Arte

Abner Marzi al Museo della Lettera d’Amore

Abner Marzi, pittore di grande impatto emotivo, presenta la sua ultima produzione in una mostra “Volti in rivolta” presso il Museo della Lettera d’Amore di Torrevecchia Teatina in Abruzzo

27 Luglio 2026

Presso le sale espositive del Museo della Lettera d’Amore di Torrevecchia Teatina in Abruzzo, museo unico al mondo, nell’ambito della XXVI Edizione della Festa della Lettera d’Amore, rassegna di letteratura, arte, musica che si svolge dal 5 al 9 agosto prossimi, si inaugurerà mercoledì 5 alle 19 una mostra di Abner Marzi, “Volti in rivolta” a cura di Annalisa Piermattei e di Massimo Pamio. L’artista, che usa mezzi più che tradizionali (pittura, pastelli) e nuove tecnologie (fotografia, aerografo, nei primi anni Settanta scopre la sua passione per il disegno e la musica. Nel 1985 compie un primo viaggio in Australia dove collabora con diversi studi di Architettura di Sidney, dipingendo per alcuni interior designers. Tale soggiorno gli permette di sperimentare e affinare varie tecniche di decorazione e rappresentazione grafica. Dal 1997 espone in Italia e all’estero, in mostre collettive e personali: a Bolzano, Milano, Roma, Venezia, Torino e Spoleto, oltre che ad Innsbruck, Lussemburgo, New York (Cast Iron Gallery Abraham Lubelsky Gallery – Broadway), Orlando, San Francisco, Istanbul, Smirne e Damasco. Per tutti i numeri del 1999 é stato presente sulla prestigiosa rivista “New York Art Magazine”. Il suo stile pittorico inconfondibile, graffiante e deciso, si muove prevalentemente nella rappresentazione dei volti, usati come veri e propri specchi dell’anima.

Nella mostra presso il Museo la sua ricerca prosegue nel cogliere i volti nella loro angoscia come un atto di amore nei confronti dell’essere umano in quanto creatura abbandonata a sé per essere preda della vita. Un gesto che ridisegna i tratti che contraddistinguono l’essere umano, il volto è l’effigie e insieme la verità di ciascuno, e perfino il suo altro, la sua negazione, il suo nulla: una maschera.

Marzi sovrappone su quei volti il suo desiderio e insieme il suo bisogno di verità e la sua pietà, da quei volti trae la disperazione quasi per annullarla, insomma la sua arte è un esorcismo, un tentativo di salvare quelle creature dal loro grido interiore.

Ne raddoppia il solco sul viso, le figure ne emergono annerite, consumate, scavate da quel tratto nero: il kohl di antica memoria egizia.

I volti si riassumono in uno, nel tratto che li accomuna, nella mano che compie un atto magico, che riscatta dal nulla la creatura, rendendola immortale: nel volto Abner Marzi recupera il Grande assente: il Divino, l’Ombra del tratto in cui ogni volto si forma.

Il volto è l’emblema, l’immagine n cui si viene conosciuti, ri-conosciuti, non a caso è impresso sulla carta d’identità. Si trova alla sommità del corpo, quasi una protuberanza, una enfiagione del collo, un prolungamento bizzarro e informe, quasi mostruoso, se non fosse per la chiralità combinata dalla simmetria formata dai due occhi, dalle due guance, dalla centralità del naso che si può immaginare a chi guarda un volto dividerlo in due metà opponibili e ricomponibili, sovrapponibili, (ripetizione e perfezione, di qui la simmetria e la bellezza del volto). Il volto lo rappresenta tutto, il corpo, è l’identità personale perché, all’altezza dello sguardo, è immediata percezione.

