New York
La solitudine del socialismo in una sola città
Milano vuole tornare a convocare i sindaci del mondo in una Conferenza internazionale dei sindaci per la pace, ispirandosi esplicitamente all’esperienza di Giorgio La Pira e soprattutto ad Aldo Aniasi, che negli anni Settanta trasformò la città in uno dei laboratori più avanzati della cooperazione tra grandi metropoli.
Il sindaco si è detto disponibile, subito evocando la possibile partecipazione dei colleghi di Tel Aviv, Gerusalemme o Betlemme (talvolta si dice “andare a cercarsi il freddo nel letto”…).
Tornando al cuore della questione, però, proprio il richiamo a quelle esperienze solleva una domanda interessante: che cosa significava davvero, allora, riunire i sindaci del mondo, parlare genericamente di pace o mirare alla costruzione di una piattaforma politica comune sui grandi problemi urbani?
Per capire il senso di quell’esperienza bisogna tornare alla Milano degli anni Settanta, una città che cresceva troppo rapidamente per essere governata con gli strumenti tradizionali dello Stato italiano. Il boom economico aveva prodotto una metropoli nuova con milioni di pendolari, espansione dell’hinterland, traffico automobilistico, periferie immense, pressione abitativa, conflitti sociali, domanda crescente di servizi. Milano stava – nuovamente – diventando qualcosa di molto più grande dei propri confini comunali.
Il sindaco socialista intuì prima di molti altri che questa trasformazione non riguardava solo Milano, perchè tutte le grandi città occidentali stavano vivendo la stessa crisi, e New York, Parigi, Londra o Tokyo affrontavano problemi sempre più simili. Trasporti, inquinamento, edilizia popolare, servizi sociali, pianificazione territoriale e gestione delle periferie stavano diventando questioni globali.
In un tempo in cui non si auspicava sempre di “fare come” qualcun altro (Manatthan, Londra, Barcellona, Parigi…) ma si presumeva di poter guidare la fila, da Milano si avviò il coordinamento internazionale tra amministrazioni locali. Nel 1973 Palazzo Marino ospitò la 2ª Conferenza dei Sindaci delle Grandi Città del Mondo, organizzata nell’ambito del Centro di Collaborazione tra le Grandi Città del Mondo, di cui Aniasi era presidente, con l’intenzione di proporre la città non soltanto come capitale economica europea, ma come laboratorio politico della modernità urbana.
Dietro quell’iniziativa c’era un’intuizione molto più profonda di quanto oggi si ricordi, e Aniasi aveva capito che le città stavano diventando soggetti politici autonomi. I governi centrali apparivano sempre più lenti e inadatti a governare la nuova scala metropolitana, e i sindaci, invece, erano costretti a confrontarsi ogni giorno con problemi concreti e immediati dei cittadini, dei nuovi cittadini e degli aspiranti cittadini.
In questo senso, la “diplomazia urbana” di Aniasi non era affatto un esercizio simbolico ma serviva a costruire consenso internazionale attorno a nuove forme di governo della metropoli. Milano cercava alleati perché voleva ottenere più autonomia, più poteri e più capacità di pianificazione, e dietro alle conferenze internazionali c’era infatti anche uno scontro politico interno allo Stato italiano tra le grandi città e il centralismo ministeriale. I Comuni dipendevano dallo Stato per risorse, autorizzazioni e competenze fondamentali, e per Aniasi questo sistema era ormai incompatibile con la realtà della grande metropoli contemporanea.
La questione decisiva era quella dell’“area metropolitana”, giacchè Milano aveva ormai superato i propri confini amministrativi, ma continuava a essere governata come un comune tradizionale. I problemi reali — traffico, inquinamento, trasporti, edilizia, pendolarismo — si estendevano su tutto il territorio della “Grande Milano”, comprendendo decine di comuni dell’hinterland, e nasceva infatti allora l’idea della “città-regione”, ossia un sistema urbano integrato che richiedeva nuovi strumenti di governo e nuove forme di coordinamento.
Anche per questo Aniasi insisteva sul decentramento amministrativo, sui consigli di zona e sul rafforzamento del potere locale, perchè la sua idea di “socialismo delle riforme” partiva dalla convinzione che la democrazia e i suoi congegni dovessero essere ricostruiti dal basso, attraverso le città e i territori. Il Comune, quindi, non era già più semplicemente un ente amministrativo, ma il luogo concreto in cui affrontare le trasformazioni della società industriale avanzata.
C’era anche un’altra intuizione, tuttavia, forse ancora più attuale oggi; ossia che la questione urbana non era più locale e nessuna grande città poteva affrontare da sola problemi ormai globali. Per questo il coordinamento internazionale tra sindaci diventava indispensabile e serviva a costruire un movimento delle città e un consenso capace di esercitare pressione politica sugli Stati nazionali.
È un tema che ritorna potentemente anche oggi mentre le grandi metropoli contemporanee affrontano crisi abitative, aumento delle diseguaglianze, congestione urbana, pressione immobiliare e trasformazioni economiche e finanziarie che sfuggono sempre più ai confini nazionali.
La lezione di Aniasi – che sarebbe molto utile far giungere a Mamdani, come scrivevamo nei giorni passati – indica per qualsiasi amministrazione progressista il rischio che potremmo definire del “socialismo in una sola città”: tentare di governare fenomeni globali restando però chiusi dentro confini amministrativi e dentro vincoli (di bilancio, normativi, politici, ecc.) che impediscono vere azioni e trasformazioni strutturali. Una città da sola può amministrare, ma difficilmente può cambiare davvero i rapporti economici e territoriali che la attraversano; e, d’altra parte, amministrare nell’epoca delle trasformazioni che viviamo, drammaticamente non basta più.
Aniasi rispondeva a questo problema immaginando una rete internazionale di metropoli capaci di coordinarsi, scambiarsi soluzioni e costruire consenso e peso politico comune, in altre parole, un vero movimento globale delle città.
Ed è proprio qui che emerge il nodo della proposta avanzata oggi a Milano, con un richiamo corretto ma che rischia di essere solo parziale. Negli anni Settanta, Milano convocava i sindaci del mondo perché traffico, case, trasporti, periferie e governo metropolitano erano già diventati problemi globali; oggi invece il rischio è di ambire ad una piccola ONU municipale mentre le metropoli continuano a non sapere come affrontare il caro-affitti, il pendolarismo, la crisi energetica o la frammentazione amministrativa delle aree urbane. L’idea di riunire i sindaci del mondo non è sbagliata, ma se davvero si vuole riprendere quella tradizione, allora il centro della discussione dovrebbe tornare a essere ciò che era già chiaro e tondo mezzo secolo fa: sviluppo urbano, programmazione, riforma amministrativa, governo metropolitano. Insomma, rispetto alla lezione originale, per ora siamo ancora a “fuochino”.
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