Cronaca
La kippah che aderisce al crimine
L’utilizzazione dei simboli religiosi non garantisce in alcun modo l’integrità o l’empatia di un leader politico.
Resta lecito, coerente, logico, perpetrare violenza con la kippah sul capo? Si direbbe di sì, osservando le gesta del Ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra “Otzma Yehudit” e criminale sionista su cui pende un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale. Non mi pare che il copricapo circolare di antica usanza ebraica, al suo posto sulla testa beata del ministro israeliano, nel momento in cui derideva crudelmente i naviganti della “Flotilla”, abbia costituito un deterrente nei confronti del male. Eppure la kippah (yarmulke nella lingua tradizionale parlata dagli ebrei ashkenaziti, lo yiddish) è indossato dagli ebrei osservanti per il suo significato puramente spirituale e culturale: simboleggia l’umiltà e il rispetto verso Dio, ricordando a chi la indossa che c’è un’autorità divina al di sopra di lui. Secondo il Talmud (opera fondamentale della letteratura rabbinica) coprirsi il capo è un gesto che esprime la consapevolezza e il timore reverenziale nei confronti dell’Onnipresente. È a tutti gli effetti il simbolo visivo più immediato per riconoscere un ebreo, specialmente nei luoghi pubblici. Non ha valore sacro in sé, ma costituisce un’usanza (diventata poi una norma della halakhah, la legge ebraica) per mostrare rispetto durante le preghiere, lo studio o i pasti. Dunque, la kippah non definisce l’etica di un ebreo e non è intrinsecamente legata a particolari comportamenti di positività, specifici di un’aderenza corretta alla fede ebraica.
D’altronde sappiamo bene che l’osservanza di precetti religiosi e l’ostentazione dei simboli di fede non sono una garanzia di rettitudine. L’uso di un contrassegno religioso può essere strumentalizzato da chi detiene il potere per fini politici, divisivi o persino riprovevoli, come evidenziato anche dalle rivolte interne nei confronti degli esponenti politici israeliani per comportamenti ritenuti inaccettabili. Le forti critiche e lo sdegno internazionale che scaturiscono dal video pubblicato dal ministro Itamar Ben-Gvir, confermano che l’utilizzazione dei simboli religiosi non garantisce in alcun modo l’integrità o l’empatia di un leader politico. Pertanto, continueremo a credere che il giudizio sulla malvagità o sulla bontà di un’azione rimane legato alle scelte etiche e al rispetto dei diritti umani, esulando dall’abbigliamento e dall’identità religiosa di chi la compie. Bisogna, però, rimarcare ancora una volta che non vi è ebraismo che glorifichi l’aggressione. L’uso della forza è strettamente circoscritto e regolamentato dalla legge ebraica e si concilia con l’identità religiosa esclusivamente nei contesti di legittima difesa. Nella tradizione, difendersi non è un atto di violenza gratuita, ma un mezzo per preservare il dono sacro della vita. Allo stesso modo, l’ebraismo riconosce la necessità di combattere in guerre di difesa per proteggere il popolo ebraico da attacchi nemici. Ma i palestinesi ammazzati non costituivano affatto una minaccia per la sopravvivenza di Israele, quanto piuttosto un “problema” da risolvere al più presto. Men che meno i manifestanti della “Flotilla”, picchiati, ammanettati e bendati, avrebbero potuto o voluto rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale israeliana.
Ora, se l’ebraismo condanna fermamente l’omicidio, l’aggressione e la violenza ingiustificata, promuovendo ideali di pace e compassione, perché il governo sionista di Netanyahu si è reso responsabile di una sconvolgente azione genocidaria, perseverando nel suo comportamento riprovevole e disumano, riservato a chiunque ne contesti l’ingiusta e spietata strategia? La realtà racconta che Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra israeliana, indossa la kippah come parte della sua identità culturale e religiosa anche se le sue azioni e la retorica nazionalista violano i principi universali del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. La strumentalizzazione dei simboli, come la kippah di Ben-Gvir o la croce di Giorgia Meloni (che si dice madre, donna e cristiana) vengono talvolta esibiti per legittimare posizioni radicali, camuffare complicità, raccogliere consenso politico e dare una parvenza di sacralità a comportamenti che, nei fatti, negano i valori di compassione e giustizia.
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