Cronaca
Adunata Brancaleone
Nella migliore delle ipotesi, un Oktoberfest diffuso. Nella peggiore, una fiera delle velleità belliche italiane. L’adunata degli Alpini è passata da Genova e, tra lo scherzo e la polemica, ha raccolto qualche consenso, ma anche diverse critiche bipartisan.
Leggendo i media liguri nei giorni antecedenti l’8 maggio, l’impressione era che Genova si stesse preparando all’invasione del Barbarossa. La 97° Adunata degli Alpini è stata preceduta da una serie di polemiche, come se si stesse attendendo un’orda di Lanzichenecchi. Ma ora che le strade del centro sono tornate praticabili, chiediamoci: cosa è stata davvero?
Poche idee molto confuse
Partiamo dall’unico dato certo: chi sono, sulla carta, gli alpini. Dal sito ufficiale del Ministero della Difesa, nella pagina loro dedicata si legge: “Gli Alpini sono la specialità da montagna dell’Arma di Fanteria”. Sento già il coro: “Sì, ma ci sono i Volontari!”. Peccato che “volontario” nel significato ufficiale non ha proprio lo stesso valore semantico. Sempre sul sito del ministero si legge: “Il Volontario in Ferma prefissata Iniziale (VFI) è la figura professionale che, a seguito di un concorso riservato ai giovani di età non superiore a 24 anni, sottoscrive una ferma di 3 anni e può accedere a una eventuale rafferma annuale”. Seguono le istruzioni per accedere alla ferma, e poi: “In tale ottica, il VFI ha l’opportunità di essere formato e specializzato per operare in tutti gli scenari di riferimento, in particolare, in quello warfighting”. Per i non anglofoni (forse l’italiano non è abbastanza fancy per il sito di un ministero) il combattimento in guerra. Insomma, il volontario alpino non si limita a far attraversare la strada ai nonnini.
Va detto che c’è confusione non solo sulle definizioni, ma anche su alcuni dati storici. Un esempio che spicca nel web è il post di Francesco Maresca (ex assessore genovese per Fratelli d’Italia) il 23 aprile su Facebook: “La resistenza sono gli alpini che durante la prima guerra mondiale ci salvarono dagli Austriaci! Benvenuti a Genova!” Confondendo di una trentina buona d’anni il Primo e il Secondo conflitto mondiale. Volendo essere diplomatici sì, si potrebbe dire che gli alpini nascono per proteggere l’Italia dagli austriaci, ma non quelli della QuindiciDiciotto. Il corpo infatti fu
fondato nel 1872 per difendere i confini settentrionali dopo la Terza Guerra d’indipendenza del 1866. Vale a dire almeno 71 anni prima del minestrone storico di Maresca. Chiedo un parere a Antonio Mazzeo, storico attivista contro la guerra e fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola: «La resistenza è stata fatta dai giovani, che avevano due grandi obiettivi, il ripudio della guerra e la fine della carneficina. Molti disertori delle forze armate sono andati in montagna a combattere, ma non conosco reparti interi che si siano uniti ufficialme nte ai partigiani». Quanto a casi come gli IMI (Militari Italiani Internati) o gli Alpini dispersi in Russia: «Non c’entrano nulla con la resistenza partigiana. Anzi, in realtà si tratta di un capitolo vergognoso per le forze armate, che lasciarono sul campo i loro membri completamente inermi e quindi bersaglio delle deportazioni. Bisogna fare dei distinguo: ci sono dei militari che sono diventati partigiani. Ma lo hanno fatto per scelta individuale e di rifiuto della guerra, non lo hanno fatto come membri delle forze armate. E i militari italiani internati, dai reparti di carabinieri massacrati in Grecia a quelli imprigionati l’8 Settembre, sono stati abbandonati a se stessi dallo Stato Maggiore».
