Un timbro rosso «GEN Z» su un fascicolo intestato «questi ragazzi», età 14-17, precedenti: nessuno

Italia

Nessuno dice «emergenza boomer»: come la «Gen Z» è diventata una categoria penale

Prima il marketing, poi i giornali, infine il ministro della Giustizia: in una settimana una parola ha trasformato i ragazzi di Milano in un’unica figura da sorvegliare. Perché agli adulti non succede mai, e che cosa insegnano i teddy boys del 1959.

24 Ottobre 2026

Una parola d’importazione

Credo che oggi, nel lessico pubblico italiano, non ci sia un’espressione più reazionaria di «Gen Z», o almeno dell’uso che se ne fa. Reazionaria in un senso preciso, quasi tecnico: serve a conservare l’ordine delle cose, perché trasforma una questione sociale in una questione d’età, e chi sta meglio non deve più domandarsi perché. Ogni etichetta, d’altronde, descrive più chi la assegna, con la sua mentalità e la sua ideologia, di chi la riceve. Questa, tra l’altro, è nata per una funzione che con la politica ha poco a che fare: l’hanno messa a punto i demografi e gli uffici marketing statunitensi, per sapere a quale fascia d’età vendere quale merce. Da qualche anno, però, la categoria commerciale è diventata anche sociale e politica: abbiamo letto della Gen Z che non vuole lavorare, della Gen Z fragile e ansiosa, della Gen Z che vota o che diserta le urne1. In tutti questi usi i ragazzi compaiono come una specie esotica, da osservare oltre il recinto di uno zoo, e la propaganda populista, di destra, di centro e di sinistra, se n’è servita per parlare dei ragazzi senza mai parlare con loro. Dopo una settimana di disordini, infine, la categoria è diventata una categoria penale, senza che nessuno avvertisse il passaggio.

Lo si è visto bene in questi giorni. Venerdì 16 ottobre decine di migliaia di studenti hanno sfilato in decine di città, dietro gli striscioni di collettivi e sindacati studenteschi. Su uno di quelli si leggeva «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»; la coordinatrice della Rete degli Studenti Medi, Angela Verdecchia, spiegava: «Abbiamo bisogno di scuole sicure, di edifici scolastici dignitosi e di investimenti nell’istruzione». Il giorno dopo, a Milano, un corteo contro il carovita convocato sui social, senza partiti né sigle (o almeno così è stato presentato), si è sfaldato in una serie di assalti ai negozi del centro che di politico avevano ben poco. Fra le due piazze correva una distanza enorme, per numeri, organizzazione e richieste; eppure la parola «Gen Z» le ha saldate in un’unica immagine2. Lo studente che manifesta per il diritto allo studio e il ragazzino che esce da un negozio con la refurtiva sotto il piumino sono così diventati la stessa figura, riconoscibile dalla felpa nera e da una familiarità con i social che tutti le attribuiscono e nessuno ha verificato. Quella figura non esiste da nessuna parte, eppure lo Stato ha già cominciato a legiferare su di lei. Avrebbe potuto, e dovuto, legiferare per lei: dare una rappresentanza a chi non vota ancora, una scuola che regge e una casa che si può pagare a chi chiedeva proprio questo. Ha preferito legiferare contro.

Ha cominciato dal ministro della Giustizia, che il 22 ottobre ha annunciato di voler «spedire dietro le sbarre questi minori violenti», cercando posto anche nelle carceri degli adulti3. Su quel dimostrativo, «questi», conviene fermarsi, perché da solo contiene un’intera politica: il ministro non sa chi siano, ma li indica, e l’indice teso basta a farne un gruppo.

