Milano
Il Tognoli conteso
Majorino cita la Milano di Tognoli, ma quella città teneva insieme crescita e opportunità diffuse. Per riuscirci oggi serve un contratto integrativo metropolitano.
Non condivido molte delle cose che dice, ma ho stima per Pierfrancesco Majorino. Perché è coerente, dote rarissima in questi tempi tra la fine della seconda repubblica e il continuo rimandare la terza. Ha rotto gli indugi e si candida sindaco di Milano. Nel farlo ha scelto di citare come modello Carlo Tognoli, sindaco socialista della città dal 1976 al 1986. Passando al piano programmatico ha sostanzialmente proposto nuove tasse, locali e anche nazionali, per far pagare ai ricconi più servizi per i milanesi, soprattutto quelli più fragili. Con una forte discontinuità dal ciclo Sala.
Sintetizzando il pensiero (e non facendolo mio): la Milano della crescita velocissima ha creato iniquità, ora si apra una fase di ridistribuzione. Legittimo, ma con la Milano di Tognoli non c’entra nulla. Carlo Tognoli sostenne e contribuì a determinare le scelte di un partito, il PSI della segreteria Craxi, che fece della crescita veloce la condizione necessaria di una maggiore giustizia sociale. E Milano ne incarnò lo spirito. Riscoprire un Tognoli al netto del PSI, del socialismo autonomista e riformista, di Filippo Turati e di Bettino Craxi significa raccontare qualcosa che non esiste.
Veniamo ai giorni nostri. È vero che Milano ha attirato grandi patrimoni grazie a un mix di agevolazioni fiscali nazionali, qualità della vita e opportunità di fare affari. E che questo ha avuto un impatto profondo sulla città in termini di trasformazione economica e di crescita. Non è vero che questo abbia arricchito solo i super-ricchi, anzi, ha fatto le fortune di piccoli e grandi imprenditori, professionisti, manager e lavoratori altamente qualificati, quelli che a un colloquio di lavoro possono contrattare il loro stipendio e che a Milano hanno trovato stipendi altrove purtroppo rari. Il rovescio della medaglia sono i prezzi, a partire da quelli della casa passando per il carrello della spesa. Ne ha fatto le spese quell’esercito di lavoratori che affronta i costi di Milano con gli stipendi italiani, bassi in assoluto e senz’altro inadeguati a Milano.
Insomma a loro della nuova ricchezza milanese è arrivato soprattutto il conto. Non è una buona ragione per maledire la ricchezza, ma deve essere la spinta per estenderne gli effetti. Gli strumenti sono, soprattutto, due: politiche abitative e politiche dei redditi. Le prime, sulle quali Majorino è certamente d’accordo, hanno tempi molto lunghi e coprono una platea inevitabilmente ridotta. Non per questo sono meno importanti, ma da sole rischiano di essere inadeguate. Le seconde passano per una stagione di contrattazione decentrata, per un contratto integrativo metropolitano che intervenga su stipendi, welfare aziendale e territoriale. Spetta al sindaco di Milano facilitare l’incontro tra le parti sociali e chiedere al governo di detassarla.
Siamo in ritardo, si sono persi almeno tre anni in un dibattito surreale sulle “gabbie salariali” degli anni ’50. Il tempo corre, altre soluzioni non sono state avanzate da nessuno. Se Majorino ha davvero riscoperto il socialismo di Tognoli, cominci dal sostenere pubblicamente e convintamente una battaglia riformista.
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