Storia
La monarchia e il fascismo: quanto fu responsabile Vittorio Emanuele III?
Vittorio Emanuele III non creò il fascismo, ma ne rese possibile il consolidamento. Per salvaguardare la monarchia scelse il compromesso e l’inazione, finendo per avallare la distruzione dello Stato liberale.
Quando si discute delle responsabilità della monarchia nell’avvento e nel consolidamento del fascismo, si rischia spesso di cadere in una delle due semplificazioni opposte: da una parte il re Vittorio Emanuele III rappresentato come un sovrano impotente, quasi trascinato dagli eventi; dall’altra la monarchia descritta come una delle principali artefici della dittatura. La realtà storica, come quasi sempre accade, è più complessa. Ma proprio questa complessità non deve diventare un alibi per attenuare responsabilità politiche che furono reali.
Il fascismo non nacque certamente per volontà della monarchia. Benito Mussolini costruì il proprio movimento attraverso la violenza politica, lo squadrismo, la propaganda e la capacità di intercettare le paure di una società profondamente segnata dalla Prima guerra mondiale, dalla crisi economica, dal conflitto sociale e dal timore della rivoluzione bolscevica. Nel primo dopoguerra lo Stato liberale attraversava una crisi profonda e una parte consistente delle classi dirigenti considerava il fascismo, almeno inizialmente, uno strumento utilizzabile per ristabilire l’ordine.
È proprio dentro questo quadro che bisogna collocare il comportamento di Vittorio Emanuele III.
Il momento decisivo fu l’ottobre del 1922. Quando le squadre fasciste si mossero verso Roma, il governo presieduto da Luigi Facta predispose il decreto per proclamare lo stato d’assedio. Il sovrano, tuttavia, si rifiutò di firmarlo. Pochi giorni dopo affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo.
Dal punto di vista strettamente costituzionale, la decisione del re rientrava nelle prerogative previste dallo Statuto Albertino. Ma la storia non può fermarsi alla sola correttezza formale di un atto. Mussolini non era il leader di una normale forza parlamentare: guidava un movimento che aveva fatto della violenza uno strumento politico e che aveva già dimostrato di voler modificare radicalmente gli equilibri dello Stato.
La scelta di Vittorio Emanuele III fu dunque determinante perché consentì al fascismo di trasformare una conquista ottenuta anche attraverso la pressione delle piazze e delle squadre armate in una conquista apparentemente regolare delle istituzioni.
Il re pensava probabilmente di poter controllare Mussolini più facilmente dall’interno dello Stato che affrontarlo con il rischio di una guerra civile. È questa una delle chiavi interpretative più importanti. Vittorio Emanuele III non necessariamente intendeva consegnare l’Italia a una dittatura totalitaria. È plausibile che ritenesse possibile utilizzare Mussolini per ristabilire l’ordine, per poi ricondurlo entro i limiti dello Stato monarchico e parlamentare.
Fu un calcolo politico destinato a rivelarsi drammaticamente sbagliato.
La storiografia ha discusso a lungo le responsabilità della monarchia. Renzo De Felice, pur attribuendo a Mussolini responsabilità «indiscutibili e predominanti», invitava a non dimenticare quelle delle altre componenti della classe dirigente italiana. Il fascismo, secondo questa prospettiva, non si impose soltanto attraverso la forza dei suoi militanti, ma anche grazie all’incapacità di molti settori delle élite di comprendere la natura del fenomeno e di valutarne le possibili conseguenze.
È una chiave di lettura particolarmente importante perché impedisce di raccontare il fascismo come una vicenda nella quale un solo uomo, Mussolini, avrebbe improvvisamente conquistato un Paese interamente ostile. Non fu così. Il regime poté consolidarsi anche perché una parte dello Stato, delle classi dirigenti, degli ambienti economici e sociali e delle istituzioni ritenne possibile conviverci o addirittura utilizzarlo.
La monarchia fu parte di questo processo.
