Letteratura

La ricerca della verità: Natalia Ginzburg a 110 anni dalla nascita

Una vita attraversata senza risparmiarsi, tra scrittura, dolore e responsabilità del vero. La vita e la scrittura di Natalia Ginzburg a centodieci anni dalla sua nascita.

2 Luglio 2026

Vita e letteratura possono stare insieme, e darsi senso reciprocamente, quando restano ancorate alla verità. La vita di Natalia Ginzburg è stata questo: un attraversamento senza risparmiarsi, spesso faticoso, ma mai incerto.

Natalia Ginzburg è l’ultima di cinque figli, in famiglia è sempre l’ultima ad avere la parola, solo dopo che tutti gli altri hanno detto la propria, così lei impara a registrare e ascoltare, per poi scrivere tutto nel suo quaderno, parla poco, perché in pochi si prendono la briga di starla a sentire.  Non ama andare a scuola, si sente sempre un po’ a disagio per qualcosa: il cappotto troppo grande, i calzettoni che pungono, i capelli corti, i brutti voti che prende. Una sensazione di inadeguatezza che non la lascerà mai del tutto, e resterà insieme il suo limite e la sua forza, per tutta la sua vita. Anche quando sarà una scrittrice affermata e ascoltata con attenzione, tornerà in lei “quell’antico senso di sconforto e inferiorità” e l’incapacità di sbarazzarsi dell’“impiastro per sempre”, come la definiva il padre.

A diciassette anni, conosce Leone Ginzburg e qualche tempo dopo, tra i due, nasce un amore che non ha niente da invidiare alle grandi storie d’amore della letteratura. Lui si innamora di questa ragazza che in foto non si piace mai, le scrive in una lettera: “Com’è dolorosa la tua bocca anche quando sorridi”. Leone Ginzburg è un uomo di infinita intelligenza e profonda sincerità, un uomo che crede nelle persone e che sa comprenderne e amarne le debolezze. Norberto Bobbio, suo compagno di Liceo, lo ricorda così: “La vera patria di Ginzburg era il mondo della coscienza morale. Da quel mondo scendeva sugli altri, per combattere le sue battaglie contro le debolezze, le meschinità, le menzogne, gli errori, la mediocrità di ogni giorno, contro i compromessi degradanti e le utili insincerità”.
L’amore tra Natalia e Leone Ginburg è stato pieno di questo coraggio fino alla fine. Le scrive nell’ultima lettera, poco prima di morire: “Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero spesso l’unico ponte di passaggio. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi morirei volentieri. Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.”

Quando Leone Ginzburg muore è il 1944, Natalia non ha ancora ventotto anni. Tiene fede alla richiesta del marito, sceglie di prendere il suo cognome e cresce da sola i loro tre figli. Comincia a lavorare per Einaudi, dà inizio alla sua vita di intellettuale, si dedica alle traduzioni e alla revisione di romanzi, diventa parte integrante della vita culturale in Einaudi e non solo, insieme a Calvino, Pavese, poi Moravia, la Morante, e molti altri. Sono anni di grande impegno letterario e civile, di legami amicali profondi, ricchi, stimolanti. Se Natalia Ginzburg ha avuto qualche privilegio, nella sua vita, è stato quello di conoscere e confrontarsi ogni giorno con persone di grande valore umano, persone alla sua stessa altezza intellettuale e morale.

Diversi anni dopo incontra Gabriele Baldini, un anglista un po’ eccentrico ed esuberante, ma anche ironico e divertente, questo legame fa scoprire a Natalia parti di sé stessa fino ad allora inespresse, la sua vena più leggera attraverso la quale guardare, in particolare, i rapporti umani. Inizia così a dedicarsi alla scrittura di commedie per il teatro che avranno un buon riscontro di critica e di pubblico. Questa nuova consapevolezza, questa ironia e autoironia scoperte da poco, sono le stesse che daranno forma, qualche anno dopo, al suo libro più noto: Lessico famigliare.
Scrive a proposito del suo matrimonio con Baldini, in un pezzo dal titolo I difetti di mio marito: “La nostra vita quotidiana si svolge dunque in questo contrasto: io difendo le mie monotone abitudini, lui cerca di travolgermi nelle sue ore vertiginose”. È consapevole, leggera, scherzosa. Tuttavia, la vita per Natalia Ginzburg non è mai stata leggera, da Gabriele Baldini avrà due figli, entrambi gravemente malati, Susanna, nata con una encefalopatia, che vivrà sempre con lei e le sopravviverà, e poi Antonio, che vivrà soltanto un anno. Dopo la nascita di Susanna, figlia amatissima, alla quale sarà unita per tutta la vita da un amore e un dolore profondi, per un periodo non scriverà: “C’è un pericolo nel dolore così come c’è un pericolo nella felicità, riguardo alle cose che scriviamo”.
Ci saranno, negli anni successivi, altri gravi lutti, la morte della madre, la morte improvvisa dell’amico Adriano Olivetti, poi la morte tragica di Pavese e quella di Calvino. Tutti grandissimi punti di riferimento per lei.

