Italia

Il primo 2 giugno

A Carrara, il 2 giugno 1921, gli squadristi di Dumini assassinano il socialista Renato Lazzeri e sua madre. La data in cui l’Italia avrebbe scelto la Repubblica portava già, da venticinque anni, la firma del futuro assassino di Matteotti.

1 Giugno 2026

Il 2 giugno 1921, a Carrara, un gruppo di fascisti fiorentini incontra su via Carriona Remo Lazzeri, diciannovenne, che porta all’occhiello della giacca un distintivo del Soviet. Un simbolo che nel 1921, col biennio rosso appena concluso e lo squadrismo in piena escalation, è una dichiarazione. I fascisti fiorentini lo leggono come una provocazione e reagiscono di conseguenza. Gli intimano di toglierlo. Remo rifiuta. Lo picchiano a sangue fino a farlo cadere svenuto.

Dalla finestra sulla strada, assiste alla scena il fratello Renato, mutilato di guerra. Scende, viene anche lui bastonato a sangue, si vuole difendere, estrae la rivoltella, ferisce lo squadrista fiorentino Gastone Miniati. I fascisti, che erano guidati da Dino Castellani e Amerigo Dumini, lo freddano. Renato cade riverso sul selciato.

Giselda Bianchi, la madre, sente le grida e accorre nel gruppo degli assassini cui mandò parole infuocate di dolore e di imprecazione. Ma i fascisti, cinicamente, freddamente, puntarono subito le loro rivoltelle anche contro la povera madre, la quale s’abbatté, morta, sul corpo del figlio. Così l’Avanti! del 4 giugno 1921, pag. 4. La dinamica esatta resta incerta. Parte della storiografia indica in Renato il bersaglio diretto e non il soccorritore; la memoria antifascista carrarese colloca invece all’origine dello scontro la sorella Clara e un fiore rosso, là dove il quotidiano socialista parlava del fratello Remo e di un distintivo del Soviet. Resta fermo il nucleo, su cui le fonti concordano: una spedizione fiorentina guidata da Dumini, un simbolo rosso come unica colpa, due morti, madre e figlio.

Prima di parlare di Repubblica, di libertà, di conquiste democratiche, vale la pena fermarsi qui: su una strada di Carrara, una madre morta sopra il corpo del figlio.

Dumini ha ventisette anni. Ha già alle spalle diversi omicidi, reati che nessuna autorità dello Stato liberale ha mai ritenuto di perseguire con efficacia. A Carrara, quel giorno, aggiunge voci alla lista.

Tre anni dopo, il 10 giugno 1924, lo stesso Dumini guida la squadra della Ceka del Viminale che sequestra e assassina Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, undici giorni dopo il suo discorso alla Camera in cui aveva documentato le violenze e i brogli delle elezioni del 6 aprile. Il filo è diretto: stessa persona, stessa impunità garantita dall’alto, stessa logica. Cambia la vittima. In questo articolo mi sono già soffermato sulla grammatica procedurale e sull’etica democratica del discorso parlamentare di Matteotti. Ciò che lo Stato fascista decise di fare nel tempo che restava tra il 30 maggio e l’11 giugno vede protagonista anche Dumini.

Quello che è urgente sottolineare, prima delle retoriche sulla festa del 2 giugno, è la continuità strutturale tra i due episodi. Dumini nel 1921 agisce perché può. Agisce perché lo Stato liberale, che pure formalmente esiste, ha scelto di non frapporsi tra il braccio fascista e le sue vittime. L’impunità è la condizione che rende possibile lo squadrismo. Senza quella copertura, la violenza sarebbe rimasta episodica. Con quella copertura, diventa sistema. Un sistema che rende la successiva omertà strutturale in Parlamento il viatico per l’impunità tribale.

La monarchia, in questo schema, non è solo spettatrice. Vittorio Emanuele III firma i decreti che trasformano il movimento fascista in regime. Firma le leggi speciali del 1926 che aboliscono i partiti, la stampa libera, la libertà di riunione. Firma le leggi razziali del 1938. Ogni firma è un atto di volontà e nessuno deve minimizzarla come resa all’inevitabile. Il legame tra corona e fascismo è causale prima ancora che morale: la monarchia offre la legittimità istituzionale senza la quale il regime non avrebbe mai potuto presentarsi come ordine.

Quando il 2 giugno 1946 dodici milioni e mezzo di donne e uomini scelgono la Repubblica, votano la rottura con quella catena. La catena che va dallo squadrismo impunito al regime legalizzato, dal regime legalizzato alla guerra, dalla guerra alla disfatta. La catena il cui anello più antico, in quella sequenza, porta il nome di Amerigo Dumini e si salda su una strada di Carrara venticinque anni prima.

Celebrare il 2 giugno come festa della libertà democratica è tecnicamente corretto ma storicamente pigro. La libertà è un risultato e i risultati si capiscono solo se si tiene saldo il punto di partenza. Il punto di partenza è un uomo che uccide perché il potere gli garantisce che nessuno lo fermerà. La Repubblica nasce dalla decisione collettiva che quel patto, tra chi esercita la violenza e chi la tollera dall’alto, è rotto.

Renato Lazzeri e sua madre Giselda Bianchi sono ricordati nella lapide di Carrara come vittime “del primo e più nefando delitto che la storia carrarese ricordi”.

Amerigo Dumini esce di prigione nel 1956, per condono. Pubblica la sua autobiografia. Muore a Roma il 25 dicembre 1967, nel suo letto, a settantatré anni.

Scegliere la Repubblica, quel 2 giugno, ha voluto dire decidere che lo Stato non si sarebbe più reso complice silenzioso di chi uccide in suo nome. Dumini è morto libero, e questo misura quanto poco basti a far tornare indietro le cose. La data che lui aveva insanguinato venticinque anni prima è la stessa che dodici milioni e mezzo di italiani hanno scelto per ricominciare. Difenderla significa non lasciare che torni a essere la sua.

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