Milano

Il concetto del calmiere nella Milano del carovita

Dietro l’idea di pasti a prezzo calmierato emerge una domanda più ampia: quale ruolo deve avere il pubblico nell’economia urbana? Un contributo al dibattito sul carovita, il reddito reale e il ritorno del municipalismo a Milano.

23 Giugno 2026

L’incontro promosso da Barricata presso il Centro Studi Emilio Caldara ha avuto il merito di riportare al centro domande che la politica milanese pronuncia ogni giorno ma raramente affronta davvero: chi può ancora permettersi di vivere, mangiare e costruire relazioni sociali in una città sempre più costosa? E soprattutto, quali strumenti concreti siamo disposti a mettere in campo per invertire questa tendenza?

La proposta illustrata da Giacomo D’Alfonso anche su questo giornale è, nella sua formulazione, semplice, ossia realizzare in ogni municipio luoghi pubblici o a regia pubblica in grado di somministrare pasti a prezzi inferiori a quelli di mercato. Dietro questa semplicità, però, si nasconde una questione assai più profonda, che riguarda il ruolo del Comune nell’economia urbana e il rapporto tra pubblico e mercato.

Il dibattito ha inevitabilmente richiamato le figure dei grandi sindaci del municipalismo italiano, ma proprio qui abitualmente emerge una contraddizione culturale che ostruisce il flusso tra pensiero e azione. Se si cita Caldara, molti sbadigliano pensando a una storia gloriosa ma lontana; se la stessa proposta arrivasse oggi da New York o da Londra, verrebbe probabilmente salutata come una straordinaria innovazione sociale. Esiste una sorta di provincialismo al contrario che porta spesso a considerare antiquato ciò che appartiene alla nostra tradizione e modernissimo ciò che arriva dall’estero. Perché il municipalismo, nato in un’epoca che conobbe tensioni sociali e trasformazioni economiche non meno profonde delle nostre, non è un reperto storico ma una possibile risposta contemporanea a problemi contemporanei.

Significativa è stata la posizione del segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano Luca Stanzione, che nel suo intervento ha colto uno degli aspetti più interessanti della proposta. Il tema non riguarda soltanto la povertà, ma il reddito reale. In una città dove il costo della vita cresce molto più rapidamente dei salari e dove tutti gli occhi sono puntati – spesso sterilmente – sulla sola questione abitativa, intervenire sul prezzo dei beni essenziali equivale ad agire direttamente sul reddito reale di lavoratori e famiglie. Non si tratta soltanto di aiutare chi è in difficoltà, ma di restituire margini di reddito a una fascia sempre più ampia di popolazione, a partire da quel ceto medio che oggi sperimenta forme crescenti di impoverimento.

Proprio qui occorre però chiarire un equivoco che spesso accompagna discussioni di questo genere. Durante il confronto sono emerse molte aspettative positive, riduzione degli sprechi, economia circolare, creazione di luoghi di aggregazione, sostegno ai redditi, rafforzamento delle relazioni di quartiere. Tutti obiettivi condivisibili e connessi, ma il cuore della proposta è e deve essere il calmiere.

Quindi rinfreschiamone il concetto dal manuale. Il calmiere, nella tradizione municipalista, non consiste nel selezionare i beneficiari attraverso l’ISEE o altri criteri di accesso, non è una misura assistenziale e non prevede che il Comune scelga chi merita e chi non merita un pasto al “giusto prezzo”. Al contrario, il calmiere vende a tutti, al lavoratore e allo studente, al pensionato e al professionista, al manager e, perché no, al miliardario.

La sua funzione non è redistribuire ex post, è intervenire sul mercato. Quanto più numerosi saranno gli utenti di questi “servizi pubblici”, tanto maggiore sarà la pressione competitiva esercitata sui prezzi praticati dagli esercizi privati della stessa area. Il meccanismo è quello della concorrenza, ma di una concorrenza orientata e pungolata dall’intervento pubblico, perché non si tratta di sostituire il mercato bensì di costringerlo a misurarsi con un’offerta che assume come riferimento il prezzo giusto anziché il prezzo massimo sopportabile – e sempre più spesso non sopportabile – dai consumatori. I consumatori, per intenderci, che con un buono pasto non prendono più nemmeno il solo contorno scondito.

Da questo punto di vista una domanda è rimasta senza risposta, ossia se davvero Milano volesse sperimentare una politica di questo tipo, perché al tavolo non si sono sedute, anche solo per ascoltare, proprio le due società pubbliche che, per missione e competenze, sembrano le più adatte a realizzarla? Sogemi e Milano Ristorazione avrebbero rappresentato interlocutori naturali. Ritengono che il progetto non sia praticabile? Non lo considerano coerente con il proprio mandato? Oppure prevale la convinzione che il settore alimentare debba rimanere integralmente affidato alle logiche di mercato?

La domanda è tanto più rilevante perché al dibattito erano presenti personalità come Bruno Tabacci e Maria Grazia Guida, rispettivamente ex assessore al bilancio ed ex vicesindaca di Milano, figure che conoscono profondamente i vincoli amministrativi, finanziari e normativi entro cui si muovono gli enti locali. La loro partecipazione suggerisce che la discussione non appartenga al regno dell’utopia ma a quello delle possibilità concrete, e se gli strumenti ci sono, occorre aprire una riflessione pubblica sul perché non vengano utilizzati.

Naturalmente un’iniziativa di questo tipo è destinata a suscitare resistenze. Una politica di calmiere nasce precisamente per disturbare gli equilibri esistenti, non per assecondarli. E se un intervento pubblico non produce alcun effetto sul mercato, difficilmente può dirsi efficace, a meno che il compito non sia vellicare, sempre e comunque, gli interessi del mercato stesso. L’obiettivo non è penalizzare gli operatori economici ma spingere il sistema verso prezzi più equi e compatibili con una vita dignitosa, anzi, con un pasto dignitoso; in altre parole, ricostruire una regia pubblica capace di orientare il mercato nell’interesse generale.

Forse è proprio questo il contributo più importante emerso dall’incontro del Caldara. Non tanto l’aver fornito una soluzione al problema del carovita, quanto l’aver rimesso in discussione un tabù che da troppo tempo paralizza il dibattito pubblico; l’idea che le amministrazioni locali debbano limitarsi a subire gli effetti del mercato senza mai provare a orientarne gli esiti. Eppure la storia della città insegna esattamente il contrario, perché quando il mercato non garantisce condizioni di vita dignitose, il compito del pubblico non è assistere impotente, ma tornare a esercitare una funzione di indirizzo, di concorrenza e, se necessario, di correzione.

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