Nessuno ha mai detto «emergenza boomer»

Quel gesto dell’indice, tuttavia, è un privilegio che riserviamo soltanto ai ragazzi. Quando – mettiamo – un sessantenne rapina una banca, la cronaca ne ricostruisce la vita, il quartiere, i debiti, i rancori; nessuno pensa di elevare la sua data di nascita a movente. Allo stesso modo, quando un dirigente cinquantenne non sa aggiornare un sistema operativo, se ne sorride negli uffici, e a nessuno viene in mente di ricavarne una teoria sulla generazione X. Il reato dell’adulto chiede una biografia; per quello del ragazzo basta l’anagrafe. Eppure l’anagrafe, se la si interroga davvero, dice il contrario dell’allarme: nel 2025 i minorenni sono stati poco meno del 5 per cento delle persone denunciate o arrestate in Italia4. Gli altri, oltre novantacinque su cento, hanno l’età per votare, e nessuno ne ha mai fatto una generazione.

Lo stesso doppio registro governa le piazze. In questi giorni i camionisti del Sud bloccano le strade contro il prezzo del gasolio, e il governo li multa e li denuncia con pari solerzia, perché la sua inclinazione repressiva non fa distinzioni d’età5. Nessuno, però, ha sentito il bisogno di domandarsi chi siano i camionisti, a quale generazione appartengano, quanto usino i social. La loro rabbia ha un oggetto riconoscibile, e un oggetto basta a farne una vertenza. Ai ragazzi, invece, l’oggetto viene sottratto prima ancora che si discuta della loro responsabilità.

Non sostengo che quell’oggetto sia sempre legittimo. Alcune delle parole d’ordine gridate in questi giorni mi paiono sbagliate, e non per una sfumatura. Lo slogan e il malessere che lo genera, però, appartengono a ordini diversi: si può respingere il primo e riconoscere al secondo cause materiali, dagli affitti che spingono le famiglie fuori dalla città alle aule fatiscenti6. Chi rinuncia a separarli finisce per trattarli allo stesso modo. La protesta si muta allora in sintomo, e un sintomo non lo si ascolta: lo si cura, oppure lo si isola.

Il lettore alla finestra

Il dito puntato, del resto, ha sempre un pubblico, e quel pubblico non sono i ragazzi. Metà dei lettori di quotidiani in Italia ha superato i 55 anni, e un giornale adotta il punto di vista di chi lo compra. Il suo lettore modello, per usare la categoria di Eco, è un adulto affacciato alla finestra, che guarda la strada senza scendervi7. Lo tradiscono i titoli di questi giorni, «Chi sono i facinorosi», «Chi sono i manifestanti Gen Z»8: hanno la sintassi e il lessico dei reportage dalle terre lontane, e parlano di ragazzi che abitano nella stessa città, al più a mezz’ora di treno. Nessun giornale ha mai titolato «Chi sono i pensionati» davanti a una protesta sulle pensioni, perché i pensionati sono i suoi lettori, e al lettore non si spiega chi è.

La grammatica conferma ciò che i titoli lasciano intuire. Il dimostrativo del ministro torna anche in bocca al sindaco Sala, che pure aveva messo in guardia dalla tentazione della sola repressione: «questi ragazzi sono manovrabili»9. Il discorso pubblico oscilla tra «i nostri ragazzi», quando prova pietà, e «questi ragazzi», quando prova paura; il «voi» lo pronuncia soltanto per fare la predica. A «Porta a Porta» Bruno Vespa ha liquidato così una rappresentante degli universitari: «dovete studiare, sennò dite delle sciocchezze che non vi giovano». Sotto la grammatica c’è un dato tanto evidente da passare inosservato: gran parte di loro non vota, e la politica parla a chi la elegge come i giornali a chi li paga. La cittadinanza gli viene negata anzitutto nella lingua; le celle arrivano dopo, quasi per coerenza. Quando invece la parola «generazione» la pronunciano loro, cambia segno. Intervistati da «Open», alcuni ragazzi scesi in piazza a Milano si sono definiti «la generazione del precariato»10: il lavoro che manca, la casa che non si può pagare. Bourdieu lo aveva osservato già nel 1978, con un titolo che vale da solo come tesi: la gioventù non è che una parola, e quella parola copre la distanza sociale fra un liceale e un apprendista della stessa età11.

