La copertina del libro Per una pace possibile, di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, pubblicato da Feltrinelli Editore

Diritti

Pensare e costruire la pace proprio quando sembra impossibile

In un tempo in cui la guerra torna a essere linguaggio ordinario della politica e dell’immaginario collettivo, Ceretti e Cornelli propongono una riflessione radicale e controcorrente: è ancora pensabile la pace?

14 Aprile 2026

È da pochi giorni in liberia il libro Per una possibile, di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, per Feltrinelli editore. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del capitolo “Il Senso del limite”.

Perché nessuno fa nulla mentre noi continuiamo a morire? Ripartiamo da qui, dal fallimento del riconoscimento. C’è un senso profondo d’ingiustizia quando chi ho di fronte non mi vede e, non vedendomi, può espandere il suo potere su di me senza limiti. L’ingiustizia si fa soffocante e disperata quando anche i testimoni di questa violenza sembrano dileguarsi; quando, cioè, gli “altri terzi” che avrebbero potuto preoccuparsi di me scompaiono e, insieme, sfuma la stessa idea che ci si possa prendere cura di chi soffre. L’esperienza del “terzo morto” di cui parla Jessica Benjamin riguarda propriamente l’indifferenza, la rinuncia o, addirittura, il rifiuto esplicito dei bystanders nel dire la violenza che avviene e nel sancire il diritto alla vita che ne è violato. Costoro sono dei “testimoni falliti”, che non adempiono alla funzione primaria di rendere le vite offese degne di lutto e non semplici scarti della guerra, suoi effetti collaterali, lasciando via libera ai traumi e alle sofferenze subite dalle vittime.

Se ci poniamo nel solco delle riflessioni tracciate nel precedente capitolo, l’assenza dell’Altro che testimonia e in qualche modo si fa carico delle atrocità della guerra sostiene di fatto la posizione ideologica totalitaria che si esprime nel “solo uno può vivere”; così, che gli altri siano lasciati morire diventa accettabile o, perlomeno, tollerabile. Ciò avviene, a nostro avviso, perché il fallimento del terzo comporta il dissolvimento del limite che è dato dalla relazione. Davide Assael, in un suo breve ma intenso scritto, aiuta a comprendere il senso di questo passaggio rifacendosi a ciò che indica come “filosofia della relazione”. Richiamando il celebre saggio Io-Tu di Martin Buber, Assael mette in evidenza come, per quanto ci si possa sforzare, “il rapporto Io-mondo non è un rapporto tra soggetto e oggetto a sua disposizione”, ma di reciprocità. In ogni momento entriamo in contatto con persone o cose che, di continuo, muovono il nostro modo di sentire, di pensare e di agire. A nostra volta, le cose e le persone non sono mai indifferenti ai nostri atteggiamenti e gesti. Viviamo nell’influente reciprocità dell’universo. È ciò che fa dire a Buber: “All’inizio c’è la relazione”.

Anche per noi, che da tempo abbracciamo una prospettiva criminologica di taglio interazionista e simbolico, il vettore di senso delle condotte individuali è dato dal reciproco dare e avere di soggetti interdipendenti che si adattano l’uno all’altro e che, nell’interazione con gli altri associati, partecipano tutti, di fatto, a un’intricata rete di vita.

Ciò che va compreso è che una relazione di reciprocità è pensabile solo in presenza di limiti che definiscono l’esistenza di due parti non omogenee, uniche e insostituibili nella responsabilità. Il limite è, dunque, un’assoluta necessità della vita sociale, perché la sua assenza coincide con il verificarsi di una reductio ad unum, in cui una parte finisce per assimilare l’altra nella dimensione del dominio. Nel limite, inteso da Assael come dialettica, non importa se le due parti sono amiche o contrapposte: il punto è che grazie alla presenza del limite l’esistenza dell’una è implicata in quella dell’altra, a meno che la relazione non diventi impossibile. Ciò accade ogniqualvolta il limite viene fissato in termini assoluti, quale totale chiusura all’altro, ma anche, come abbiamo appena rimarcato, quando viene spostato così in avanti da non esercitare più alcuna funzione di riconoscimento di un altro diverso da sé: in tal caso si dissolve, non costituendo alcun argine all’espansione dell’io. Porre dei limiti, dunque, è esattamente il contrario di ogni progetto autoritario. È dare la possibilità di com-prendere nel proprio progetto di vita altre esistenze, quand’anche contrapposte, e di poterne vedere la dignità. Mutuando le riflessioni delle discipline geografico-antropologiche sui significati del confine, il limite indica quello spazio unidimensionale che si trova “tra” le cose, una separazione tra spazi pluridimensionali: “disegnare un confine diventa il modo per ottenere qualcosa dagli altri, uno spazio proprio dove stabilire le proprie regole, un’autonomia visibile anche dall’esterno, il riconoscimento di una diversità”. Il limite non deve però essere pensato come una linea impermeabile di demarcazione tra un “dentro” e un “fuori” concepiti come estranei l’uno all’altro; al contrario, se ben inteso, consente di trovare un riparo interiore e si manifesta quale sbarramento e, al tempo stesso, luogo di scambio. Di relazione, appunto.