La vita, il destino, non sono mai stati clementi con lei che più volte “è caduta in un pozzo”, e non ha timore di parlarne: “Le donne hanno la cattiva abitudine di cadere in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. A me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro”. È forse questo uno dei motivi per cui, per un lungo periodo, si è dedicata a un percorso di psicanalisi presso un terapeuta junghiano a Roma, nei suoi appunti ne scrive con un po’ di scetticismo, qualche dubbio e un certo sarcasmo.
Quello che appare evidente, ripercorrendo la vita di Natalia Ginzburg, è la sua forza, la sua vitalità che si mostra nella capacità di andare avanti, di tenere fede ai suoi princìpi e ai suoi valori, di non smarrire la direzione, nonostante tutto. Scrive: “Amare la vita e crederci vuol dire anche amarne il dolore; vuol dire amare il tempo in cui siamo nati e le sue voragini di terrore; vuol dire amare, del destino, la sua oscurità e la sua tremenda imprevedibilità”.

Il tempo passa, e il mondo intorno comincia a cambiare, Natalia Ginzburg, come da bambina, osserva e registra, ma il suo sguardo, il suo rigore, il suo senso critico, sembrano non riuscire quasi più a stare al passo. Si ingarbugliano, si confondono, a volte si irrigidiscono, prendono un tono perentorio, a volte insofferente: “Questo mondo non mi piace. Generosità, coraggio, desiderio di essere, non di apparire, sono grandi virtù ormai scomparse. Ovunque, ci sono rimaste purtroppo solo quelle piccole”, riflette durante un’intervista (che rilascia raramente e malvolentieri). La società e i rapporti famigliari a lei cari da sempre, ora le sfuggono, non sono più un luogo di crescita, educazione e speranza, ma le appaiono fasulli, la culla dell’ipocrisia e della mediocrità che proprio non fanno per lei: “Io non credo che la famiglia sia sacra, credo invece che i rapporti tra uomini e donne siano lacerati e straziati nello stesso sfascio universale, nella scomparsa dei valori reali”. Occorre rigenerare quei valori e quei rapporti. Ma, aggiunge: “Questo non può essere il compito di una legge. Questo è il compito di ogni singolo essere, nell’intimo della sua anima e del suo destino”, dice in Parlamento quando si dibatte la proposta di legge sulla la violenza sessuale, nel 1989.
Natalia Ginzburg porta avanti il suo lavoro come parlamentare con impegno e coerenza, ma ancora una volta sente che non le appartiene completamente, ancora una volta torna il suo disagio di sempre, il suo non sentirsi adeguata o nel posto giusto. Scrive però un ritratto molto appassionato di Berlinguer, in occasione della sua morte, un pensiero in cui torna il “vero”, il tema portante di ogni sua riflessione: “Era timido, e i personaggi politici o pubblici abitualmente non lo sono. Era mite, e i personaggi politici o pubblici sono abitualmente stizzosi e rissosi. Era triste, e i personaggi politici di solito non sono tristi, perché il vero non lo affrontano, ma lo tengono a opportuna distanza”.

Attraverso le pagine dei giornali, da tempo, intreccia una comunicazione fitta e vivacissima con i suoi lettori: la sua voce ora conta, conta moltissimo, ma lei non si cura di essere diplomatica, parla con lo stesso modo diretto, a volte scomodo, che ha avuto fin da bambina. Il suo giudizio è sempre libero, scrive: “Lo sforzo di ognuno deve essere quello di giudicare ciascuna cosa, opera o persona, isolandola dal giudizio degli altri”. Si occupa di attualità, di aborto, di femminismo, di libri, di educazione, di genitori e figli, di scuola, di politica, si occupa sempre e solo di ciò che conosce bene e le sta a cuore per qualche motivo personale. Un argomento che con il passare degli anni le sta sempre più a cuore è l’educazione delle nuove generazioni, su questo scrive dei pezzi che suonano attuali e lucidissimi: “Per quanto riguarda l’educazione dei figli penso si debba insegnare loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza del denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”. E ancora, la verità: “Al bambino bisogna dire la verità su tutto quello che ha un’importanza reale e profonda”.

A centodieci anni dalla sua nascita, la vita di Natalia Ginzburg ci ricorda che vita e letteratura possono andare di pari passo, e ci restituisce un modo di stare nel mondo che è attento, partecipe, capace di senso critico e di responsabilità. Racconta un senso di appartenenza che non esclude, un desiderio di cultura diffusa, una tensione a impegnarsi per sé e per gli altri, un modo di restare nelle cose senza sottrarsi. È forse questo che, ancora oggi, resta: una domanda sul rapporto che scegliamo di avere con la verità della nostra esperienza, e sulla possibilità di trovare parole che sappiano sostenerla.

(Citazioni tratte da La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg, di S. Petrignani, Ed. Neri Pozza, 2018)

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