Governo

La cultura come catasto

Il caso del documentario su Regeni e i fondi negati dal MiC rivela la classica politica culturale che diventa distribuzione di consenso travestita da procedura tecnica.

11 Maggio 2026

Il 3 aprile scorso il Ministero della Cultura ha pubblicato le graduatorie per i contributi selettivi alle produzioni audiovisive. Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, il documentario di Simone Manetti uscito in sala a febbraio, già premiato con il Nastro della Legalità 2026, è risultato escluso. Sessantasei punti, quattordici sotto la soglia. Procedura rispettata, commissione regolarmente nominata, criteri formalmente applicati.

Nello stesso bando, un milione di euro è andato al film biografico su Gigi D’Alessio. Ottocentomila euro a Tony Pappalardo Investigation di Pingitore. Quattrocentomila a Il tempo delle mele cotte. Tutti ritenuti in linea con il criterio dell’interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana.

Paola Deffendi, la madre di Giulio, invitata a una proiezione alla Statale di Milano, ha detto: «A queste ingiustizie ci siamo abituati da dieci anni.» Una frase pesante. Dieci anni di un caso giudiziario ancora aperto, di mandati di cattura che l’Egitto non esegue, di un processo sospeso per ragioni che hanno tutto a che fare con la politica estera e nulla con la giustizia. E ora questo.

Il ministro Giuli, durante la cerimonia dei David al Quirinale, ha definito il mancato finanziamento «inaccettabile caduta» e ha promesso «un sovrappiù di coscienza morale laddove hanno prevalso l’opacità o l’imperizia». Il giorno dopo ha garantito al film un canale alternativo di sostegno, «perché è un caso unico». Poi ha revocato gli incarichi al responsabile della segreteria tecnica Emanuele Merlino — uomo di fiducia del sottosegretario Fazzolari, ritenuto responsabile della mancata vigilanza — e alla capo della sua segreteria personale Elena Proietti, che non si era presentata all’aeroporto per la missione di New York. Entrambi esponenti di Fratelli d’Italia.

La sequenza è interessante. Prima la commissione decide. Poi il ministro si indigna pubblicamente di ciò che la sua macchina, da lui stesso accettata e approvata, ha prodotto. Poi licenzia chi, dentro quella macchina, aveva gestito la cosa. La forma è quella della discontinuità; la sostanza è quella di un ministro che rimuove il capro espiatorio senza toccare la logica che lo ha generato. Le commissioni vengono composte allo stesso modo. I criteri restano gli stessi. La prossima graduatoria uscirà con le stesse procedure. Nel pomeriggio di oggi Giuli è stato a Palazzo Chigi per circa un’ora, arrivando pochi minuti prima di Meloni: una visita che non ha bisogno di molte interpretazioni.

Qui viene il punto che il dibattito di queste settimane ha quasi sempre eluso, preferendo restare sul piano dello scandalo singolo. I criteri burocratici esistono, le commissioni sbagliano, i punteggi sono discutibili. Quello che conta è cosa rivela la gerarchia di valore che ha prodotto quell’esito: cosa si intende per identità nazionale italiana in un sistema che premia D’Alessio e scarta il documentario su un ricercatore torturato da uno Stato straniero mentre quello italiano guardava altrove.

Gramsci, nei Quaderni, scrive che la cultura è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri. Una definizione che non ha nulla di ornamentale. La cultura, per Gramsci, è il processo attraverso cui una collettività si guarda senza sconti. L’opposto esatto della presa d’atto di un rilievo catastale.

Un sistema di finanziamento pubblico che premia la sintonia con chi governa produce una cultura cieca verso sé stessa. Incapace di svolgere quella funzione. Il biopic su D’Alessio è un sintomo di come viene intesa l’identità nazionale: come comfort, come riconoscimento, come immagine gradita e semplificata di noi stessi. Una burocratica registrazione del gusto popolare. Il documentario su Regeni fa altro: interroga, mette a disagio, ricorda che lo Stato italiano ha fallito un suo cittadino e non ha ancora pagato quel fallimento con la verità.

Finanziarlo, in quel sistema, avrebbe significato riconoscere che l’identità nazionale include anche le sue zone d’ombra. Che la memoria civile ha un valore culturale superiore all’intrattenimento. Che un’opera già distribuita, già premiata, già vista, che ricostruisce un caso irrisolto di violenza di Stato su un cittadino italiano, rientra esattamente nella categoria di ciò che una politica culturale degna di questo nome dovrebbe sostenere, e non per generosità o elargizione ma per dovere.

I licenziamenti di Giuli segnalano che qualcosa, politicamente, ha bruciato. La convocazione a Palazzo Chigi ha prodotto un comunicato su rapporti cordiali e proficui e la dichiarazione di Arianna Meloni che parla di basso chiacchiericcio. Il conto, però, non è ancora chiuso. Nel partito ma soprattutto verso i cittadini.

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