Il nativo e il burattino

Di quella distanza si nutre anche il mito più fortunato che gli adulti abbiano costruito intorno ai ragazzi: il nativo digitale. L’espressione fu coniata da Marc Prensky nel 2001, e da allora la ricerca l’ha smontata più volte senza riuscire a estirparla dal senso comune12. L’ultima indagine internazionale sulle competenze digitali, ICILS, conferma per i tredicenni italiani ciò che chiunque insegni ha già constatato: la media è di poco superiore a quella internazionale, ma quasi uno studente su due resta sotto il livello di base, e chi cresce in una casa con almeno 26 libri guadagna 40 punti sugli altri13. Il nativo digitale, a guardarlo bene, nasce in una famiglia che legge.

In questi giorni il mito si è rovesciato: i ragazzi che dominavano il mezzo per diritto di nascita ne sono diventati, nel giro di una settimana, le vittime. Il ministro della Difesa ha parlato di una «guerra ibrida» condotta attraverso TikTok e YouTube e di una «controeducazione» subita dai giovani, con cifre di cui non ha indicato l’origine; il ministro dell’Interno, che dell’ordine pubblico risponde, ha detto di non avere alcuna prova di una regia esterna14. Esperti o burattini, secondo la convenienza dell’argomento: in nessuno dei due ritratti compare un ragazzo in carne e ossa.

Se si cercano davvero i manovrati, bisogna guardare agli adulti. Alliance4Europe, un’organizzazione che studia la disinformazione, ha analizzato oltre mezzo milione di contenuti dedicati ai disordini francesi della stessa settimana. Fra quelli in francese, appena il 3 per cento attribuiva la colpa ai migranti o all’Islam; fra quelli in inglese la quota sfiorava il 19, sospinta dall’estrema destra anglofona, dai media americani e dalle reti russe15. Quella propaganda si rivolgeva agli adulti, soprattutto fuori dalla Francia, e raccontava loro che la colpa era degli immigrati. Gli adulti, del resto, sono il bersaglio più facile: uno studio sugli utenti di Facebook ha mostrato che chi ha più di sessantacinque anni condivide notizie false quasi sette volte più di chi ne ha meno di trenta16. Per i fatti di Milano uno studio analogo non esiste, e non intendo forzare il confronto. Mi limito a registrare che la lettura sospinta da quelle reti coincide con quella che da noi è risalita fino a Palazzo Chigi.

Dalle parole alle celle

Vi è risalita il 20 ottobre, quando la presidente del Consiglio ha dichiarato che dei 330 fermati in tutta Italia la metà era «di origine straniera, nati all’estero o nati in Italia da famiglie straniere»17. In quell’inciso è racchiuso un intero metodo: un ragazzo nato a Sesto San Giovanni, che a Sesto è cresciuto e va a scuola, entra nel conto degli stranieri, e alla generalizzazione per età si sovrappone quella per discendenza. Per tenerle insieme, la lingua ha già pronta una parola: «maranza». Nessuno sa dire con esattezza che cosa designi, se uno stile, la tuta acetata e la trap nelle cuffie, oppure un’origine; proprio questa ambiguità la rende preziosa, perché permette di dire «straniero» senza pronunciarlo. Anche la sua storia è istruttiva. La parola circolava già alla fine degli anni Ottanta nel gergo giovanile del Nord, come sinonimo di «tamarro», e una delle etimologie raccolte dalla Crusca la fa risalire al meridionale «maranza», melanzana, incrociato con voci come «marocco», che allora designava il meridionale. Se l’ipotesi è giusta, la parola con cui oggi si indica il figlio dell’immigrato nordafricano è nata per indicare il figlio dell’immigrato del Sud. Franco Gabrielli, che è stato capo della Polizia, l’ha detto senza giri di parole: «maranza» è «un insulto dal timbro etnico», ed «è come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni»18.