Un Oktoberfest diffuso… più o meno
A partire dal pomeriggio dell’8, dopo un’immersione intensiva online tra illustrazioni di alpini generate con AI, ho messo le Superga e sono andata a dare un’occhiata. In Piazza della Vittoria era stato allestito il Villaggio degli Alpini, un complesso di dehor bianchi che non poteva non ricordarmi l’Oktoberfest. Suppongo che l’obiettivo fosse evitare che i 400 mila partecipanti attesi finissero per nidificare su tutti i marciapiedi disponibili – cosa che comunque qualcuno ha tentato di fare. Appena entrati, l’atmosfera è esattamente quella di un Oktoberfest: famiglie con bambini, pensionati seduti con la Forst in mano, insomma, l’atmosfera di una fiera. Mi avventuro nell’area dedicata alle attività ludiche. Stand con canoe e attrezzatura tecnica (caschi, corde etc.) in mostra, ma anche ponti tibetani dove i piccoli strillano di gioia, parete d’arrampicata… tutto sembra comunicare un ameno weekend di divertimento. Peccato che poi l’occhio si posi sugli stand di materiale bellico (dalle mitragliatrici ai droni) dove un uomo in divisa spiega a tre cuccioli d’uomo di non più di 8 anni le caratteristiche di un fucile. Il senso di inquietudine si trasforma in annichilimento quando vedo un carro armato, dove i bambini vengono fatti salire per fare le foto e gli adulti si fanno un selfie orgogliosi (forse sono venuti loro fin lì a parcheggiarlo?) Questa è la parte della manifestazione che ha scatenato le proteste di associazioni, collettivi studenteschi e tanti altri: una mostra delle velleità belliche italiane, in un periodo storico dove il carro armato e il drone rischiano di essere veramente l’ultima cosa che vedi nella tua vita. Ne parlo con Mazzeo: «Sicuramente c’è un rafforzamento enorme della narrativa bellica, che rientra nel contesto storico di una guerra ormai mondiale combattuta tra Ucraina e Palestina. In una guerra totale, perfino la scuola va alla guerra». Se i bambini possono essere più permeabili, i ragazzi più grandi forse non lo sono altrettanto: «C’è stato un enorme processo di militarizzazione dell’istruzione, per trasmettere alle nuove generazioni l’idea che la guerra sia connaturata alla Storia, non una sua patologia. Nonostante ciò, da quello che ho visto partecipando a numerose assemblee – continua – i più hanno un netto rifiuto verso la guerra. La maggioranza dei giovani non è assolutamente disposta a offrire le mani, il volto e il corpo alla guerra. Vivono l’idea con ansia e preoccupazione. Questo atteggiamento di rifiuto e di obiezione è diffuso, nonostante nel Sud d’Italia in particolare la professione di militare sia ancora attrattiva, vista anche la mancanza di opportunità di impiego». Non risparmia una critica a Genova: «Non capisco come una città che ha avuto un ruolo guida nella lotta antifascista possa legittimare un corpo dell’esercito, anche se la narrativa oggi dipinge gli alpini come se fosse un gruppo goliardico. Faccio fatica poi a capire il doppio standard: se a toccare il culo a una donna è un alpino non è stupro, ma un atto di goliardia. Trovo questa narrativa machista inaccettabile».
La sera sul tardi, quando le famiglie vanno a dormire negli hotel, le strade diventano una specie di sagra diffusa. La popolazione ospite straripa in Via XX Settembre e a De Ferrari. L’età media degli alpini “verificabili” non scende sotto i 40, e il gruppo anagrafico più diffuso a colpo d’occhio ha dai 60 anni in su. Il tasso alcolico medio è più che discreto, grazie al consumo di spritz e birra iniziato alle 9 del mattino. Allo scopo di gestire le vesciche messe a dura prova, sono stati installati qua e là gabinetti chimici; il che non mi impedirà di scorgere, poco dopo la mezzanotte, un gruppo di uomini che urina in compagnia contro il Ponte Monumentale. Mi faccio strada tra divise e uomini dell’età di mio padre, che comunque non mi risparmiano fischi e commenti su dimensioni ed estetica delle mie natiche. Quando all’ennesimo commento lancio un’occhiata assassina all’indirizzo del fischiatore, l’uomo mi apostrofa con un “Vaffanculo” seguito da un “lesbica di merda” prima di allontanarsi verso i suoi commilitoni. Decido di desistere. Tanto, non sono l’unica. L’impressione è che dopo le polemiche sollevate dal vademecum di Rete donne per la Politica l’attenzione mediatica abbia messo sul chi va là i maschi più esagitati. Un autocontrollo che però non è esercitato da tutti. «All’altezza delle gallerie di Corvetto due alpini sui cinquanta, belli bevuti, ci passano davanti e fissandomi la scollatura hanno detto “Che latterie che avete a Genova, sempre aperte” – mi racconta Biancamaria, attivista che con il suo ragazzo cercava di tornare a casa – Mi è venuto da vomitare». Un’altra ragazza mi conferma di essere scesa dall’autobus dopo aver ricevuto commenti e fischi da un gruppo. Il 9 maggio lei e altri manifestanti inscenano un piccolo corteo alla fine di Via Lomellini. Mentre Biancamaria e una signora discutono sul tema molestie un uomo si intromette nella conversazione e apostrofa più volte Biancamaria: “Troia”. Una scena ripresa dagli attivisti dove si vede chiaramente il soggetto: il classico “Settantenne del bar accanto”.