La questione diventa ancora più evidente dopo il delitto Matteotti. Nel giugno del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti fu assassinato da uomini legati al fascismo. L’Italia attraversò una crisi politica gravissima e il regime sembrò, per un momento, vicino al collasso. Mussolini era sottoposto a una pressione politica e morale senza precedenti.
Era un’altra occasione nella quale la Corona avrebbe potuto intervenire.
Non lo fece.
Vittorio Emanuele III mantenne Mussolini alla guida del governo, consentendo che la crisi venisse progressivamente superata. Il discorso del 3 gennaio 1925 segnò quindi l’inizio aperto della dittatura, ma arrivò dopo che il sistema aveva già avuto la possibilità di reagire e non lo aveva fatto.
Qui la responsabilità della monarchia diventa difficilmente liquidabile come semplice impotenza.
Il re disponeva di prerogative importanti e avrebbe potuto almeno tentare di provocare una crisi di governo. Scelse invece la prudenza, nella convinzione che l’ordine dello Stato e la continuità monarchica dovessero essere preservati.
Il paradosso è che, nel tentativo di salvaguardare la monarchia, Vittorio Emanuele III finì per accettare la progressiva trasformazione dello Stato liberale in una dittatura.
Le cosiddette leggi fascistissime, la soppressione delle libertà politiche, lo scioglimento dei partiti, la limitazione della libertà di stampa e la trasformazione dell’ordinamento istituzionale non furono semplicemente avvenimenti esterni alla Corona. Furono atti che il sovrano promulgò secondo le procedure previste dall’ordinamento.
La monarchia rimaneva formalmente in piedi, ma il sistema politico sul quale si fondava era ormai profondamente trasformato.
È qui che l’interpretazione di Emilio Gentile sul fascismo come «religione politica» diventa particolarmente utile. Il fascismo non fu soltanto un regime autoritario interessato a governare; aspirava a trasformare la società, a creare un nuovo tipo di italiano, a costruire una fedeltà politica totalizzante intorno alla nazione, allo Stato e alla figura del Duce.
La monarchia, invece, rappresentava una legittimità diversa e precedente al fascismo. Per qualche tempo le due istituzioni poterono convivere, ma la loro coesistenza conteneva una contraddizione destinata prima o poi a emergere.
Il fascismo aveva bisogno della monarchia per legittimarsi, ma contemporaneamente tendeva a ridurne l’autonomia. La Corona aveva bisogno del fascismo per mantenere l’ordine e il proprio ruolo, ma finiva così per rafforzare un regime che aspirava a diventare il centro assoluto della vita nazionale.
Si trattò di una sorta di equilibrio instabile, spesso definito dagli storici come «diarchia» tra il re e Mussolini.
Ma una diarchia nella quale uno dei due protagonisti disponeva progressivamente di un potere politico e propagandistico enormemente superiore all’altro.
La questione delle leggi razziali del 1938 aggiunge un ulteriore elemento al problema delle responsabilità monarchiche. Non fu Vittorio Emanuele III a elaborare la politica razzista del fascismo, né si può attribuirgli la paternità ideologica della persecuzione degli ebrei. Tuttavia, il sovrano promulgò le leggi razziali. Anche in questo caso il problema non è stabilire ciò che il re pensasse intimamente, ma chiedersi quale uso fece delle prerogative istituzionali di cui disponeva.
La storia, del resto, non può essere costruita sulla psicologia privata dei protagonisti quando le loro decisioni ebbero conseguenze pubbliche.
Eppure, sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che il re fosse semplicemente un fascista. Non lo fu. I rapporti con Mussolini furono attraversati da tensioni e diffidenze, soprattutto quando il regime cominciò a invadere ambiti tradizionalmente legati alla Corona. Il sovrano conservava una propria idea della monarchia e non accettò mai completamente la subordinazione della dinastia al fascismo.
Ma ancora una volta occorre distinguere tra opposizione personale e opposizione politica.
