrazione italiano: i suoi fallimenti, le sue promesse non mantenute, lo scarto tra la retorica dell’inclusione e quello che capita davvero nelle periferie, nelle università, nelle famiglie di seconda generazione che si trovano a negoziare identità che nessuno ha insegnato loro a tenere insieme. È una discussione seria, che merita di essere fatta con altrettanta serietà.

Ma non è questa la discussione che si sta facendo.

Quello che si sente dire, che si legge nei post social, nei commenti, nelle dichiarazioni di chi ha colto l’occasione, è un’altra cosa: il problema è l’origine. La discendenza. Il sangue, per dirla senza giri di parole. Il ragionamento è che certi comportamenti vengono da certi posti e che portare qui certe persone significa importare quei comportamenti.

A quel punto il dibattito sull’immigrazione è già finito. Si è entrati in un altro territorio, con un nome preciso: il determinismo etnico. L’idea che l’appartenenza a un gruppo — definito per nascita, per provenienza, per origine familiare — sia predittiva del comportamento individuale. Che la categoria spieghi la persona.

Questa idea ha una storia. Non è antica né misteriosa: è novecentesca, documentata con precisione in archivi che chiunque può consultare. Ogni volta che è stata istituzionalizzata ha prodotto le stesse conseguenze: l’individuo scompare, resta solo la categoria. E la categoria diventa il criterio con cui si distribuisce il sospetto, si negano i diritti, si decide chi appartiene e chi no.

Sacco e Vanzetti non furono condannati a prescindere dalla loro origine. Furono condannati anche perché erano italiani. Il pubblico ministero usò la loro origine e il loro anarchismo come elementi di accusa morale, al di là delle prove materiali che erano deboli e contraddittorie. Il tribunale non stava giudicando due uomini: stava giudicando una categoria. Il verdetto era già scritto.

Il Massachusetts ci ha messo cinquant’anni ad ammettere l’errore. Errore riconoscibile dal primo giorno, per chi avesse voluto: era nella logica ancor più che nelle prove deboli.

Il sistema dello stigma collettivo funziona sempre con la stessa meccanica. Si prende un caso individuale, lo si tratta come conferma di un pattern già stabilito e il pattern diventa legittimazione di una politica. L’individuo è irrilevante: conta solo in quanto esemplare della categoria. Che sia colpevole o innocente, integrato o no, laureato o analfabeta, non cambia nulla, perché la colpa non è sua, è della classe a cui appartiene.

Chi usa questa logica è convinto di fare un ragionamento statistico. In realtà fa un ragionamento circolare: definisce la categoria come pericolosa, interpreta ogni caso alla luce di quella definizione e usa i casi così interpretati per confermare la definizione originale. Le eccezioni, i Sacco e Vanzetti di ogni epoca, non smentiscono il pattern: vengono semplicemente ignorati o ridotti a casi anomali che non inficiano la regola.

La domanda da porre a chi ragiona così è semplice. Nel 1921, chi diceva quando importi gli italiani, questo è quello che succede aveva ragione o torto? Se aveva ragione, i discendenti di quegli italiani sono ancora il problema che erano i loro nonni, e bisogna dirlo esplicitamente. Se aveva torto, su quale base si è certi di non ripetere lo stesso errore oggi, con altri nomi e altri paesi?

La risposta a questa domanda non è scontata solo per chi ha già deciso la risposta prima di porla.

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