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Milano

New York, una futura Milano

2 Maggio 2026

A giudicare dalle reazioni, proporre un supermercato “calmiere” oggi suscita più scandalo che proporre un attico da 20 milioni con vista su un quartiere che non può più permettersi di abitarci. Un mio post scritto su una panchina di Madison Square Park sul “rivoluzionario” Mamdani — colpevole di voler calmierare i prezzi con strumenti pubblici — ha urtato sensibilità profonde, come se avessi riesumato un reperto archeologico piuttosto che descritto una possibile politica urbana.

Eppure, al di là delle ironie e delle (mie) nostalgie evocate, la questione è tutt’altro che folcloristica, e tocca un nervo scoperto del nostro tempo: chi governa davvero la città contemporanea? E soprattutto, con quali strumenti? Perché il punto non è se un mercato “pubblico” sia un’idea vecchia o nuova, ma se siamo ancora disposti ad accettare che interi pezzi della vita urbana — dal cibo alla casa — siano lasciati esclusivamente alle logiche del profitto.

Da qui, più che una polemica, nasce una domanda politica, e, come spesso accade, il caso di New York, la città dei beveroni veg, delle piazze tattiche, e in cui un comune mortale non riesce più nemmeno a comprarsi un sacchetto di patatine senza indebitarsi, ci aiuta a vederla meglio.

Il caso del sindaco da pochi mesi, è diventato rapidamente emblematico di una tensione più ampia che attraversa le grandi città contemporanee. Eletto con un programma fortemente orientato all’espansione del welfare urbano — trasporti gratuiti, asili nido universali, servizi accessibili, tasse ai Rockerduck — egli si trova oggi a fare i conti con un deficit in miliardi di dollari. La necessità di rivedere alcune promesse e di chiedere aiuti allo Stato e al governo federale ha alimentato dubbi sulla coerenza del suo progetto, ma dietro la polemica emerge un problema più profondo e annoso, ossia che le città producono ricchezza, ma non hanno pieno controllo degli strumenti per governarla.

Le grandi aree metropolitane, vero motore economico e sociale della globalizzazione dei duemila, concentrano innovazione, capitale umano, infrastrutture e produzione di valore; eppure, continuano a operare entro cornici istituzionali e fiscali pensate per stati nazionali novecenteschi che affidano alle amministrazioni locali il compito impossibile di gestire responsabilità crescenti senza adeguate leve fiscali e decisionali.

Il caso newyorkese lo dimostra chiaramente, e in questo quadro la richiesta di fondi federali appare sia una contraddizione politica sia il sintomo di un sistema che non consente alle città di sostenere autonomamente le proprie ambizioni.

Continuare a giocare in questo schema, promettendo senza poter realizzare e progettando ma senza mai violare i vincoli esistenti, è una trappola senza uscita.

E c’è un ulteriore livello di criticità, spesso rimosso dal dibattito pubblico, ossia quello del rapporto tra città e mercato. Notoriamente, negli ultimi decenni lo spazio urbano è diventato uno degli asset privilegiati della finanza globale, e fondi di investimento, grandi operatori immobiliari e piattaforme digitali modellano la città secondo logiche di rendimento e standardizzazione. Lasciare che questa trasformazione – accontentandosi delle briciole cadute dai rendering – avvenga senza un governo politico significa accettare che l’accesso alla casa, ai servizi e allo spazio pubblico sia determinato dalla rendita e non dalla cittadinanza, significa il suicidio della politica e dei politici. La città diventa così una piattaforma estrattiva, dove il valore prodotto nel tempo e collettivamente viene catturato da attori globali e redistribuito chissà dove, forse da nessuna parte.

Per questo non basta correggere gli squilibri con politiche redistributive a valle, né limitarsi a chiedere risorse allo Stato centrale, e serve una visione politica capace di intervenire a monte, ripartendo dalle strutture materiali e attuali dei territori su cui si costruisce e protegge la capacità reale di governo. Ripensare la città “dal basso” del territorio significa investire in pianificazione pubblica, in strumenti di proprietà collettiva, in agenzie di sviluppo territoriale capaci di trattenere e reinvestire il valore prodotto localmente. Significa anche considerare nuovi beni comuni — dai dati urbani alle infrastrutture energetiche — come leve strategiche di sovranità e non semplici servizi.

In questo senso, la tradizione del socialismo municipale torna sorprendentemente attuale. Figure come Ernesto Nathan, Emilio Caldara e Giovanni Montemartini non si limitavano a gestire servizi ma inventavano e costruivano nuove istituzioni, sottraevano monopoli al mercato e trasformavano infrastrutture come l’energia o i trasporti in strumenti di cittadinanza e sviluppo. E non erano meno complessi i compiti, né meno cattivi gli avversari, né meno violenti i conflitti.

Oggi la sfida è analoga, e si gioca su terreni nuovi, quali la digitalizzazione, la finanziarizzazione dell’abitare, la transizione ecologica, ma pure vecchi, come il calmiere di cui sopra. Senza una concezione pubblica forte, questi ambiti rischiano di riprodurre — su scala anche maggiore — le stesse disuguaglianze che il municipalismo storico cercava di correggere.

Dentro questa trasformazione emerge con forza pure il tema della leadership, perché le grandi città non sono più semplici amministrazioni locali, sono nodi di macro-regioni economiche e sociali, e questo implica una responsabilità nuova. Una metropoli come New York — così come Milano, Parigi o Londra — non può limitarsi a governare i propri confini amministrativi, ma deve assumere un ruolo di coordinamento strategico e redistribuzione su scala più ampia, includendo hinterland, aree produttive e territori connessi. È qui che si gioca la possibilità di evitare una frattura tra città ricche e periferie impoverite.

Parlare di leadership macroregionale – recuperando trent’anni di bibliografia dalle cantine in cui è stata relegata dalla non politica manageriale -, significa riconoscere che la città deve diventare un attore politico pieno, capace non solo di negoziare con lo Stato, ma di costruire alleanze con altre metropoli, di definire standard e misure che vadano oltre il proprio territorio, di generare visioni e agende politiche. Senza questo salto di scala, ogni progetto urbano rischia di restare intrappolato tra ambizione locale e vincoli globali, tra agenda delle elezioni e piagnistei del giorno dopo.

Il limite – auspicabilmente solo momentaneo – dell’esperienza di Mamdani, in questo senso, non è solo nelle promesse elettorali, ma nell’assenza di una battaglia istituzionale e culturale parallela, altrettanto globale quanto lo sono le metropoli. Provare a fare redistribuzione “in una sola città” senza modificare le regole del gioco fiscale e senza governare i flussi di capitale espone inevitabilmente a squilibri, e la vera sfida politica non è solo offrire servizi, ma costruire le condizioni per renderli sostenibili.

In definitiva, la “crisi” di New York non è un’anomalia, ma un segnale, e indica che le città protagoniste dell’economia globale non lo sono sul piano istituzionale e politico. Finché questo divario non verrà colmato, il rischio è che ogni tentativo di riforma urbana — per quanto ambizioso — si scontri con gli stessi limiti strutturali.

La questione, allora, non è se le città debbano avere più risorse, ma se debbano avere più potere e più responsabilità, e solo una visione che parta dal territorio, governi il mercato senza subirlo e assuma una leadership macroregionale può trasformare questa transizione incompiuta in un vero progetto politico e civico.

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