Quando qualcuno ha guardato quei ragazzi uno per uno, la figura compatta si è dissolta. Il procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Milano, Luca Villa, ha spiegato che dei 36 minori fermati circa la metà sono figli di italiani e soltanto tre hanno precedenti; gli altri vanno a scuola, e «non sono i cosiddetti maranza»19. «Il Post», che ha letto gli interrogatori, conta 35 arrestati, in gran parte fra i 15 e i 16 anni: 31 senza precedenti, 25 nati in Italia, quasi tutti sconosciuti l’uno all’altro, richiamati in centro da una chat su Telegram o da un video20. Distinguere era dunque possibile. Bastava guardare, ed è proprio la fatica di guardare che la parola «Gen Z» ci risparmia. L’unico che i giornali abbiano osservato davvero da vicino è il più piccolo, un bambino di undici anni e quindi non imputabile: ne hanno raccontato la scuola media, l’arrivo dei carabinieri, le voci dei compagni, come si fa con un ricercato. Alla generalizzazione serviva un volto, e ha scelto il più indifeso.

Su questo punto conviene tornare al ministro della Giustizia, perché la sua parabola illumina anche chi l’ha raccontata. Quando Carlo Nordio arrivò in via Arenula, nell’autunno del 2022, una parte della stampa lo salutò come un garantista: «Il Tempo» titolava sulla sua «riforma garantista», Piero Sansonetti scriveva sul «Riformista» che il ministro era «tornato alle sue origini di liberale e garantista». Sarebbe bastato ascoltare la presidente del Consiglio, che negli stessi giorni si definì «garantista nel processo e giustizialista nell’esecuzione della pena»21. Quella formula andava presa alla lettera. Le garanzie sono andate a chi amministra e governa, con l’abolizione dell’abuso d’ufficio e la stretta sulle intercettazioni; la pena è toccata a chi non ha avvocati né tribune, dal decreto contro i rave, primo atto del governo, al decreto Caivano, fino alle sezioni per minorenni nelle carceri degli adulti22.

In questi giorni la pena ha assunto la forma di 500 soldati a Milano, di misure che chiamano i genitori a rispondere dei danni, di nuovi posti nelle carceri minorili. Il mio amico Giacomo D’Alfonso, sugli Stati Generali, ha guardato la stessa scena dall’altro lato: in “Mentre voi condannate, loro scrivono il prossimo decreto” rimprovera al centrosinistra di essersi affrettato a prendere le distanze da piazze che non aveva convocato, accettando così la cornice della destra proprio mentre il governo preparava le norme23. Tutti, dal sindaco al ministro della Difesa, indicano nelle piattaforme l’origine del male; ma le piattaforme si possono soltanto nominare, mentre i ragazzi si possono arrestare. Raccontando la legge francese che vieta i telefoni a scuola, il «Grand Continent» ha trovato una formula che vale anche per noi: non essendo riusciti a regolamentare le piattaforme, si è deciso di regolamentare gli studenti24.

I teddy boys di Metanopoli

Niente di tutto questo è nuovo. Nel 1959, nel pieno del miracolo economico, l’Italia scoprì i teddy boys. Anche allora i ragazzi delle periferie vennero nominati con parole straniere, teddy boys e tricheurs, prese a prestito da Londra e dal cinema di Carné25. Anche allora l’allarme salì rapidamente ai piani alti: a settembre la Fondazione Cini riunì a Venezia magistrati, pedagogisti e giuristi, sotto la presidenza di Francesco Carnelutti, per interrogarsi sull’«adolescenza traviata»26; a dicembre la Rai trasmise un’inchiesta di Gianni Bisiach che additava nel cinema il cattivo maestro27. Si sostituisca il cinema con TikTok, e il copione resta identico, battuta per battuta.

