Musica
Guccini. Regaliamogli il tempo del congedo
I giornali celebrano Guccini, i social si riempiono di canzoni, concerti e ricordi personali. Ma tra la morte e la memoria esiste forse un tempo che abbiamo dimenticato: il tempo del congedo. Avremo cent’anni per celebrarne il mito. Oggi possiamo concedergli il silenzio.
I grandi giornali avevano certamente i loro coccodrilli preparati da tempo. È il mestiere, non c’è nulla di cinico. Le testate più piccole hanno affidato il ricordo a estimatori che ne scrivono con passione e, certamente, con autentica tristezza. Poi ci sono i social, di ogni ordine e specie, e lì sta accadendo qualcosa di diverso. Ognuno porta il proprio frammento di Guccini: «Ero ancora bambina…», «Avevo appena finito il liceo…», «Cantammo con i professori L’Avvelenata», «L’ho scoperto tardi con Vorrei». Qualcuno ricorda un concerto del 1978, qualcun altro una sera degli anni Novanta, una ragazza, un viaggio, un padre che metteva un disco sul giradischi.
Non c’è niente di male. Quando muore qualcuno che ci ha accompagnati per mezzo secolo, inevitabilmente facciamo ricognizione nella nostra memoria. Io stesso sarei tentato di farlo. Chi ha superato i cinquant’anni possiede probabilmente un proprio archivio gucciniano: Auschwitz, Dio è morto, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, ma anche Il sociale e l’antisociale, Autogrill e le tante canzoni più intime che ogni tanto abbiamo rubato dal nostro hard disk mentale per infilarle in un discorso. Spesso quelle citazioni avevano più la pretesa di far risuonare la sua voce dentro di noi che di aggiungere davvero qualcosa a ciò che stavamo dicendo.
Eppure, una domanda rimane. “Al Maestrone”, come tutti lo chiamavano, sarebbe piaciuta questa sterminata autobiografia collettiva costruita intorno alla sua morte? Non possiamo saperlo e sarebbe persino presuntuoso rispondere al posto suo. Possiamo però accorgerci che, mentre crediamo di parlare di Guccini, molto spesso stiamo parlando di noi. Il morto diventa la didascalia di una nostra fotografia: io quando avevo vent’anni, io a quel concerto, io con quella canzone, io con quell’amore. È forse inevitabile, perché gli artisti che abbiamo amato finiscono per abitare la nostra biografia. Ma proprio per questo, almeno per qualche ora, potremmo provare a restituire Guccini a Guccini.
Anche perché rischiamo di ricordarne soltanto la parte che coincide con noi. C’è il cantautore, naturalmente, ma c’è anche lo scrittore che ha raccontato l’Appennino, la lingua, i paesi e una civiltà che scompariva; c’è l’autore dei romanzi gialli scritti con Loriano Macchiavelli; c’è un uomo che ha continuato a raccontare quando aveva quasi smesso di cantare. Avremo tempo per riscoprire anche quello. Avremo tempo per discutere quali canzoni resteranno, per raccontare i concerti, per stabilire che cosa abbia rappresentato nella cultura italiana. Avremo, probabilmente, cent’anni per celebrarne il mito.
Ma esiste un tempo precedente alla memoria. È il tempo che separa la morte dalla sepoltura. C’è un nome che vorrei dare a questo intervallo: il tempo del congedo. È una breve terra di nessuno nella quale una persona non c’è più e tuttavia non è ancora diventata completamente un ricordo. Non appartiene alla critica, alla celebrazione, alle classifiche delle dieci canzoni più belle. Appartiene al dolore di chi resta, all’amarezza dell’assenza e persino alla nostalgia, purché abbia il pudore di non trasformarsi immediatamente in racconto.
La nostra epoca ha quasi abolito questo tempo. La morte viene comunicata e, nello stesso istante, commentata. Prima ancora che il dolore abbia trovato una forma, arrivano fotografie, citazioni, playlist, ricordi, aneddoti. Abbiamo bisogno di dire subito qualcosa, forse perché il silenzio davanti alla morte ci mette a disagio. E invece ci sono momenti nei quali tacere non significa avere poco da dire. Significa riconoscere che qualunque parola arriverebbe troppo presto.
«Il giorno dopo è sempre malinconia», cantava Guccini. Il giorno dopo è arrivato. Ci saranno altri giorni per raccontare ciò che le sue canzoni hanno significato nelle nostre vite e per consegnarlo alla storia della cultura italiana. Oggi, forse, potremmo regalargli qualcosa che non gli abbiamo mai chiesto di scrivere: il nostro silenzio.
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