Letteratura
La ragazza dei preti
Una città del Sud|una memoria
LA CITTÀ
Pioggia. Sotto i portici
ci aggiravamo in attesa.
Monsignore era al caldo
dietro i vetri dell’arcivescovado.
A lungomare uno scalpiccio
negozi illuminati
la tonaca violacea della quaresima.
LA COMPAGNIA
La mia città
(nacqui dal suo ventre calcinato)
amavo come una carcassa.
Gioacchino leggeva quattro righi sull’amore.
Carlo già si scherniva, dolore senza sfogo.
Filodemo sorvolava la materia
e – to’ Dafne!
un codazzo di ragazzini
l’inseguiva per i vicoli.
I VICOLI
Ore e ore in appostamenti.
Antri umidi, buio, scalette
sporche e puzzolenti.
Rapacità senza respiro.
Merda, piscio, urla e lupanari:
incollati ornamenti
addosso a palazzoni fraudolenti.
LA COPPIETTA
Due qualsiasi
che facevano baci
e pochi toccamenti
nella stradina dietro san Domenico
a testa bassa
e poi ansiosi d’annegare
cercavano davvero ciclamini
in un posto tranquillo.
I FANTASMI
Randagi annusano, indagano.
Dalle grondaie i colombi bersagliano.
Segnalano gli scugnizzi
i nostri spostamenti.
Passanti già ci palpano ghignanti.
E la pioggia non smorza
quel sole d’occhi cocenti
di gente miserabile che spia
se là, per caso, sotto i loro sguardi d’astio
riesci un po’ di gioia ad arraffare.
LA RAGAZZA
Di ragazze: una già sfatta
se ne sta muta nel portone di fronte
al pianoterra della sua tristezza
poi quella incinta e la caramellaia.
Ugo naviga giulivo fino a lei.
Noi restiamo di qua a cincischiare.
La mia ragazza è malaticcia
seria perciò
sguardo patetico, strabico
deciso al dolore.
Si fida di me
crede ch’io sappia decifrare
il senso ostile di questa città ansiosa.
ATTESE
L’attendo
ai lati d’una cappella.
Due scheletri marmorei
Minacciano apocalittici sermoni.
Resisto nel mediocre vuoto.
Mi fingo in difesa.
Fischietto.
È passato il cantante stempiato.
Poi il filosofo magro e foruncolotico.
La testa canuta che conteggia i nostri segnali
è spuntata alla finestra del terzo piano.
Non ho bestemmiato.
Le tue persiane erano socchiuse.
Dentro c’era luce. Tu aprivi, sparivi.
Il lampione ha dondolato.
Col vento la strada s’è asciugata.
Solo negli incavi della pietra
l’acqua persisteva.
DISSACRAZIONE
Musiche d’organo, cori, incensi
erbe del giovedì santo.
M’inebriavo.
Tra lei e me, un prete, due preti
e gli amici dei preti
la scuola (coi preti).
Lei era più sola. Soltanto
un’amica e forse una zia.
Il parroco disinvolto
mi tira l’ostia in bocca.
Anche lei sta al gioco.
Sale con le altre, s’inginocchia
e dall’altare lui, sudante, l’imbocca.
Ma a Pasqua me la strappano.
La stendono a terra
e a turno la baciano tutti.
Il prete assiste, disinfetta
le parti più sfiorate del suo corpo.
Io non voglio guardarla.
Ma già mi spingono da lei.
Occhi ipocriti e saggi
suggeriscono la finzione
e severissimi poi l’impongono.
Mani callose mi premono robuste
sulle scapole.
Nel pozzo colorato di luce
(ah le vetrate dei miei artigiani!)
ora la scorgo
anelante, equivoca, umiliata.
La bacio amaro per l’ultima volta.
So che senza lei e con nessuno di loro
più andrò.
(da Salernitudine, Ripostes, Salerno 2oo3)
*In copertina: Tabea Nineo, Le gioie dell’educazione cattolica, 1976

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