Anche allora, però, qualcuno si rifiutò di recitarlo. Il 10 ottobre 1959 Pasolini scrisse su «Vie Nuove» che la colpa non era dei teddy boys. Distingueva la gioventù del Nord da quella del Sud, e poche settimane più tardi annotò, con la sua ferocia esatta, che i teddy boys erano «numericamente proporzionali agli elettrodomestici»28. Mezzo secolo dopo, davanti ai saccheggi di Londra, Zygmunt Bauman avrebbe parlato di consumatori esclusi, ragazzi che si riconoscono nelle merci senza poterle comprare29. Sabato, a Milano, sono stati svuotati Foot Locker e Decathlon. Le banche, che le rivolte di un tempo prendevano di mira, sono rimaste intatte.

Diventare lettori

Quei teddy boys hanno oggi più di ottant’anni. Se leggono ancora un giornale, è scritto per loro, ed è probabile che qualcuno, sfogliandolo in questi giorni, abbia scosso la testa davanti ai ragazzi di piazza Duomo. Furono la prima generazione italiana chiamata «emergenza», e hanno avuto il tempo di dimenticarlo. Ai loro nipoti auguro la stessa fortuna: crescere abbastanza da diventare lettori, e smettere così di essere un titolo.

 


Note

  1. 1. Qualche esempio, fra i molti: Andrea Carli, “Flessibilità e tempo libero: così i giovani della «generazione Z» valutano le opportunità di lavoro”, «Il Sole 24 Ore», 28 aprile 2023; Antonio Fera, “Il lavoro non è tutto: per questo la Generazione Z chiede lo «stipendio emotivo»”, «Avvenire», 14 maggio 2026; “Generazione Ansia, gli adolescenti con la fatica emotiva di non essere abbastanza”, «ANSA», 10 giugno 2024; Federico Bianchetti, “Il referendum della Gen Z: 6 giovani su 10 hanno votato NO”, «Skuola.net», marzo 2026; fino a “Timori per la protesta Gen Z, l’avvocato annuncia sui social: «Difenderò le mie vetrine». E spiega il significato delle parole”, «ForlìToday», 23 ottobre 2026. Sul tono dell’intero filone è eloquente anche la replica di Giulia De Ieso, “La Gen Z non ha perso la voglia di lavorare, ha perso il senso di farlo così”, «Luce!», 5 novembre 2025. ↩︎
  2. 2. Sullo sciopero studentesco del 16 ottobre, lo striscione e la dichiarazione di Angela Verdecchia: Serena Convertino, “Le proteste degli studenti infiammano l’Italia. No al riarmo, no al carovita, più fondi alla scuola. Le rivendicazioni delle piazze”, «L’Espresso», 16 ottobre 2026: lespresso.it; cfr. anche “Gli studenti si prendono le piazze, Meloni: ‘Violenze da condannare’”, «ANSA», 16 ottobre 2026. Sull’etichetta: Ygnazia Cigna, “Apartitici, radunati su TikTok, minorenni e di seconda generazione: chi sono i manifestanti Gen Z che hanno messo a ferro e fuoco Milano”, «Open», 17 ottobre 2026: open.online; “La rivolta della Gen Z contagia Milano: scontri e oltre 200 fermi, quasi tutti minorenni”, «L’Indipendente», 19 ottobre 2026. ↩︎
  3. 3. Intervista a «Start», Sky Tg24, 22 ottobre 2026. Cfr. Lorenzo Attianese, “Nordio: ‘Ampliare le carceri minorili’. In 4 anni +40% ragazzi in cella”, «ANSA», 22 ottobre 2026: ansa.it. ↩︎
  4. 4. Dati del ministero dell’Interno elaborati dal «Sole 24 Ore» per l’Indice della criminalità 2026, a cura di Martina Carioni e Francesca Ricciardi, 12 ottobre 2026: nel 2025 i minori denunciati o arrestati sono stati circa 39.600, il 4,7 per cento del totale; ne dà conto anche l’AGI: agi.it. Per la serie storica: Openpolis e Con i Bambini, “Criminalità e minori, tra autori e vittime”, 4 ottobre 2021, che per il 2019 indica circa il 3,5 per cento: openpolis.it. ↩︎
