Cronaca
Stasi o Sempio? L’italia gioca al “Game crime detective”
Abbiamo trasformato un’ossessione collettiva in un costume nazionale, dove il dubbio non è più un limite della conoscenza, ma la licenza per emettere sentenze infinite.
Dopo anni dalla condanna definitiva di Alberto Stasi (2015), il caso di Garlasco è tornato al centro dell’attenzione con nuovi dubbi sulla figura di Andrea Sempio, generando una sorta di tormentone nazionalpopolare: “Stasi o Sempio?” La tendenza di una parte ampia dell’opinione pubblica di maturare opinioni basate su frammenti mediatici, interviste televisive o soliloqui (come quelli di Sempio), piuttosto che sulle complesse carte processuali è ormai nota, tant’è che la tifoseria tra innocentisti e colpevolisti sostituisce spesso il dibattito giuridico, accantonando le aule di tribunale e allestendo spettacoli televisivi ad hoc. Il risultato è un capolavoro di assurdità e incompetenze varie che inneggia a una giustizia sommaria, guidata dall’emotività e dalla semplificazione mediatica. E giù ragionamenti sconclusionati, invettive contro la magistratura, supposizioni pensate per apparire investigatori e investigatrici di grande finezza, che danno luogo, invece, a uno scomposto esercizio di massa dove la mente indagatrice dei partecipanti non va oltre la “parola letta” sul web o “ascoltata” in televisione. Il giochino, ora, si è vivacizzato, per così dire, e “Stasi o Sempio?” è l’allegoria stessa del dubbio popolare, che segna il passaggio dalla ricerca della verità empirica alla scelta di una narrazione a cui credere. In una simile dinamica, il dubbio non appare più come uno strumento metodologico (come dovrebbe essere nel diritto), ma diventa un prodotto di consumo culturale. Da un lato Alberto Stasi, l’enigmatico “colpevole ideale” (freddo, distaccato, borghese); dall’altro Andrea Sempio, il “colpevole alternativo” che incarna l’incertezza procedurale e il colpo di scena tardivo. Il dubbio tra i due nomi serve a mantenere viva la curiosità morbosa, trasformando un dramma reale in un palinsesto infinito, dove l’assassinata, Chiara Poggi, ha smesso da un pezzo di rappresentare una vittima della violenza di genere nelle relazioni intime (tanto più che il suo assassinio è stato catalogato come omicidio generico) per assumere, unicamente, il ruolo di elemento giudiziario attorno a cui ruota la vicenda processuale.
Sembra quasi che la dualità Stasi/Sempio suggerisca una verità legale da considerarsi alla stregua di una delle tante versioni possibili, alimentando l’idea che la giustizia sia un quiz televisivo dove il “popolo” ha l’ultima parola. È, come si accennava innanzi, l’allegoria di una società che, non riuscendo a gestire la complessità del male, preferisce il rimpallo tra due figure simboliche, rendendo l’incertezza un tratto identitario collettivo, dove il dubbio non serve a sospendere il giudizio, ma a legittimarlo. Ecco, la complessità di un omicidio (fatta di perizie psichiatriche, tracce ematiche e lacune investigative) viene ridotta a una semplice preferenza. Scegliere tra l’uno o l’altro permette al “popolo” di emettere una condanna morale immediata, evitando lo sforzo cognitivo di accettare l’ignoto o l’errore del sistema. Discutere all’infinito tra due nomi dà l’illusione di poter risolvere il mistero da casa. Il male non è più una tragedia inspiegabile che colpisce una ragazza comune, ma un enigma logico dove basta trovare il tassello mancante (il DNA, la bicicletta, il numero di scarpe). E finché esiste un altro possibile colpevole, la discussione resta aperta, permettendo di continuare a condannare non solo il presunto assassino, ma anche l’apparato giudiziario e gli avvocati, trasformando l’orrore di Garlasco nel “pour paler” prediletto. Certamente, siamo arrivati a un incrocio pericoloso, dato da un’eredità culturale specifica e un trend globale inarrestabile: il “True crime”, il genere che spazia sulle piattaforme come Netflix o podcast stile “Serial” ha trasformato lo spettatore in un “detective da poltrona”. Pertanto, il dilemma di Garlasco potrebbe diventare il motore di un gioco interattivo che permette al pubblico globale di consumare il crimine come un contenuto narrativo, dove la presunzione di innocenza cede il passo al “colpo di scena”, necessario per mantenere alto il coinvolgimento. In ultima analisi, il dubbio “Stasi o Sempio?” non è ricerca di verità, ma appartenenza a una tifoseria che compensa la percezione di una giustizia lenta e talvolta fallace. L’Italia ha trasformato un’ossessione collettiva in un costume nazionale, dove il dubbio non è più un limite della conoscenza, ma la licenza per emettere sentenze infinite. E qui, anche Jessica Fletcher avrebbe fatto un passo indietro, affidandosi ai più bravi sociologi, filosofi e antropologi.
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