Mutto Accordi: «gli alberi sono i veri immortali, noi umani siamo solo comparse»

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28 marzo 2019

Senza gli alberi, il mondo sarebbe un deserto. Nella migliore delle ipotesi, ricorderebbe l’Islanda, con i suoi paesaggi lunari, flagellati dal vento. Gli alberi producono l’ossigeno che respiriamo, e sottraggono alla biosfera l’anidride carbonica; contrastano l’erosione, sono essenziali per il ciclo dell’acqua, sono indispensabili per innumerevoli creature vegetali e animali. Ma oltre al loro ruolo ecologico, sono cruciali anche dal punto di vista economico, sociale e culturale. Sino a un paio di secoli fa, un paese senza alberi rischiava di essere condannato all’indigenza, e all’impotenza geopolitica: basti pensare che il declino dell’Europa mediterranea, nel XVI secolo, fu causato anche dalla scarsità di legname per le flotte genovesi, veneziane e toscane.

Per millenni gli alberi hanno dato agli esseri umani farmaci (i nativi del Perù usavano la corteccia della cinchona per contrastare la malaria), legno (per le case, le navi e i carri), cibo (con i loro frutti, per esempio), rifugio (durante le guerre, nascondersi nelle foreste poteva essere l’unica possibilità di sopravvivenza). Creature antiche e preziose, dunque, da rispettare. Spesso al centro di miti e credenze: in Anatolia, ad esempio, si diceva che il contadino che abbatteva un albero non avrebbe potuto più avere discendenza; i celti credevano che bruciare il legno di sambuco portasse sfortuna.

Sergio Mutto Accordi, già ordinario di patologia vegetale e forestale all’Università di Padova, ha dedicato tutta una vita allo studio degli alberi. Autore di molti paper sull’argomento, ha poi deciso di scrivere un saggio omnicomprensivo: “L’Albero, vita e morte di un immortale” (Edizioni Altravista), per raccontare al grande pubblico quanto appreso in decenni di studio e osservazione.

A Gli Stati Generali lo scienziato, che domani parteciperà al secondo appuntamento del ciclo “Aspettando il Brains Day, racconta: «Ho partecipato a innumerevoli congressi, scritto tantissimi articoli scientifici in italiano e in inglese, ma negli anni ho realizzato che tutto il lavoro che avevo fatto rischiava di restare confinato all’ambiente accademico. Ho deciso quindi di scrivere un’opera divulgativa, per aiutare a far comprendere ai lettori il ruolo fondamentale degli alberi nella nostra esistenza, e come poter avere una migliore relazione con loro. Perché il fatto è che per la maggior parte di noi, gli alberi non sono altro che pezzi di legno, e non ci poniamo il problema di come li trattiamo». E questo, sia chiaro, va anche a nostro rischio e pericolo.

Professore, come mai ha deciso di dedicarsi agli alberi?

È una passione che ho sempre avuto, sin da ragazzo. Da bambino ascoltavo mio zio declamare le poesie di alcuni poeti originari del basso veronese, ad esempio Berto Barbarani, e spesso queste poesie parlavano proprio di alberi. Vede, io sono originario di un paesino vicino Verona, Villa Bartolomea. Lì, nelle campagne, c’erano delle grandissime querce, alcune avevano 400 o 500 anni. Fungevano da confine nei campi, ed erano molto imponenti. Mio zio me ne parlava spesso, mi portava a vederle, e così ho cominciato a interessarmene. Del resto per un bambino di dieci anni vedere una quercia alta trenta metri, con una chioma larga quasi altrettanto, è un’esperienza molto particolare. Sono alberi che trasmettono una sensazione di forza e tranquillità allo stesso tempo. Da allora mi sono sempre piaciuti gli alberi, ed è stato naturale scegliere di studiarli. All’inizio il mio interesse era quello di curarli, poi ho cominciato a chiedermi come tenerli in salute ed evitare che si ammalino, come promuovere una migliore relazione con loro.

Com’è oggi il nostro rapporto con gli alberi?

Oggi abbiamo del tutto perso il legame con il mondo naturale. Lo dimostra il fatto che non sappiamo più niente di alberi. Quanti di noi sanno distinguere un pino da un abete, o un ciliegio da un frassino? Mio nonno, invece, mi parlava di alberi e mi ha insegnato a distinguerli, eppure non lavorava nei campi, era capo-stazione a Trieste. Tutti gli esseri viventi sanno dove sono e sanno riconoscere il loro ambiente, e questo è fondamentale per sopravvivere. Ad esempio, una volpe sa che può andare a cacciare dove c’è una quercia, perché i suoi frutti attirano altri animali. E anche gli alberi conoscono perfettamente il loro ambiente. Noi invece non ci percepiamo più come parte di un ambiente naturale. Perché concepiamo la nostra specie come quella che domina il sistema, ma non è affatto vero. Crediamo di essere i protagonisti, in realtà siamo solo comparse. I protagonisti sono i vegetali perché se noi siamo qui è solo perché ci sono i vegetali. Sono loro che producono l’ossigeno di cui noi abbiamo bisogno, e sono loro che dominano il mondo.