In Piazza de Ferrari ma soprattutto in Via San Lorenzo le persone si pigiano come sardine nel tentativo di muoversi da una parte o dall’altra, tra il fumo delle grigliate all’aperto, playlist che mandano in loop “Maledetta Primavera” della Goggi e bancarelle con i cappelli da alpino in vendita come fossero le orecchie di Mickey Mouse a Disneyland. Finalmente riesco a raggiungere due volti amici. Irma, assessora di un piccolo comune dell’Appennino emiliano, mi aspetta in piazza dopo aver suonato con la sua banda, con il suo sorriso rasserenante e insieme a un suo amico con tanto di cappello pennuto. Per la mia esperienza, uno dei pochi alpini pacati e dotati di senso critico che ho incontrato.
Propongo loro di andare a sederci per chiacchierare e riposare un attimo. E qui vedo la prima discrepanza. Appena fuori dalla traiettoria di San Lorenzo, nell’area di Via dei Giustiniani e delle Grazie, si vede qualche sparuta penna. I locali sono piuttosto vuoti per essere un weekend. Quanto meno si riesce a sedersi in pace. Qui, tra una birra e una risata, dopo un po’ esce fuori l’argomento “disagio da Adunata”. E l’alpino, benché contrario alle polemiche “un po’ eccessive” ammette che qualche problema c’è. A partire dai cappelli venduti come souvenir. «C’è gente che non può aver fatto l’alpino, sono troppo giovani. Girano per strada con il cappello con la penna, fanno casino e poi la colpa ricade sugli Alpini. Per dire – spiega – ho visto ragazzini più giovani di te con il berretto con le mostrine della battaglia di Nikolaevka. Ma come fa uno che avrà 18 anni ad aver partecipato anche solo alla commemorazione di Nikolajewka?». Per i non addetti, Nikolajewka è stata una tragica battaglia della Seconda Guerra Mondiale (1943), in cui gli alpini cercarono disperatamente di liberare la via della ritirata dalla Russia. Molti degli alpini mai ritornati sono sepolti proprio nei dintorni di Nikolajewka. La commemorazione a cui si riferiscono le medagliette è stata nell’83. Il problema? Che non serve nemmeno fregiarsi del berretto del nonno alpino. Basta fare un giro su Ebay e attaccare la mostrina a un berretto da 20 euro preso da una bancarella. E tuttavia, le bancarelle più o meno autorizzate – alcuni si rifiutano di mostrare la licenza – dove si vendono i berretti piumati sembrano accettate o almeno largamente tollerate dagli alpini.
Quel che resta degli alpini
In una domenica di maggio uggiosa, scendo a vedere ciò che resta dopo l’Adunata, mentre ancora gli alpini sfilano. Mi avventuro nelle strade del centro storico. Mi aspetto locali aperti per gli ultimi strascichi dell’adunata, ma il centro ora è deserto. Certo, non è che con la pioggia i caruggi genovesi vibrino di vita. Ma le espressioni sui volti del personale dei bar non sono quelle che mi aspettavo. E., dietro il fusto di birra, si ferma a chiacchierare con me. Ma come, le chiedo, non avete fatto il pienone? «Eh mica tanto. La gente si è fermata tutta in San Lorenzo. Poi calcola che c’erano gli ambulanti con gli stand, e quelli che vengono di solito non sono venuti. Insomma, se in una serata nel weekend buona fai anche un migliaio di euro, ieri sera forse ne avremo fatto la metà». E poi c’è la questione della Forst, la protagonista silenziosa dell’adunata, che sia stata spillata in uno stand o in un locale. E di cui alcuni locali, quando ripasso martedì pomeriggio sul tardi nei dintorni delle Erbe, aspettano ancora il ritiro dei fusti invenduti: «Che io sappia nei primi giorni della prossima settimana vengono a prendersi l’invenduto e se ho capito bene dovrebbero anche pagarlo. Mi sa che se torni martedì ci sarà un’altra ragione per mugugnare». C’è chi ha ordinato una decina di fusti e a malapena ne ha terminati due. Non un grande risultato, per chi dagli alpini si aspettava un ritorno economico. Un 
Quanto alle opportunità economiche dell’Adunata: «La logica che purtroppo sembra stia dietro a queste giornate è la politica del grande evento che porta soldi, senza tener conto di quanto stravolga la vita di una città. In questo senso l’adunata degli alpini non è molto diversa da altri eventi». Su questi temi la differenza destra-sinistra va scemando: «La narrazione di questa ma anche di altre amministrazioni è che se una cosa non piace la colpa è delle amministrazioni precedenti. È vero che alcuni esponenti dell’amministrazione si sono schierati contro, ma non mi sembra sia stata una presa di distanza reale. Non c’è mai un’analisi dell’effettivo rapporto costi-benefici di questi grandi eventi». Con estrema difficoltà e a rischio di esasperarmi con un vigile urbano, mi allontano verso casa. La parata si snoda lungo il centro pensando già alla prossima Adunata di Cuneo, mentre cerco di spostarmi oltre la linea del Bisagno. Augurando ai piemontesi di trovare alpini migliori.

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