  5. 5. Angela Giuffrida, “Milan braces for more unrest as debate intensifies over Italy’s ‘lost generation’”, «The Guardian», 23 ottobre 2026, che riporta 71 denunciati e 242 multati fra gli autotrasportatori. ↩︎
  6. 6. Le richieste dei cortei contro il carovita (salari, affitti, scuola, sanità) sono riassunte in “Cosa accomuna i ragazzi dei disordini a Milano”, «Il Post», 22 ottobre 2026: ilpost.it; sugli affitti cfr. anche Giuffrida, “Milan braces…”, cit. ↩︎
  7. 7. Audicom Print 2026/II, rilevazione diffusa a metà ottobre 2026: il 50,1 per cento dei lettori di quotidiani ha 55 anni o più. Sul lettore modello: Umberto Eco, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani, 1979. ↩︎
  8. 8. “Scontri di Milano, l’appuntamento su TikTok: chi sono i ragazzi fermati in piazza: 17 arresti e 22 denunciati”, «Il Giorno», 18 ottobre 2026, dove «Chi sono i facinorosi» è il titolo di una sezione: ilgiorno.it; Cigna, “Apartitici, radunati su TikTok…”, cit. ↩︎
  9. 9. “Scontri Milano: il più giovane identificato ha 11 anni. Piantedosi: ‘Nessuna evidenza che fossero manipolati’”, «ANSA», 21 ottobre 2026, che riporta la frase di Sala: ansa.it. Sul rifiuto della sola repressione: “Scontri a Milano, Sala: ‘Non può essere solo un problema di repressione’”, «ANSA», 20 ottobre 2026. La puntata di «Porta a Porta» è quella del 21 ottobre 2026; la rappresentante è Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari. Le parole di Vespa, riportate con lievi varianti dalle cronache, sono in Leonardo Pasquali, “Porta a Porta, Vespa gela la rappresentante studentesca: ‘Dite sciocchezze, dovete studiare’”, «Everyeye», 23 ottobre 2026: lifestyle.everyeye.it; cfr. Luca Cereda, “Bruno Vespa e quel «venite preparati» che non ascolta i giovani”, «Famiglia Cristiana», 23 ottobre 2026. ↩︎
  10. 10. Chiara Pancari, “Milano, parlano i ragazzi della piazza: ‘Siamo la generazione del precariato’”, «Open», 21 ottobre 2026: open.online. ↩︎
  11. 11. Pierre Bourdieu, “La «jeunesse» n’est qu’un mot”, intervista di Anne-Marie Métailié, in Les jeunes et le premier emploi, Paris, Association des Âges, 1978, pp. 520-530; poi in Id., Questions de sociologie, Paris, Minuit, 1980. Sul panico morale come meccanismo resta classico Stanley Cohen, Folk Devils and Moral Panics, London, MacGibbon and Kee, 1972; per la lunga durata delle paure adulte verso i giovani, Geoffrey Pearson, Hooligan. A History of Respectable Fears, London, Macmillan, 1983. ↩︎
  12. 12. Marc Prensky, “Digital Natives, Digital Immigrants”, On the Horizon, 9 (2001), 5. Per le critiche: Sue Bennett, Karl Maton, Lisa Kervin, “The ‘digital natives’ debate: A critical review of the evidence”, British Journal of Educational Technology, 39 (2008), 5; Paul A. Kirschner, Pedro De Bruyckere, “The myths of the digital native and the multitasker”, Teaching and Teacher Education, 67 (2017). ↩︎
  13. 13. INVALSI, Sintesi dei risultati italiani ICILS 2023: invalsi.it. Il punteggio italiano è di 491 punti contro una media internazionale di 476; il 54 per cento raggiunge almeno il livello 2. Chi ha in casa meno di 26 libri ottiene 465 punti, chi ne ha 26 o più 505. Ne ha dato conto Claudio Tucci, “Ragazzi italiani tra i migliori nelle competenze digitali”, «Il Sole 24 Ore», 13 novembre 2024. ↩︎
