Filosofia
Eterotopia
Un campus estivo, due settimane e una parola incontrata nei libri di Foucault. Un’esperienza concreta diventa così l’occasione per interrogarsi sui luoghi, sulle regole e sulla capacità degli spazi di trasformare ciò che siamo.
Eterotopia, che strana parola da leggere… E-te-ro-to-pi-a difficilmente va via dalla testa. È così che è rimasta nella mia: per un suono buffo e un significato misterioso e difficile da immaginare e rappresentare. Nei suoi appunti M. Foucault le descrive così:
“le eterotopie sono luoghi reali, ma spesso sottese da strutture ideologiche, che si avvalgono delle utopie […] come punto di innesto dell’ideologia sull’istituzione. Ma non sempre è così […] La maggior parte delle eterotopie comporta una modifica del comportamento sessuale: dalla repressione all’esaltazione […] E spesso include elementi utopici: modello di un funzionamento sociale perfetto.”
Eterotopia, la parola che nelle scorse settimane avevo stampata tra le righe della mente. Ed ora ho capito perché. Ho capito cosa sia veramente, perché l’ho vissuta e costruita. Due settimane di eterotopia per capire l’essenza e il valore sociale di una definizione così ambigua, forse troppo tecnica per il valore e la presenza che ha nella vita di tutti.
Per due settimane ho abitato un luogo che, in fondo, non era così tanto diverso da tanti altri. Gli stessi spazi, le stesse mura, gli stessi campi, gli stessi ragazzi. Eppure entrando lì qualcosa cambiava: cambiavano le regole, cambiavano i rapporti, cambiava il modo in cui il tempo sembrava scorrere. Il Campus estivo che ho abitato era uno spazio concreto, un luogo reale, riconoscibile e comune ma che era radicalmente separato dalla quotidianità. Ho visto ragazzi che mai avrebbero pensato di parlare tra loro, stringere legami, diventare una squadra e collaborare per la vittoria. Un’incubatrice di relazioni, obbligate dal limite spaziale del convento, dalla forte vita comunitaria, dalla diminuzione della privacy e della propria intimità e dall’obiettivo comune di avere successo. Questa sospensione della normalità sembrava riflettersi anche nella sessualità vissuta, nella notte che illuminava e che rendeva più espliciti i legami. La riduzione del controllo e della presenza dell’istituzione poteva garantire il manifestarsi di una vita alternativa e l’esaltazione della trasgressione. C’era chi dormiva nello stesso letto, chi si corteggiava, chi si rinchiudeva nella propria stanza per paura di questa anormalità. Chi non andava a letto.
Quanto di tutto questo i ragazzi avrebbero potuto fare a casa? La mia riflessione nasce proprio da questa domanda e dalla consapevolezza di un sentimento di complicità e piacere. Il genitore accetta (in)consapevolmente che, in quelle quattro notti di festa, il/la proprio/a figlio/a viva una realtà che difficilmente accetterebbe nella quotidianità, proprio in virtù del carattere eccezionale dell’esperienza… e forse è contento così. Ora quel piacere della trasgressione ha un nome: eterotopia.
L’eterotopia non si limita a questo. Quando il chiarore del sole sostituiva quello delle lampadine, era tempo di mettersi al lavoro e di adoperarsi nei servizi di pulizia e cucina. Niente distinzioni. Tu lavi, tu cucini e a rotazione tutti avevano spazzato, pulito i bagni o preparato qualcosa di buono da mangiare. Si provava a non avere scarti, in un sistema in cui tutti dovevano mangiare ciò che gli veniva proposto. Niente preferenze, niente istinti consumistici. Ciò che veniva prodotto era consumato. Un nuovo modello di vita veniva proposto e io ero sia l’istituzione che l’ideologia che la costruiva. E la cosa più strana è che, quando il campus è finito, l’eterotopia non è svanita nel nulla. È rimasta nelle persone che l’hanno abitata. Nei rapporti, nelle esperienze, nei ricordi e persino nel modo in cui quei ragazzi hanno imparato a guardarsi in quei giorni.
Forse è questo che mi ha insegnato questa parola così strana: che alcuni luoghi non sono importanti per ciò che sono, per le loro mura o i loro campi verdi, ma per ciò che permettono di diventare.
NOTE:
- M. Foucault, La sessualità. Corso all’Università di Clermont-Ferrand (1964) e Il discorso della sessualità. Corso all’Università di Vincennes (1969), pp. 210-212, Feltrinelli, 2023.
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