Sergio Mutto Accordi

In effetti ben pochi di noi sanno riconoscere le specie d’albero presenti in un parco, a meno che non ci siano i cartellini. Secondo lei sarebbe importante un recupero collettivo di queste conoscenze sugli alberi? E a quale scopo?

Sarebbe fondamentale, in primo luogo per trattarli meglio. Consideriamo l’Italia, ad esempio. In montagna gli alberi sono ancora visti come una risorsa molto importante, ma in campagna e in città sono solo un fastidio. Basti pensare a quando delle forti raffiche di vento fanno crollare degli alberi in città: il problema non sono gli alberi, il problema è che noi abbiamo piantato le specie sbagliate nei punti sbagliati. In secondo luogo servirebbe a riscoprire una risorsa utilissima a molti scopi. Ci pensi: fino a poco tempo fa tutti sapevano che gli alberi fanno ombra, e che condizionano il clima, grazie alle loro foglie. D’altra parte gli alberi non fanno solo ombra, ovviamente: fermano le polveri sottili, riducono l’inquinamento, trattengono il suolo, rallentano la pioggia. Ma per fare tutto questo hanno bisogno di avere radici adeguate e, naturalmente, la chioma. Ebbene, gli alberi e le piante, in città, vengono spesso potati in modo davvero drastico, tagliando quasi tutti i rami. Per potare un albero in questo modo quanto tempo si impiega? Qualche ora. E in quel tempo brevissimo l’albero perde tutte le sue caratteristiche e potenzialità, perché perde tutte le foglie. E allora, per almeno tre anni, non farà più ombra, non avrà la possibilità di catturare l’anidride carbonica e gli inquinanti, né di rilasciare ossigeno. E poi, le stesse persone che tagliano piante e alberi in questo modo, in estate si lamentano per il caldo e vanno in montagna a cercare il fresco dei boschi. È una situazione paradossale ed è dovuta proprio alla perdita del legame che avevamo con la natura e con gli alberi.

In effetti gli alberi sono stati fondamentali per gli esseri umani, sin dalla preistoria.

E da molto prima. Perché assorbendo anidride carbonica e rilasciando ossigeno ci hanno dato (e ci danno) la possibilità di vivere. Poi, certo, ci hanno dato il materiale per costruire le nostre case, gli attrezzi per coltivare la terra, gli strumenti per la vita quotidiana. Fino a 60-70 anni fa, gli alberi fornivano i legacci per i cesti di vimini, per legare le viti e così via. Le frasche servivano per scaldare la casa e per sostenere gli ortaggi, dagli alberi si ricavavano pali per certi attrezzi, il tavolame, per non parlare dei mille usi della corteccia. Era un’economia rurale, di sussistenza, che dall’albero ricavava tantissimo. L’albero era e rimane una risorsa, e questo lo sanno bene i paesi del Nord Europa. Gli scandinavi sono, allo stesso tempo, i più grandi tagliatori di alberi d’Europa e i più grandi protettori della natura, perché conoscono il vero significato dell’albero. Gli alberi sono una risorsa proprio come lo è il petrolio. In Italia invece abbiamo avuto un atteggiamento distruttivo verso gli alberi: eravamo troppi su un territorio troppo piccolo. Abbiamo spogliato la nostra campagna.

Quali sono gli errori più comuni nel nostro rapporto con gli alberi?

L’errore più comune è piantare degli alberi o delle piante senza pensare a come diventeranno. Se lei si guarda intorno, ad esempio nei giardini delle villette, vedrà che magari hanno piantato una magnolia o un cedro a due-tre metri dalla casa. In dieci anni quegli alberi diventano un incubo, i proprietari non sanno cosa fare e allora li potano selvaggiamente. Ancora, qual è la funzione di una pianta in un giardino? A cosa deve servire? Deve avere una bella chioma? Un bel colore? Nel 99% dei casi i proprietari sanno a stento quali piante e quali alberi hanno in giardino. E senz’altro sanno quanto sono costati, ma non hanno la minima idea di cosa hanno bisogno per stare bene. Si suol dire che una persona è “in stato vegetativo” quando questa non ha più alcuna sensibilità. Ma in realtà gli alberi e le piante ne hanno tantissima, di sensibilità. Purtroppo la maggior parte di noi non si pone il problema di come li trattiamo.

Non abbiamo gratitudine. Senta professore, il titolo del suo saggio sembra racchiudere una contraddizione: può spiegare cosa intende per la “morte” dell’immortale albero?

