Musica
Francesco Guccini. Promemoria per non smettere di sognare
Non perdere di vista Francesco Guccini significa almeno tre cose: 1) il tormento di sapere; 2) la consapevolezza che occorre ricominciare daccapo; 3) la voglia di continuare a sognare.
in questi giorni chi ha voluto proporre un ritratto radicale di Francesco Guccini ha ricordato La locomotiva. Indubbiamente in quel testo si gioca un’immagine còlta come la sintesi di un processo generazionale. Ma è errato ridurre Francesco Guccini a quel testo. Guccini non mi sembra abbia aderito o sottoscritto una “metafisica del Sessantotto” per cui vi sarebbe stato un Sessantotto prettamente studentesco-universitario, spontaneo, gioioso, tollerante, anti-ideologico e antiautoritario a cui avrebbe corrisposto un decennio successivo in cui alla variante Etos sarebbe seguito un paradigma Thanatos, passando dal pacifismo al grigio d’acciaio plumbeo delle armi e delle munizioni della peggio gioventù.
Provo a scriverlo in forma più brutale:
La locomotiva di Francesco Guccini è il testo che ha ispirato Osama Bin Laden? Ovvero la fonte teorica dell’attacco alle Twin Towers è in una “locomotiva, come una cosa viva, lanciata bomba contro l’ingiustizia”?
Solo un dissennato lo sosterrebbe e infatti nessuno ha mai pensato di accusare Francesco Guccini di essere il “grande vecchio” degli “uomini(donne)-bomba che hanno segnato quel tempo.
E tuttavia trovo significativo che nell’immagine pubblica questo sia il testo che con maggior frequenza sia tornato nella memoria collettiva. Forse in questo Guccini non aveva sbagliato, quando nell’Avvelenata dice: “Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate!”
Proviamo a riflettere diversamente riprendendo il profilo di domande che ha proposto qui Jacopo Tondelli.
La primavera di Praga Francesco Guccini racconta la morte eroica di Jan Palach, incendiatosi a Praga circa 60 anni orsono per protestare contro la dittatura comunista vigente nel suo paese, mentre in Italia giovani borghesi e studenti annoiati o in ricerca confusa di un senso, inneggiavano a Mao, a Castro, e alla rivoluzione comunista. Quel gesto così forte e icastico a Guccini fece un’enorme impressione, tanto che egli volle nobilitarlo paragonando il fumo che saliva dal rogo di Jan Palach a quello, anteriore di secoli, che si era sollevato dalla pira dell’eretico Jan Hus.
Guccini ribaltava così un’immagine: un eretico medievale usciva dalla galleria degli eroi del comunismo ufficiale e riprendeva la sua postura di antisistema (un aspetto su cui con molta pazienza, negli stessi anni stava scavando Carlo Gunzburg).
Il che tradotto in poetica significa il centro di quello che è stato individuato come il periodo iconico ideologico – tanto da farlo identificare con gli elementi strutturali di una generazione politicizzata – non sta nel lessico politico. Si collocano, invece, nel dubbio, nella relazione inquieta e tormentata con la quotidianità. In un qualche modo in un codice che è l’esatto opposto dell’ideologia.
La passione, la rabbia emergono successivamente nel tempo dell’Italia della Seconda repubblica, quando si dissolve l’Italia dei partiti politici si tratta di assumere non più una postura intellettuale dissidente, ma una radicale. Lì si pone il problema di costruire un vocabolario per tutti che esprima l’inquietudine del tempo attuale che non può, meglio non deve, ricorrere a un catechismo.
Ovvero sia capace di interrogare in forma impertinente le convinzioni di molti senza privilegiare una sola parte politica.
Non è detto che a quella sfida Francesco Guccini sia stato in grado di rispondere, ma è significativo che abbia progressivamente ridotto la sua riflessione pubblica.
Il tema non era più circoscrivibile a una vita e a una morte. Nel racconto della morte di Carlo Giuliani che Francesco Guccini affida a Piazza Alimonda non era più possibile tenere tutto. Forse si trattava di ricomporre un percorso di scavo e di indagine sul malessere e sulle molte rabbie di questo nostro tempo ora. Senza dimenticare il passato. Ma senza, nemmeno, ritenere che quel passato, da solo, fosse in grado di dare le risposte o di prospettare soluzioni. Si trattava di ricominciare da capo.
Anche per questo forse il testo di Don Chisciotte, ha un senso e forse implicitamente (e preventivamente – il testo nella sua prima versione è del1996 e poi ricomposto nel 2000) è anche un modo per non desistere.
Al centro non sta il sogno, ma “i sognatori”, quella schiera sempre più ristretta di coloro che non si arrendono, immaginando un mondo nuovo e lottando per esso, anche a rischio di perdere. Anzi mettendo nel conto di perdere. Come ribadisce nella strofa che recita
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire.
Non perdere di vista Francesco Guccini significa: il tormento di sapere, la consapevolezza che occorre ricominciare daccapo, la voglia di continuare a sognare.
Perché buttarselo dietro le spalle?
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