È anche il luogo delle emozioni, dove il corpo manifesta gioia, invidia, gelosia, desiderio, sofferenza, in una gamma indeterminata di sfumature e di complesse mescidanze, è il luogo dove il corpo danza, si esibisce, “parla”, e Marzi lo scarnifica fino a farlo diventare tratto di tratti, ri-tratto. Il corpo si fa segno, traccia, calligramma, geroglifico, ideogramma. Un luogo metafisico, dove il volto si fa parlante, rendendosi significante, diventando alterità, oltranza. Il medium è il messaggio. Volti in rivolta, che si oppongono al Dio e gli mostrano la loro sofferenza, la loro denuncia, ne denunciano i limiti, di essere limiti in cui Dio si annulla, si allontana da sé, si fa umano. Il volto è il luogo dove fisica e metafisica si incontrano e si scontrano, dove l’uomo riconosce se stesso per chiedere, per domandare ragione del proprio essere al dio. Maschera del divino? In cui il divino si ri-vela, si vela sovrapponendosi alle tracce, ai tratti del ri-tratto? Il volto dunque come Domanda ri-volta, come volto in rivolta, ri-volto, questione che si pone e com-pone nel tratto della bocca, degli occhi, dei capelli. Che divengono domande di domande, da scarnificare, da porre. L’artista pone il volto come fossero domande rivolte all’osservatore, affinché interroghi il proprio, messaggio della propria interrogazione. Volti come messaggi in bottiglia, abbandonati sul foglio di carta, divenuti tratti, con-tratti, essenza di quello che è una creatura umana: il proprio volto, unico possedimento e unico bene che pian piano si perde, si corruga, si spegne, si dissolve. In ogni volto c’è anche questo: il suo venir meno, da ritratto a carta. Da immagine a fondamento della stessa, al bianco del nulla che incombe su ogni presenza. Se il volto annuncia la presenza, il foglio ne annuncia la prossima assenza, e la domanda che restando irrisolta finalmente si pacifica. Il volto è una guerra che si perde soltanto con il suo venir meno, con il suo scomparire, con cui sparisce anche l’identità, il nome. Folia sine nomine, per citare un’antologia curata da Cesare Ruffato e Luciano Troisio in cui si riportavano poesie senza i nomi dei poeti. E questi di Abner Marzi sono proprio volti senza nome, figure della mancanza del nome, di un timbro: sono marchi senza fabbrica, sono volti riconsegnati a loro stessi, alla loro identità senza nome. Per questo sono sperduti, in rivolta, respingono il loro nome, il loro appartenere a una società di uomini che ha bisogno di nomi per identificare, per classificare. La tassonomia scompare e il volto coincide finalmente con la propria identità senza nome, il volto è liberato, diventa puro segno, pura arte, bellezza senza orpelli, senza nome, senza un’ulteriorità (nominalistica e designatrice) che allontana dalla verità. Il volto diventa il proprio nome, azzerandolo. Finalmente liberi dalla società che nomina e che insidia il volto per bruciarlo nel rogo dell’ordinamento sociale, questi volti sono anarchismi puri, sono pezzi di carta volanti, sono anarcademia, sono il popolo dei volti che si oppone all’accademia della società, all’artificazione dell’arte concettuale, alla reificazione del volto voluta dal consumismo. Questi volti non sono opere d’arte concettuale e non sono bellezza acquistabile o mercificabile, sono segni strappati alla loro accademicità, alla loro riduzione a generi, gruppi, fazioni, famiglie, generazioni, tribù, città, stati, società, civiltà. Al loro assoggettamento. Questi volti restano soggetti svincolati dall’accorpamento a qualsiasi famiglia o gruppo. Non sono marionette, non sono burattini. Sono i veri volti, quelli in cui a significarli è solo il corpo mediante i sentimenti, i segni liberi di rivolta al mondo, di confronto con il mondo. Cercano un asilo, è vero, nello sguardo dell’osservatore, cercano soprattutto conforto, commozione, cercano come enormi neuroni specchio, riflessione non indifferenza, compartecipazione alla loro emozione. Sono volti liberati che cercano di riprodurre la loro libertà nell’altro. Liberate i vostri volti, spogliatevi dei vostri nomi, rigettate ogni fazione, diventate finalmente uomini, cioè corpi che parlano coi loro volti.

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