Ogni anno l’albero si allunga e aumenta la sua circonferenza; crea nuove foglie, fiori, tessuti conduttori e assorbenti, e altri elementi indispensabili allo svolgimento delle attività metaboliche che in questo modo sostituiscono le parti dell’anno precedente. E così via per un tempo indefinito. Ogni albero perciò è capace di espandersi perennemente e conquistare il controllo della luce, dell’acqua e delle sostanze nutritive per un tempo indeterminato senza invecchiare, finché sarà in grado di procurarsi l’acqua e i composti necessari al suo sostentamento. Questo perché l’albero è dotato di isole di cellule staminali multi-potenti che sono centri di incremento illimitato. Cellule che non sono nate per morire, ma per generare con continuità nuove cellule che aumenteranno la massa della chioma, del tronco e delle radici, e che potranno perciò avere una crescita perpetua e indefinita. In natura però la vita si mantiene anche con le spoglie degli organismi che muoiono, diventando alimento per coloro che rimangono nell’ecosistema. Infatti anche gli alberi muoiono, ma perché sono sopraffatti dalle malattie, dalle avversità ambientali, dalle continue competizioni per accaparrarsi i nutrienti necessari allo sviluppo. Questo è ben visibile nelle radure del bosco dove germinano migliaia di piantine, ma solo pochissime, spesso una sola, riusciranno a diventare dominanti. Tutte le altre, invece, soccomberanno.

Lei si è dedicato molto alla conservazione degli alberi monumentali. Cosa sono esattamente gli alberi monumentali, e perché è importante salvaguardarli?

È sempre difficile dire cos’è un albero monumentale. Per me una definizione calzante è questa: è un albero che domina il suo ambiente. Non si tratta di età, questo è uno schema interpretativo umano, l’albero svolge le sue funzioni sempre e solo su parti nuove, ed è da questo punto di vista che è immortale. Ci sono alberi che vivono 4mila anni, anche di più, che si sono evoluti modificando ciclicamente l’apparato radicale e la chioma, e in pratica sono diversi dall’albero iniziale. È importantissimo che gli alberi monumentali riescano a sopravvivere, e che la gente capisca che sono capaci di riformarsi nel tempo, un po’ come l’araba fenice. Perché è un fatto straordinario dal punto di vista biologico.

Negli ultimi anni sono state pubblicate delle opere scientifiche secondo cui gli animali sono dotati di intelligenza, diversa dalla nostra ma pur sempre intelligenza. Pare che lo specismo e l’antropocentrismo imperanti fino a poco tempo fa si stiano superando. È così anche per gli alberi? Anche gli alberi sono dotati di un’intelligenza che dobbiamo imparare a capire?

La vita di un albero è complessa. In primo luogo deve vincere la concorrenza di tutti quelli che lo circondano, togliendo loro le risorse, e poi deve restare nel punto in cui si trova per tutta la sua esistenza e per riuscire a crescere e sopravvivere deve conoscere perfettamente il suo ambiente e condizionarlo. Per raggiungere tali obiettivi l’albero deve conoscere il territorio meglio dei suoi concorrenti. In natura è sempre una questione di occupazione di spazio e di approvvigionamento. E quindi l’albero, da sempre, ha un fortissimo rapporto con tutti gli organismi che lo circondano. Ora, non so dire se questa sia intelligenza, ma certamente l’albero ha la capacità di conoscere il suo ambiente e di dominarlo da solo o grazie a particolari alleanze. Pensiamo ad esempio alle simbiosi che sono codificate geneticamente. Attraverso segnali fisico-chimici e alle sostanze che emette è in grado di comunicare con il resto degli organismi che lo circondano, riconoscendo gli organismi utili e quelli dannosi.

Il cambiamento climatico è un argomento che (per fortuna) sta conquistando una visibilità sempre maggiore. E a questo proposito, una cosa che risulta chiara leggendo il suo libro è che gli alberi c’erano molto, molto prima che arrivassimo noi, e molto probabilmente ci saranno anche dopo di noi.

Senza dubbio. Probabilmente saranno diversi, ma stiamo parlando di organismi che hanno sempre dominato il mondo. Mi fa sorridere quando sento dire che i dinosauri dominavano la terra perché se non ci fossero stati gli alberi e le piante i dinosauri non sarebbero mai esistiti. Noi ci riteniamo molto intelligenti (e in effetti abbiamo un cervello dalle capacità portentose), però pare che ci riesca difficile ragionare su schemi complessi come quello della natura. E questo ci crea dei problemi molto grandi. È tutto collegato, se vengono tagliati degli alberi in Amazzonia non si può pensare che siano troppo lontani perché noi qui possiamo subirne le conseguenze. L’ossigeno, l’idrogeno, l’anidride carbonica sono tutti elementi collegati a livello planetario, ma questo non viene ben compreso. Certo, neanche i nostri nonni lo sapevano, però loro riconoscevano l’importanza della natura e degli alberi, perché da loro ricavavano praticamente tutto.

 

Immagine in copertina: Pixabay

TAG: alberi, ambiente, Brainsday, clima, Cultura, italia, natura, scienza
CAT: BrainsDay, clima

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