Mondo

Se non ora, quando?

21 Maggio 2026

In autunno dovrebbero, vista la situazione — il condizionale è d’obbligo — tenersi le elezioni politiche generali in Israele.
Anziché dividersi, spendere energie in tensioni, contrapposizioni, declamazioni ideologiche e posizionamenti che non incidono nulla, la società civile e la politica italiana cosa stanno facendo per sostenere l’opposizione a Netanyahu? per sostenere le decine di associazioni pacifiste israeliane e binazionali che non si limitano a protestare ma aiutano i palestinesi nei Territori contro i soprusi dei coloni e dell’IDF? Realtà che non sono un’invenzione della propaganda: ne ha scritto il settimanale VITA in una bella pubblicazione:  L’Antidoto.

Sono israeliani e palestinesi che già molto tempo prima del 7 ottobre 2023, prima dell’attacco di Hamas, prima che la Striscia di Gaza fosse rasa al suolo dall’esercito israeliano, avevano compreso quale fosse la strada non solo per vivere, ma per vivere insieme sulla stessa terra.
Si è sempre detto che Netanyahu ha giocato di proposito nel fomentare le divisioni tra Hamas e l’Autorità palestinese, ma cosa è stato fatto per sostenere l’ANP?
Oltre a comunicati stampa ogni volta che accadono fatti come il trattamento violento e umiliante nei confronti dei militanti della Flotilla (e non è la prima volta che accade), oltre all’indignazione, oltre a riportare le proteste, una politica con una visione e un quadro d’insieme, prima di tutto, non avrebbe il dovere di sostenere con atti politici e responsabilità altri processi e prospettive?

Cosa stiamo facendo per sostenere quel mondo ebraico italiano dissidente, esemplificato da figure come Gad Lerner, Anna Foa, Gabriele Nissim, ma anche da tante altre persone meno esposte che si sentono messe ai margini e senza voce intimoriti da una  stigma e odio che non meritano?
E comunque quale vantaggio politico e risolutivo per il conflitto si pensa di trarre dall’evidente isolamento in cui si trovano oggi  le comunità ebraiche?
Se non abbiamo la capacità di distinguere e discernere, consegniamo la capacità di azione solo ai Netanyahu e ai loro sostenitori e accoliti
È facile per noi fare quotidiano esercizio di indignazione e puntare il dito, gridando ovunque alla “complicità” del mondo occidentale intero.

Ma il 30 aprile si è svolto all’Expo di Tel Aviv il terzo People Peace Summit a cui ha partecipato, non previsto, anche il cardinale Pizzaballa: un evento che ha mostrato che esiste da tempo un fronte trasversale di migliaia di persone, tra ebrei e arabi, mobilitate per chiedere la fine dell’occupazione dei Territori e la nascita di uno Stato palestinese.
Ma chi parla o chi dovrebbe parlare e sostenere quel mondo? Chi sono in quei luoghi gli interlocutori politici e sociali dei movimenti e delle reti internazionali di sostegno alla causa palestinese?
Chi sono i soggetti di una possibile mediazione? Li abbiamo mai cercati veramente?

A meno che tutti diano per scontato che ormai la partita democratica in Israele è persa e che non resta che la contrapposizione e lo scontro frontale — sono in tanti a pensarla così.
Da Gaza a Tel Aviv ci sono 80 km; da Ramallah a Hebron, passando per Gerusalemme, meno di due ore d’auto.
In quella area di 27.000 km², per un terzo desertica, un’area grande come due regioni italiane o poco più,  o due popoli di 16 milioni di persone, quasi a metà tra popolazione ebraica e popolazione arabo‑palestinese, troveranno una forma di coesistenza e coabitazione, altrimenti in un conflitto ormai secolare che ha assunto un livello di violenza sistemica e di massa sarà guerra fino all’ultimo, perché nessuno andrà altrove.
Posto che non siamo a un livello in grado di incidere sulle scelte degli attori internazionali e della diplomazia, mentre le organizzazioni umanitarie fanno il loro mestiere di aiuto e di denuncia, tutti gli altri fanno e dicono quello che non serve e non fanno ciò che potrebbe incidere e influenzare realmente.

Se non  la società civile internazionale esterna rispetto al conflitto in corso, chi dovrebbe e potrebbe tentare di creare occasioni nelle società palestinesi ed israeliane per abbassare la tensione e le escalation, mantenere i contatti e ricostruire i ponti? Chi dovrebbe creare le precondizioni di possibili tregue?
Si tratta di avere il coraggio politico di sostenere le parti che, anche se minoritarie, con grande coraggio provano a declinare un altro piano, un’altra narrazione, cercando di affrontare un conflitto lacerante senza rompere il filo del dialogo e del confronto non violento, pur nella enorme difficoltà di una totale asimmetria di potere, diritto e forza tra israeliani e palestinesi.

Proprio al People Summit di Tel Aviv il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ha detto:
“C’è ancora speranza in questa terra. È necessario coinvolgere la società civile. Non si può, ad esempio, pensare di ricostruire Gaza senza la partecipazione dei gazawi.
La prossima generazione non avrà pace se non cominciamo a lavorarci da adesso. Magari non riusciremo a farla, ma saremo il mal di testa di coloro che non la vogliono. Non possiamo lasciare che a narrare questa storia siano i più violenti di entrambe le parti.”
Solo assumendo questo punto di vista, solo sostenendo questa strada, spes contra spem, vedremo aprirsi uno spiraglio di luce. Non vi è una strada alternativa a un radicale cambio di paradigma se non si vuole proseguire in una prospettiva e in una spirale autodistruttiva.
Se non ora, quando?

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