  14. 14. “Crosetto: ‘I fatti di Milano frutto della guerra ibrida’”, «ANSA», 20 ottobre 2026: ansa.it, dove il ministro sostiene che tre giovani su dieci avrebbero partecipato alle manifestazioni e sei su dieci le approverebbero; per una lettura critica: “Le chat sui maranza, l’allarme di Crosetto e il confine tra fatti e sospetti”, «Linkiesta», 21 ottobre 2026. Su Piantedosi: “Scontri Milano, Piantedosi: ‘Non c’è evidenza che i manifestanti fossero manovrati’”, «Tgcom24», 21 ottobre 2026: tgcom24.mediaset.it. ↩︎
  15. 15. Alliance4Europe (Ned Mendez e Alexis Prokopiev), EU Unrest Report · How France’s October 2026 protests were manipulated, then retold abroad, ottobre 2026, che analizza 547.471 contenuti in nove lingue: alliance4europe.eu; sintesi in Marin Saillofest, “Come alcuni attori stranieri hanno alimentato l’indignazione online in merito alle manifestazioni del 17 ottobre in Francia”, «Il Grand Continent», 22 ottobre 2026: legrandcontinent.eu. La quota del 19 per cento è quella indicata dal Grand Continent; il rapporto parla di quasi un contenuto su cinque. ↩︎
  16. 16. Andrew Guess, Jonathan Nagler, Joshua Tucker, “Less than you think: Prevalence and predictors of fake news dissemination on Facebook”, Science Advances, 5 (2019), 1, eaau4586: science.org. Lo studio riguarda la campagna presidenziale americana del 2016: gli utenti sopra i 65 anni hanno condiviso in media quasi sette volte più articoli da siti di notizie false rispetto a quelli fra i 18 e i 29 anni. ↩︎
  17. 17. Videomessaggio del 20 ottobre 2026, riportato fra gli altri da «Secolo d’Italia» e «Il Mattino». Sulla parola «maranza»: Luisa di Valvasone, “Maranza”, Accademia della Crusca, rubrica Parole nuove, 30 settembre 2023: accademiadellacrusca.it. La scheda riporta l’ipotesi etimologica di Emanuele Banfi (1992) e Lorenzo Coveri (1993): dal meridionale maranza, ‘melanzana’, con la possibile sovrapposizione di forme come marakesch o marocco, che nel lessico giovanile degli anni Ottanta e Novanta valevano ‘meridionale’. ↩︎
  18. 18. Franco Gabrielli a «In Onda», La7, 29 luglio 2026, nella trascrizione di “Gabrielli a La7: ‘Finiamola di usare la parola maranza, è un insulto etnico. È come terrone negli anni Settanta’”, «Il Fatto Quotidiano», 29 luglio 2026: ilfattoquotidiano.it. La frase è ripresa in forma leggermente diversa da Gianluca De Rosa, “Maranza: neologismo o razzismo?”, «Il Foglio», 31 luglio 2026, dove il presidente della Crusca, Paolo D’Achille, ricorda che l’etimologia della parola resta incerta: ilfoglio.it. ↩︎
  19. 19. “Scontri a Milano, la rabbia e il vuoto che gli adulti non riescono a colmare”, «Alley Oop – Il Sole 24 Ore», 23 ottobre 2026: alleyoop.ilsole24ore.com. ↩︎
  20. 20. “Cosa accomuna i ragazzi dei disordini a Milano”, «Il Post», cit. Sull’undicenne: “Scontri Milano, chi è il bambino nei video di TikTok: ha 11 anni, è italiano. Il blitz dei carabinieri alla scuola media. I compagni: «Voleva rubare abiti e diventare ricco»”, «Il Messaggero», 22 ottobre 2026: ilmessaggero.it. ↩︎
