Netanyahu è il vero vincitore delle elezioni israeliane 2026 VLD

Medio Oriente

L’unica certezza è che Israele non ha voluto liberarsi di Netanyahu

Alle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 in molti credevano a una svolta, che non è arrivata. Netanyahu non ha i numeri per governare, ma di certo non è stato sconfitto, anzi, e resterà centrale nel prossimo futuro

28 Ottobre 2026

La fine politica di Bibi Netanyahu, la sua disfatta elettorale che in tanti negli ultimi anni hanno creduto di poter celebrare con le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026, è rinviata. A data da destinarsi. Sarà l’unica certezza a scrutinio concluso, è stata l’unica certezza mano a mano che dai primi exit polls della sera si passava ai primi voti veri, peraltro con una lentezza abbastanza appariscente. Per ultimi, stasera tardi, arriveranno i voti dei soldati, dei malati e dei carcerati, e non sono pochi, ma una cosa è stata già sicura nella notte dello scrutinio: Netanyahu non è morto, politicamente e, cosa più rilevante, il voto israeliano con l’affluenza più alta negli ultimi trenta anni, al 77,7%, alla quale contribuisce una massiccia partecipazione dei palestinesi cittadini d’Israele, certifica che “il popolo” non ha voluto voltare pagina. Netanyahu non avrà con ogni probabilità la maggioranza per governare, ma il suo Likud, il suo vecchio partito di destra continua a essere il primo partito. Il blocco dei suoi eterogenei oppositori forse guidati dal nei-politico Gadi Eisenkot, tutti insieme, avranno forse la maggioranza relativa, ma questa non basterà a formare un governo e, a proposito di “inesperienza” fa una certa impressione ripensare all’entusiasmo con il quale proprio Eisenkot ha commentato i primi exit polls, a urne appena chiuse. Nel mezzo, c’è il grande risultato dei partiti arabi, accreditati di 18 seggi, che sono circa il 15% dei parlamentari: una rappresentanza che per la prima volta somiglia davvero alla percentuale di palestinesi cittadini, che sono oltre il 20%. Un dato di cui tenere conto, per molte ragioni.

Ovviamente, mentre scriviamo è ancora presto avere qualunque certezza, ma uno scenario che va consolidandosi è questo: il blocco di destra ed estrema destra, guidato da Netanyahu e che tiene dentro tutti i vari estremesti nazional religiosi che in questi anni abbiamo imparato a conoscere, potrebbe trovarsi alla fine in vantaggio sugli avversari di tre, quattro, cinque parlamentari, senza però avere la maggioranza per formare il governo in autonomia. Il blocco di centrodestra-centro-centrosinistra che a lui si opponeva sarebbe appunto in ritardo di qualche seggio. Il blocco di Netanyahu e in particolare il suo partito, lo storico partito di destra Likud, perdono qualche punto percentuale rispetto alle elezioni di quattro anni fa, e si starebbe parlando di una sconfitta, se queste elezioni non avvenissero dopo questi anni di governo e di tragedie. Infatti, nel 2022, un anno dopo essere stato eletto per l’ennesima volta a primo ministro, Netanyahu guidava il paese nella più clamorosa disfatta della storia dell’intelligence israeliana – il 7 Ottobre 2023, giorno nel quale sono stati massacrati 1200 civili israeliani e altri mille rapiti – e subito dopo è iniziata per sua deceisione e sotto la sua guida la distruzione e devastazione di Gaza, con oltre 70 mila morti, donne e e minori tra questi a decine di migliaia. Oltre all’aberrazione etica e politica, che ovviamente basterebbe, Israele ha ottenuto che dalle macerie di Gaza non partissero più razzi, e poco altro. Ha decapitato Hezbollah in Libano ma poi ha spinto Trump a impantanarsi, con conseguenze globali per la vita di tutti, anche le nostre, in una guerra senza sbocchi con l’Iran. Infine, sicuramente un dettaglio, ma non irrilevante, questo governo Netanyahu ha devastato la reputazione di Israele nel mondo, rendendo duramente critiche anche ampie fasce di popolazione e di ceto intellettuale che mai erano state aprioristicamente ostili.

È ricordando tutto questo che è necessario misurare e pesare i risultati che arrivano. Il calo del Likud e la tenuta dei partiti estremisti più duri come Otzmah Yeudith di Ben Gvir, costruiscono un quadro chiaro: la società israeliana nel suo complesso non ha voluto cambiare rotta, e non ha voluto dare la fiducia che serve al pur moderato e compattamente sionista blocco di chi si candidava a governare in alternativa a Netanyahu. Non sarebbe Non ha premiato Netanyahu, grazie e forse soprattutto all’imponente affluenza della minoranza di palestinesi cittadini di Israele, il voto dei quali è confluito verso i partiti arabi, appunto, e che quindi può aver diluito le proporzioni della vittoria di Netanyahu, ma difficilmente contribuirà ad un’alternativa di governo, salvo l’ipotesi di una svolta al momento davvero imprevedibile. Più facile, allo stato attuale dei fatti, è che Netanyahu sia incaricato di provare a formare un governo, in quanto candidato del primo partito e della prima “coalizione” – le virgolette sono d’obbligo, in un paese proporzionalista fino al midollo, com’è Israele – per provare a prendere i voti che gli mancheranno, in parlamento, dai sostenitori più conservatori del blocco che a lui si opponeva, a partire da Naftali Bennet.
Capiremo cosa succederà, a conteggio finito. Per pensare a un vero cambiamento di rotta e prospettiva, servirebbero il coraggio e la fantasia che ci vogliono per immaginare al governo i partiti arabi. Non solo integrati, ma decisivi più che mai, dati i numeri, assieme al blocco anti-Bibi. Più facile credere a qualche formula di unità nazionale, o a un Netanyahu che riesca a pescare tra i suoi oppositori. Oppure, dopo qualche tentativo e un governo zoppo, che si torni a votare a breve per un altro ennesimo referendum su di lui.

Una cosa è certa e chiara fin da ora: mentre il mondo si commuoveva per Naza, Israele stava immobile, congelato nel suo infinito 7 Ottobre, in quella spirale di rabbia e paura rappresentata senza mediazioni invece dalla serie Fauda. La non-sconfitta di Netanyahu dice anche questo, forse soprattutto questo. Il problema, naturalmente, è tutto davanti. Un passato drammatico e un futuro immobile, se non nella guerra, che hanno un punto di congiunzione: si chiama Bibi Netanyahu.

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