Il re poteva essere diffidente nei confronti di Mussolini senza per questo diventare un oppositore del fascismo.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere il suo comportamento.
Il momento in cui la monarchia dimostrò di possedere ancora una capacità effettiva di intervento fu il luglio 1943. Dopo la caduta del fascismo, Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e ne ordinò l’arresto.
Questo episodio dimostra una cosa molto importante: il sovrano non era affatto privo di poteri. Aveva conservato la possibilità di intervenire.
Ma lo fece quando il fascismo era ormai sconfitto militarmente, quando gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, quando il regime aveva perso gran parte della propria autorità e quando la guerra aveva portato l’Italia alla catastrofe.
Per questo il 25 luglio 1943 non cancella le responsabilità precedenti. Anzi, sotto certi aspetti le rende ancora più evidenti.
Se la Corona era stata capace di destituire Mussolini nel 1943, è legittimo domandarsi perché non avesse utilizzato le proprie prerogative in momenti precedenti, quando il fascismo era ancora più vulnerabile e quando una diversa scelta avrebbe potuto modificare il corso degli eventi.
Naturalmente non possiamo sapere con certezza cosa sarebbe accaduto se il re avesse firmato lo stato d’assedio nel 1922, se avesse destituito Mussolini dopo il delitto Matteotti o se avesse rifiutato di promulgare alcuni provvedimenti del regime. La storia controfattuale ha limiti evidenti.
Ma proprio per questo è necessario essere prudenti nel giudizio: non possiamo attribuire alla monarchia la certezza che avrebbe potuto “salvare” la democrazia. Possiamo però affermare che ebbe occasioni nelle quali avrebbe potuto tentare di opporsi alla progressiva demolizione dello Stato liberale e scelse di non farlo.
È questa, probabilmente, la formula più equilibrata per definire la sua responsabilità.
Non fu la monarchia a creare il fascismo. Non fu Vittorio Emanuele III a elaborarne l’ideologia, a organizzare lo squadrismo o a costruire il consenso intorno al regime. Le responsabilità principali furono di Mussolini e del movimento fascista.
Ma il fascismo non avrebbe potuto consolidarsi nello stesso modo senza la collaborazione, volontaria o involontaria, di una parte delle istituzioni e delle classi dirigenti.
La monarchia fu una di queste.
Il giudizio degli storici più seri tende, dunque, a collocarsi lontano sia dall’assoluzione sia dalla condanna totale. Renzo De Felice ha insistito sulle responsabilità complessive della classe dirigente; Emilio Gentile ha aiutato a comprendere la natura totalizzante del progetto fascista; gli studi sulla crisi dello Stato liberale hanno mostrato quanto fosse profonda la fragilità delle istituzioni italiane.
Da questa prospettiva Vittorio Emanuele III appare soprattutto come un sovrano che cercò di conservare la monarchia attraverso il compromesso con il fascismo, finendo però per contribuire alla distruzione dell’ordinamento liberale che avrebbe dovuto garantire.
La sua responsabilità, dunque, non è tanto quella di essere stato fascista, quanto quella di non avere compreso fino in fondo che il fascismo non era semplicemente un governo forte che avrebbe potuto essere ricondotto entro i limiti dello Statuto. Era un progetto politico che mirava a trasformare lo Stato e la società.
Il grande errore della monarchia fu forse proprio questo: credere di poter utilizzare il fascismo senza essere utilizzata dal fascismo.
E questa vicenda offre una lezione che va oltre la storia della monarchia e del fascismo. Le istituzioni democratiche non vengono meno soltanto quando qualcuno le abbatte con la forza. Possono indebolirsi anche quando coloro che avrebbero il compito di difenderle scelgono, per paura, prudenza o calcolo politico, di non farlo.
La responsabilità storica di Vittorio Emanuele III sta soprattutto qui: non nell’avere inventato il fascismo, ma nell’averlo lasciato entrare nello Stato e nell’avergli consentito, per troppo tempo, di trasformarlo dall’interno.
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