  21. 21. Dario Martini, “La riforma garantista di Nordio: basta abusi nella giustizia. Svolta su azione penale e intercettazioni”, «Il Tempo», 7 dicembre 2022, dove è riportata la frase di Giorgia Meloni: iltempo.it. La formula circolava già in Fratelli d’Italia: cfr. Ermes Antonucci, «Il Foglio», 8 dicembre 2022. Piero Sansonetti, “Intercettazioni e giustizia garantista, Nordio vuole entrare nella storia: speriamo che Meloni non se ne accorga…”, «Il Riformista», 7 dicembre 2022: ilriformista.it. Ci fu anche chi mise in guardia: Astolfo Di Amato, “C’è da sciogliere un equivoco: Nordio non è un mite garantista”, «Il Riformista», 5 novembre 2022. ↩︎
  22. 22. Decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162, convertito con modificazioni dalla legge 30 dicembre 2022, n. 199, che ha introdotto nel codice penale l’art. 633-bis (invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica); decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, convertito con modificazioni dalla legge 13 novembre 2023, n. 159; legge 9 agosto 2024, n. 114, che ha abrogato l’abuso d’ufficio (art. 323 c.p.). ↩︎
  23. 23. Sui 500 militari, sulla responsabilità dei genitori e sulle carceri minorili: Giuffrida, “Milan braces…”, cit. L’articolo di Giacomo D’Alfonso è “Mentre voi condannate, loro scrivono il prossimo decreto”, «Gli Stati Generali», 19 ottobre 2026: glistatigenerali.com. ↩︎
  24. 24. Thierry Breton, “Il fronte digitale delle rivolte in Francia”, «Il Grand Continent», 21 ottobre 2026: legrandcontinent.eu. La legge francese del 24 agosto 2026 doveva vietare i social ai minori di quindici anni; censurata quella parte dal Consiglio costituzionale, ne è rimasto il divieto del cellulare a scuola. ↩︎
  25. 25. Les Tricheurs di Marcel Carné è del 1958. Sull’etichetta esterofila cfr. la presentazione della rassegna “L’estate calda dei teddy boys. Pier Paolo Pasolini, Elio Petri e una collaborazione alla fine degli anni Cinquanta”, Casa del Cinema di Roma. ↩︎
  26. 26. Il convegno, promosso dal Centro di cultura e civiltà della Fondazione Giorgio Cini, si tenne nel settembre 1959 col titolo «Adolescenza traviata». Gli atti sono in Adolescenza traviata, a cura di Mario Pomilio, Firenze, Sansoni, 1961 («Quaderni di San Giorgio», 11). ↩︎
  27. 27. Gianni Bisiach, I Teddy boys, Rai, 7 dicembre 1959, consultabile nel Portale storico della Presidenza della Repubblica (Collezione Gianni Bisiach): archivio.quirinale.it. ↩︎
  28. 28. Pier Paolo Pasolini, “La colpa non è dei teddy boys”, «Vie Nuove», n. 40, 10 ottobre 1959; la frase sugli elettrodomestici è in «Nuova generazione», 21 novembre 1959, citata da Maria Rizzarelli, “Pier Paolo Pasolini, La nebbiosa”, «Arabeschi»: arabeschi.it. La sceneggiatura milanese è in Pier Paolo Pasolini, La nebbiosa, a cura di Graziella Chiarcossi, Milano, Il Saggiatore, 2013. Sui teddy boys italiani: Alessandro Volpi, Parole ribelli. Storia di una frattura generazionale (1950-1960), Pisa, Pisa University Press, 2019. ↩︎
  29. 29. Zygmunt Bauman, “The London Riots – On Consumerism Coming Home to Roost”, «Social Europe», 9 agosto 2011, ripreso da “Cosa accomuna i ragazzi dei disordini a Milano”, «Il Post», cit., che ricorda anche come le proteste violente dei decenni passati a Milano colpissero soprattutto banche e sedi istituzionali. ↩︎
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