La guerra non contempla mai il senso del limite.

Lo stesso von Clausewitz, mentre sottolinea il suo essere la continuazione della politica con altri mezzi8, la definisce come impiego illimitato della forza bruta da cui scaturisce un’azione reciproca che logicamente deve condurre all’estremo. Nella mimesi bellica la potenza dei belligeranti diventa l’arbitro indiscusso degli eventi a venire. Concepire la pace all’interno di questa logica conduce o a irrigidire i confini, magari spostati in base ai successi di una parte, o a sancire la definitiva evaporazione del limite. Nel primo caso, erigere ex novo un filo spinato, una barriera, un muro definisce reciprocamente un dentro e un fuori non comunicanti tra loro, in cui ciascuna parte permane come minaccia per l’altra e percepisce, al contempo, l’immanenza della minaccia di quest’ultima. È uno stallo che non può durare a lungo, sottoposto di continuo alla tensione verso lo spostamento del confine per creare più spazio difensivo. Nel secondo caso, come già accennato, l’altro del conflitto armato non ha più ragione di esistere e non ha diritto di parola sul proprio futuro. Più che di pace si dovrebbe parlare di una modalità di coercizione di quella parte che, soccombendo nella guerra, si trova “liberamente obbligata” ad accettare il volere del vincitore.

In entrambi i casi, l’altro è negato, disconosciuto e cosificato e la pace come progetto politico si arena di fronte al mancato riconoscimento di un limite che renda visibile l’altro. Il primo e più fruibile esempio che abbiamo sotto gli occhi di quello che andiamo dicendo è un documento, pubblicato dal “Washington Post” il 13 marzo del 2025 e proveniente da un think tank collegato ai servizi segreti russi, che ha rivelato le condizioni poste da Putin per garantire una “pace duratura” in Ucraina. Tra queste, vale la pena richiamare, oltre al riconoscimento della sovranità russa sulla Crimea e sulle quattro regioni parzialmente occupate dall’esercito russo (Zaporižžja e Cherson a sud, Luhans’k e Donec’k a est), la destituzione di Zelens’kyj attraverso nuove elezioni e il sostanziale disarmo dell’Ucraina, con l’obbligo di rinunciare all’ingresso nella NATO. Se si leggono queste condizioni alla luce di quanto diversi esponenti del governo russo, a partire dallo stesso Putin, dicevano circa l’unicità storica dei russi e degli ucraini ben prima dell’annessione della Crimea, ci si rende conto di come in questa “pace duratura” non ci sia posto per l’esistenza di uno Stato ucraino indipendente. Queste le parole di Putin contenute in un saggio del 12 luglio 2021 intitolato On the Historical Unity of Russians and Ukrainians:

Vorrei sottolineare che il muro che è emerso negli ultimi anni tra Russia e Ucraina, tra le parti di quello che è essenzialmente lo stesso spazio storico e spirituale, a mio avviso è la nostra grande sfortuna e tragedia comune. Si tratta, innanzitutto, delle conseguenze dei nostri errori commessi in periodi diversi. Ma sono anche il risultato di azioni deliberate da parte di quelle forze che hanno sempre cercato di minare la nostra unità.

E ancora:

I bolscevichi hanno trattato il popolo russo come materiale inesauribile per i loro esperimenti sociali. Sognavano una rivoluzione mondiale che avrebbe spazzato via gli Stati nazionali. Per questo erano così generosi nel tracciare confini e nel fare concessioni territoriali. Non è tanto importante soffermarsi su quale fosse esattamente l’idea che guidava i leader bolscevichi nella suddivisione del territorio russo. Possiamo essere in disaccordo su dettagli minori, sui retroscena e sulle logiche alla base di certe decisioni. Un fatto è chiarissimo: la Russia è stata derubata.

Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione in “Idee+” aprile 2026

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