Immigrazione
Inventare il nemico: la disinformazione contro migranti e minoranze
Migranti, minoranze etniche e religiose sono da anni il bersaglio privilegiato di campagne di disinformazione sistematiche in tutta Europa che sfruttano insicurezze e pregiudizi per polarizzare l’opinione pubblica, costruire malcontento e influenzare l’agenda politica. L’“altro”, inteso come estraneo alla maggioranza, diventa così il capro espiatorio ideale per frustrazioni che hanno cause ben più strutturali. Al contempo, l’appartenenza a più categorie marginalizzate (ad esempio persone razzializzate e LGBTQI+) ha un effetto moltiplicatore su attacchi e discriminazioni.
Un copione transnazionale
L’avvento della globalizzazione e di internet hanno sicuramente favorito la circolazione di narrazioni razziste e xenofobe fino a renderle quasi identiche da un paese all’altro. I migranti vengono rappresentati come minaccia alla criminali, portatori di malattie, privilegiati del welfare ai danni dei cittadini del Paese ospitante, o addirittura strumento di un piano complottista di sostituzione etnica.
Una pratica comune è il riciclaggio delle informazioni: un evento magari reale viene decontestualizzato e riproposto con dati falsi o fuorvianti. Ad esempio, la bufala dei migranti che riceverebbero “35 euro al giorno” riemerge ciclicamente, confondendo i costi delle strutture di accoglienza con i 2-3 euro effettivamente riconosciuti a ogni ospite. Questo tipo di disinformazione ha un andamento ciclico prevedibile, che si intensifica con gli sbarchi estivi, con le emergenze sanitarie e con le crisi internazionali.
Il contagio del mainstream
Quello che è cambiato negli ultimi anni è la velocità con cui queste idee escono dai margini e raggiungono il dibattito pubblico. La novità non riguarda tanto i contenuti, spesso invariati da decenni, quanto gli strumenti utilizzati per diffonderli. In questo contesto, l’intelligenza artificiale generativa è uno strumento sempre più usato per parlare alla pancia della cittadinanza. Infatti, permette di produrre immagini false ma visivamente potenti, capaci di fissarsi nell’immaginario collettivo prima che qualcuno ne verifichi l’origine. Non è un caso che la Lega sia stato l’unico partito italiano a non aver firmato l’appello contro la diffusione di deepfake promosso da Pagella Politica e Facta.
Questo scivolamento verso il centro non è casuale e mira ad attrarre i cosiddetti “perdenti della globalizzazione”, categorie che trovano nel rifiuto del multiculturalismo un nuovo marcatore identitario. Il termine “remigrazione” – l’idea che chi ha discendenza migratoria, anche se naturalizzato, debba essere reindirizzato verso il paese d’origine – ne è l’esempio più recente, una parola che suona tecnica ma normalizza, di fatto, un progetto di pulizia etnica.
Il risultato è un clima di intolleranza verso minoranze diverse – dalle comunità rom ai migranti di origine africana – che condividono lo stesso meccanismo di antagonizzazione dell’altro.
Attori stranieri che sfruttano divisioni esistenti
Le narrazioni anti-migranti rappresentano poi un terreno particolarmente fertile per le interferenze straniere da part di attori ostili, che sfruttano tensioni già esistenti nelle società europee per amplificare divisioni e sfiducia. In Finlandia, ad esempio, la Russia ha alimentato il dibattito sull’aumento degli attraversamenti irregolari della frontiera da parte di migranti e richiedenti asilo provenienti da Paesi terzi e transitati attraverso il territorio russo dopo l’adesione del Paese alla NATO. La questione è stata presentata come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla stabilità del Paese. In questo modo, un tema già sensibile è diventato terreno fertile per tensioni e divisioni nel dibattito pubblico.
Analogamente, durante il processo di adesione della Svezia all’Alleanza Atlantica, media e attori legati a Russia e Iran hanno amplificato le polemiche sui roghi del Corano, presentandoli falsamente come espressione di una politica islamofoba dello Stato svedese. In entrambi i casi, l’obiettivo non era tanto convincere il pubblico di una specifica menzogna, quanto esasperare fratture identitarie pregresse e indebolire la coesione sociale.
Oltre il fact-checking
La risposta più ovvia alla disinformazione è smentirla con i fatti. Tuttavia, è anche vero che una narrazione interiorizzata come parte della propria visione del mondo e senso di appartenenza al gruppo può produrre un effetto boomerang in cui ogni tentativo di rettifica può addirittura rafforzarla. Le emozioni, soprattutto paura e indignazione, viaggiano più velocemente delle correzioni.
Una risposta più promettente viene dalla ricerca sulla teoria dell’inoculazione o pre-bunking. Invece di correggere le false credenze dopo che si sono diffuse, questo approccio fornisce in anticipo gli strumenti per riconoscere i meccanismi di manipolazione, costruendo anticorpi digitali prima dell’esposizione alla notizia falsa.
Infine, serve una strategia più ampia volta a costruire narrazioni alternative che raggiungano il cosiddetto “movable middle”: quella fascia intermedia popolazione che non è ideologicamente orientata in modo rigido ma è influenzabile da messaggi emotivamente risonanti con i loro valori e preoccupazioni concrete.
In definitiva, la disinformazione identitaria non si limita a deformare la realtà: ridefinisce chi merita di appartenere alla comunità politica e chi può essere escluso. Contrastarla significa difendere non solo la verità dei fatti, ma anche la qualità della nostra convivenza democratica e il tessuto sociale su cui si fondano società aperte, pluraliste e inclusive.
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