Musica

Guccini: l’aristocratico burattinaio di parole

Una sensazione di vuoto incolmabile mi ha colpito all’annuncio della morte di Francesco Guccini. Credo di averla avvertita quando morì Italo Calvino ed Eduardo De Filippo: la parola non veniva più scritta e neppure recitata.

7 Agosto 2026
Una sensazione di vuoto incolmabile mi ha colpito all’annuncio della morte di Francesco Guccini. Credo di averla avvertita quando morì Italo Calvino ed Eduardo De Filippo: la parola non veniva più scritta e neppure recitata.
Ecco, Guccini si definisce in “Samantha”( capolavoro di ricercatezze ed arrangiamenti anche musicale) un burattinaio di parole.
Perché per una vita intera il Maestrone ha curato la parola,adattandola alla musica, indagandola, ricercandola con le sfumature e le cointeressenze anche dialettali della Pavana, di Modena o di Bologna.
Le canzoni di Guccini sono inanellate nella letteratura pura, sono poesia, perché ne è curata la metrica, il suono, la sinonimia. Siamo al cospetto di liriche, di canti poetici: come proprio lui ha scritto ” con il suono delle parole abbiamo imparato ad amare le cose”.
E lui la parola l’ha amata sin da bambino quando nei mulini dei nonni leggeva, divorava libri. “Nella mia biografia si parla, anche e vagamente, di libri e biblioteche. Sì, si accenna a questo ma sarebbe impossibile rievocare l’emozione, il sottile piacere, quasi la frenesia, che ogni nuovo libro mi dava, fin dal primo in assoluto della mia vita, sul quale ho imparato a leggere, quel “Pinocchio” regalatomi da chissà chi, amato e tragicamente perduto in uno degli innumerevoli traslochi[…].il leggere dappertutto, perché se leggi non ti annoi mai: alla scrivania, a letto, in bagno, in treno, da militare, con la pila sotto le coperte, aspettando l’autobus, dal medico, sulla spiaggia. Ovunque. E il piacere di possederli, i libri: dalla prima decina, accatastata nell’armadio assieme alla biancheria, alle centinaia impilati dentro a scaffali sempre troppo piccoli per contenerli tutti, ai tanti accumulati sui tavoli, per terra, quasi impossibili da trovare quando li cerchi perché ne avresti bisogno, e finisci per ricomprarli anche due, tre volte”(Guccini Non so che viso avesse quasi un’autobiografia).
Dovrebbe essere studiato nelle scuole come un poeta del secondo novecento, allo stesso modo di Pier Paolo Pasolini e di Cesare Pavese.
Perché anche Guccini era un malato di nostalgia, di una malinconia immanente e lo ha scritto nelle sue canzoni, così intese come “lampi improvvisi”,folgorazioni di ricercatezze lessicali che sanno narrare le peregrinazioni dello Spirito, di rime che si incastrino nei versi.
Ed in quelle canzoni si sono ritrovati, gli amanti della libertà, la purezza degli anarchici, l’umanità e la tensione per la comprensione del significato profondo dell’eguaglianza sostanziale.
Guccini aveva lo sguardo limpido, nei suoi occhi c’era un’ infinita tenerezza e come lui stesso ci ricorda non poteva essere un comunista( lo era Stalin come lui dice) bensì un socialista di “Giustizia e Libertà”dei fratelli Rosselli.
Ma anche l’amore si invola nelle sue liriche: ricordo le parole di “Incontro”, testo divino:
E correndo mi incontrò lungo le scale
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
La tristezza poi ci avvolse come miele
Per il tempo scivolato su noi due
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
Come un istante “déjà vu”
Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia“.
Ma chi scrive così?
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