Russia

Crisi, controllo, crociata: viaggio dentro la macchina della propaganda russa

Un nuovo report NATO spiega come la propaganda russa reagisca alle crisi trasformando eventi imprevisti in narrazioni coerenti e mobilitanti.

17 Agosto 2026

Crisi, controllo, crociata” è la triade scelta dall’ultimo report del NATO Strategic Communications Centre of Excellence per descrivere l’architettura della propaganda di guerra russa.

Pubblicato ad agosto 2026, lo studio analizza oltre tre milioni di contenuti diffusi tra gennaio 2024 e marzo 2025 da siti statali, televisione e canali Telegram russi, confrontandoli con più di un milione di contenuti esteri. L’obiettivo è capire come il sistema reagisca a un evento imprevisto e ne emerge un ecosistema adattivo, capace di assorbite lo shock, testare diverse interpretazioni e infine consolidarle in una narrazione apparentemente coerente.

Il meccanismo delle “3C”

Il rapporto individua uno schema ricorrente, articolato in tre fasi. La prima è la crisi, nelle 18 ore successive all’evento. È il momento di maggiore incertezza, in cui i canali ufficiali tacciono o restano vaghi, mentre soprattutto su Telegram circolano e vengono testate diverse versioni dei fatti. Nell’immediato prevalgono messaggi che presentano la Russia come vittima, il nemico come terrorista e la rappresaglia come una necessità morale.

Tra le 18 e le 72 ore subentra il controllo. Quando la risposta ufficiale si consolida, il registro diventa più istituzionale e mette al centro la capacità dello Stato di ristabilire l’ordine. Le piattaforme iniziano a convergere su una versione condivisa pensata per orientare la reazione del pubblico più che per informarlo.

Dopo le 72 ore arriva la crociata. Una volta stabilizzata la narrazione, l’evento smette di essere un episodio isolato e viene assorbito in un immaginario più ampio di una battaglia esistenziale tra la Russia e il nemico occidentale.

Anatomia di una narrazione

Gli episodi analizzati dal rapporto mostrano come il sistema attinga a un repertorio relativamente stabile di narrazioni, ricombinate a seconda della fase della crisi. Un esempio è l’incursione ucraina nella regione di Kursk dell’agosto 2024. Nei primi giorni la comunicazione russa ha insistito sulla mobilitazione bellica, ricorrendo anche alla narrazione disinformativa della necessità di “denazificare” l’area. Nelle settimane successive il racconto si è fatto più procedurale, con bollettini su evacuazioni, aiuti agli sfollati e ricostruzione. Nei mesi seguenti sono tornati in primo piano difesa, resistenza e sacrificio, con i soldati celebrati come liberatori del territorio russo.

Un meccanismo simile è emerso dopo l’attentato al Crocus City Hall del marzo 2024, rivendicato dall’ISIS-K ma collegato dai media russi al conflitto in Ucraina, anche facendo leva sulla cattura dei sospetti vicino al confine ucraino. Lo stesso è avvenuto il 9 maggio 2024, quando gli attacchi di droni ucraini contro città russe (ripetuti anche quest’anno), in coincidenza con le celebrazioni della vittoria sovietica sulla Germania nazista, sono stati presentati come un’offesa alla memoria storica nazionale. In entrambi i casi, i fatti sono stati inseriti in una cornice politicamente utile costruita attorno a lutto, unità nazionale e minaccia esterna.

La segmentazione del messaggio tra pubblico e piattaforme

Il sistema informativo russo non opera come una voce unica, ma attraverso una divisione funzionale tra piattaforme, adattandole ai rispettivi pubblici. I siti statali fissano la linea istituzionale con un linguaggio tecnico e controllato, ma reagiscono con maggiore lentezza agli eventi. La televisione svolge soprattutto un ruolo emotivo e di legittimazione nel lungo periodo, rivolgendosi in particolare al pubblico più anziano e provinciale. Telegram, invece, è il principale spazio di propagazione e sperimentazione, con segnali di coordinamento nascosti dietro un’apparenza di pluralismo.

Alcune posizioni russe penetrano anche nei media esteri, ma restano marginali e vengono generalmente presentate come affermazioni contestate o disinformazione. L’ecosistema appare quindi costruito soprattutto per gestire il consenso interno, più che per persuadere il pubblico straniero.

Lo spostamento narrativo a proprio favore

Tra le tendenze meno visibili ma più rivelatrici della capacità russa di piegare gli eventi alle proprie narrazioni, due meritano particolare attenzione.

La prima riguarda il modo in cui viene discussa la pace. Nel periodo analizzato, il discorso russo è passato dal rifiuto netto alla “normalizzazione condizionata”, cioè la pace diventa un argomento discutibile pubblicamente e persino auspicabile, ma resta subordinata a condizioni che coincidono di fatto con gli obiettivi militari e geopolitici russi, senza alcun ammorbidimento sostanziale delle richieste. Più che segnalare un reale avvicinamento al negoziato, serve quindi a gestire la legittimità interna.

La seconda riguarda le perdite militari, in particolare a Tuva e in Buriazia, due repubbliche russe a maggioranza etnica non slava che hanno registrato, in proporzione alla popolazione, un numero di vittime molto superiore alla media nazionale. Il lutto viene gestito localmente attraverso narrazioni di eroismo e sacrificio adattate alle singole regioni, permettendo al Cremlino di riconoscere il costo umano della guerra senza trasformarlo in un fenomeno collettivo. La frammentazione delle perdite impedisce così che emerga un quadro nazionale capace di alimentare rivendicazioni politiche e mettere in discussione la prosecuzione della chiamata alle armi.

Come contrastare la macchina propagandistica

La lezione che emerge dal rapporto è che la risposta più efficace alla propaganda russa deve intervenire sull’intera architettura comunicativa, più che inseguire e smentire i singoli messaggi. Significa anzitutto sfruttare le prime ore dopo un evento, quando la linea ufficiale è ancora incerta e le diverse narrazioni non si sono consolidate.

Allo stesso tempo, la ripetizione dello schema di “crisi, controllo e crociata”, se da un lato rende efficiente la macchina propagandistica, dall’altro può rappresentarne una vulnerabilità: il ricorso continuo agli stessi registri rischia di logorarne nel tempo la capacità mobilitante.

E poiché questo ecosistema è rivolto soprattutto alla popolazione russa, è sul fronte interno che si gioca una parte decisiva della risposta. Serve rendere visibili le contraddizioni tra retorica e realtà e ricomporre quei costi e quelle perdite che il sistema cerca di frammentare e diluire. Allo stesso modo, il discorso sulla pace va letto come strumento di gestione del consenso, evitando di interpretarlo automaticamente come un segnale di apertura diplomatica.

 

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