Il cambiamento di Milano nel racconto di un cittadino di 84 anni

Milano

Un’agorà dei dati per ricomporre Milano.

13 Giugno 2026

Chiunque lavori con i dati, da tempo quando sente il regnante di turno celebrare l’importanza della “cultura del dato”, scappa facendo il passo del giaguaro. È vero, non ci sono mai stati così tanti dati come ora, ma innanzitutto occorre saperli usare. Nel futuro, sarà scelto come indicatore della povertà analitica odierna la continua produzione di classifiche a cui fa da sfondo l’assurda concezione che “di più”, sia sempre meglio. Il turismo, in proposito, è l’esempio preclaro dell’ambivalenza dei dati: chi ha il coraggio di andare a Venezia o in un’isola greca a parlare dei vantaggi del continuo incremento di tale numero tendente senza freno all’infinito. I dati, poi, occorre volerli usare e pubblicare tutti nella loro complessità. La cultura del dato in voga nella politica è ovviamente vendere la frutta esponendola dal lato buono, e celando, o addirittura omettendo, gli aspetti critici. Inoltre, non ci sono mai stati così tanti dati come oggi, è vero, ma forse questa quantità va anche a discapito non solo della qualità dell’analisi, ma pure della possibilità di costruire ragionamenti e intelligenza condivisi; da cui derivare poi, certamente, soluzioni differenti che si confrontino nella politica, ma che possano definire una base comune di riflessione e, pure, della famigerata narrazione della città.

Prendiamo l’esempio recente e più macroscopico, del pil della metropoli. Per anni Milano è stata raccontata come l’eccezione italiana, la città che cresceva mentre il Paese arrancava, che attirava investimenti, talenti, imprese e grandi eventi. Una narrazione che ha avuto solide basi nella realtà e che ha contribuito a rafforzare il ruolo della capitale economica del Paese. Oggi, tuttavia, è ormai evidente che quella storia sia entrata in una fase diversa, non perché Milano sia improvvisamente in crisi, ma perché per molto tempo ne sono stati trascurati gli aspetti di chiaroscuro.

Bene, nei mesi scorsi Assolombarda ha emesso un dato di crescita dell’1,7% nel 2026; quel dato è stato evidentemente preso nella sua piega positiva attribuita all’effetto delle olimpiadi su alcuni settori. Nella lettura degli industriali, tuttavia, nemmeno troppo velatamente si è messo in evidenza che per quanto Milano continui a crescere più dell’Italia, essa non cresce abbastanza da poter ignorare le proprie fragilità. Finita la stagione del rimbalzo post-pandemico, è emersa la realtà più complessa di una città ancora dinamica e attrattiva, ma attraversata da squilibri e debolezze.

Il dato più interessante è che, al netto dell’apporto olimpico, su questo dato converge l’analisi pure di soggetti che tradizionalmente rappresentano interessi differenti e spesso contrapposti. Mentre Assolombarda richiamava l’attenzione su tali criticità la stessa Camera del Lavoro Metropolitana, partendo dalla speculare analisi sui dati del lavoro, ha evidenziato le complessità derivate dalla lunga transizione del tessuto economico, produttivo e sociale cittadino. Insomma, non per caso, due corpi intermedi del territorio pur partendo da sfondi valoriali e di interessi differenti, osservando un macrodato e sviluppando analisi di struttura della città, tutto sommato paiono dialogare, per quanto implicitamente, in un quadro di senso comune.

Eppure questo messaggio sembra cadere nel vuoto, la discussione pubblica continua a oscillare tra celebrazione e polemica politica, senza soffermarsi davvero sulle trasformazioni strutturali che stanno attraversando il territorio. Milano continua a essere raccontata quasi esclusivamente come una storia di successo permanente, per sfuggire al rischio della “discontinuità”, o come notte nel bronx anni ottanta, come se la famigerata “narrazione” non potesse che ambientarsi in un empireo sovra-sovra-strutturale.

Il problema non è la mancanza di dati, al contrario. Milano dispone probabilmente della più ampia disponibilità di informazioni economiche e sociali dell’intero Paese ma il problema è che questi dati restano separati e non diventano intelligenza comune, se non per gli addetti ai lavori. Assolombarda produce le proprie analisi, e un suo report che una volta sarebbe divenuto punto fermo per mesi, oggi dura lo spazio di un’agenzia di stampa. I sindacati milanesi elaborano osservatori sul lavoro e sui redditi di qualità eccellente. Università, istituzioni, centri di ricerca pubblicano periodicamente studi di grande valore o dataset pressochè totali. Ognuno osserva una parte della realtà, ognuno costruisce e promuove una propria interpretazione, ma è come se mancasse un luogo stabile e riconosciuto – che una volta forse era e per autorevolezza e ruolo forse dovrebbe anche oggi essere la Camera di Commercio – in cui queste conoscenze possano essere messe in comune.

Non serve un tavolo istituzionale né l’ennesimo esercizio di rappresentanza formale, servirebbe uno spazio franco, una sorta di camera di ragionamento e amplificazione, in cui alcuni corpi intermedi funzionali, associativi e territoriali possano definire un architrave di dati e analisi precedenti all’agenda della politica e dell’amministrazione, ma necessari a sviluppare una lettura comune delle trasformazioni in corso; non per annullare le differenze, ma per definire una grammatica condivisa della realtà. Il tema è la costruzione di un’infrastruttura cognitiva della città, un luogo in cui i dati smettano di essere strumenti di propaganda e diventino materia prima per la formazione di una visione generale.

Servirebbe una sorta di “agorà dei dati” dai vari segmenti della città ritenuti essenziali a perimetrare un terreno comune di ragionamento.

Perché il punto, in questa fase pre-elettorale, non è soltanto capire quanto crescerà Milano nei prossimi anni. È decidere quale Milano si vuole costruire, una città che naviga a vista nella competizione globale dell’attrattività oppure una metropoli capace di interpretare se stessa, governare le proprie trasformazioni e tornare a esercitare una forma di sovranità sul proprio destino collettivo.

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