Italia
Gli ebrei italiani tra dissenso e scomuniche
Dopo il 7 ottobre, le istituzioni ebraiche italiane hanno iniziato a trattare gli ebrei critici delle politiche israeliane come traditori o complici dell’antisemitismo. L’articolo denuncia questa deriva e il clima di delegittimazione del dissenso
Negli ultimi anni e soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas, una parte significativa delle istituzioni ebraiche italiane si è progressivamente chiusa in una postura sempre più identitaria e reattiva, nella quale il dissenso verso le politiche del governo israeliano viene trattato non come una posizione politica legittima, ma come una forma di tradimento morale. Riviste ufficiali delle comunità, dirigenti culturali e figure istituzionali arrivano così ad accusare gli ebrei più critici nei confronti di Israele di offrire copertura agli antisemiti o addirittura di esserne complici. È un salto politico e simbolico grave: non si contestano più le idee, ma si guarda con sospetto la legittimità stessa di chi le esprime, attribuendo a una minoranza ebraica dissidente una sorta di collusione con il nemico. L’ultimo esempio di questo fenomeno si trova sulle pagine di Mosaico, la rivista della comunità ebraica di Milano.
Qualche giorno fa, Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica ha pubblicato su Mosaico un articolo in cui sostiene che “due sigle progressiste – Laboratorio Ebraico Antirazzista (LEA) e Mai Indifferenti-Voci Ebraiche per la Pace (MI) – si sono proposti (sic), nei fatti, a (sic) svolgere una funzione precisa: negare che nel corteo del 25 aprile ci fosse stato antisemitismo”. Una tesi odiosa che Romano spinge fino al parallelo con gli “ebrei che nel secolo scorso negavano l’esistenza dell’odio antiebraico in Unione Sovietica”.
Eppure i fatti raccontano altro. Nella settimana precedente alla pubblicazione dell’articolo di Romano, la rivista una città aveva intervistato le fondatrici di Mai Indifferenti, che avevano riconosciuto esplicitamente la presenza di antisemitismo in alcuni settori della sinistra. Allo stesso modo, in un articolo pubblicato su Micromega la settimana scorsa, il sottoscritto aveva contestato l’idea – diffusa in una parte della sinistra – secondo cui la presenza di ebrei sotto le insegne di LEA e MI sarebbe di per sé sufficiente a dimostrare l’assenza di antisemitismo nel corteo del 25 aprile a Milano. Gli antisemiti c’erano, e LEA e MI non si sognerebbero di negarlo. Al contrario, gli incontri organizzati negli ultimi due anni a Milano e altrove, così come gli articoli scritti da membri delle due associazioni, dimostrano una riflessione costante e pubblica sul tema.
Colpisce inoltre che accuse così gravi arrivino da chi, nel febbraio dell’anno scorso, sulle pagine di Libero, aveva liquidato come “sedicenti ebrei” alcuni firmatari di un appello contro la pulizia etnica israeliana a Gaza, aggiungendo sarcasticamente che “dopo le fake news ora abbiamo anche i fake jews”. Nello stesso articolo, Romano definiva “inesistente” la pulizia etnica denunciata dai firmatari, sostenendo che non potrebbe esserci stata perché “la popolazione palestinese continua a crescere”.
Un argomento, quello di Romano – secondo cui la pulizia etnica non sarebbe mai esistita perché la popolazione palestinese continuava a crescere – che già allora appariva un ridicolo non sequitur e che oggi risulta ancora più insostenibile alla luce di quanto accaduto a Gaza dall’inizio del 2025 in poi: almeno 25,000 palestinesi assassinati in più, distruzione sistematica dei quartieri di Rafah, Gaza City, Beit Lahia e del campo di rifugiati di Jabalya, sfollamenti di massa e occupazione militare di oltre il 60% della Striscia. In questo contesto, parlare di “pulizia etnica” non era – e non è – un’accusa estrema o propagandistica, ma semmai una definizione molto prudente rispetto alla realtà dei fatti. Più in generale, il ricorso sistematico alla delegittimazione personale – “sedicenti ebrei”, “fake jews”, e ora presunti complici dell’antisemitismo – sostituisce il confronto con le posizioni reali degli interlocutori. È una strategia polemica che finisce per trasformare ogni dissenso politico o culturale in una questione di autenticità identitaria o di sospetta connivenza morale con il nemico.
Va inoltre ricordato che molti membri di MI portano con sé biografie direttamente segnate dall’antisemitismo: famiglie perseguitate dai regimi nazifascisti in Italia, in Europa oppure costrette a lasciare paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ostili alle minoranze ebraiche nel dopoguerra del 1948, come Egitto, Siria o Turchia. Esperienze che li rendono particolarmente sensibili all’antisemitismo, da qualunque parte esso provenga. In questo quadro, la delegittimazione degli ebrei del dissenso funziona come meccanismo di rimozione: un modo per evitare di confrontarsi con le responsabilità e con le conseguenze scellerate delle politiche israeliane a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e negli altri scenari di guerra.
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