Cinema

«Un canto anche per i posteri»: recensione all’Odissea di Cristopher Nolan

L’articolo è una recensione all’ultimo riproponimento cinematografico del poema omerico Odissea, firmato questa volta dalla genialità del regista Cristopher Nolan, uscito nelle sale italiane il 16 luglio 2026 e distribuito da Universal Pictures Italia.

10 Agosto 2026

Di fronte a un’opera della portata monumentale dell’Odissea firmata da Christopher Nolan, la tentazione immediata di molta critica di superficie e del pubblico filologicamente nostalgico è stata quella di misurare il film con il metro rigido della fedeltà pedissequa al poema omerico. Tuttavia, giudicare un kolossal di questa caratura sulla base dell’aderenza letterale ai versi antichi rappresenta un procedimento privo di senso, da relegare a mero divertissment personale per eruditi; ciò che davvero conta, e che costituisce l’asse portante di questa straordinaria operazione cinematografica, è la visione radicale, viscerale e lucida che Nolan offre del mito. Il regista britannico, infatti, riesce nell’impresa di rendere quanto mai attuale e urgente la figura di Odisseo, fornendo un’interpretazione del suo viaggio che non guarda al passato come a un reperto impolverato, bensì come a uno specchio spietato per leggere la società contemporanea e la sua terribile deriva etica e politica. Come ha opportunamente evidenziato Peter Bradshaw sulle pagine del The Guardian, ci troviamo dinnanzi a «un film dotato di un’ambizione elettrizzante, audacia, serietà, generosità e stile», capace di trasformare la materia epica per eccellenza in un’orazione etica sul nostro presente. La lezione di Nolan è chiarissima: la narrazione classica non è un monumento immobile da venerare, ma un organismo vivente che deve bruciare per illuminare le rovine della nostra epoca. Anche la critica italiana, sulle pagine de Il Libraio, ha colto come la pellicola riesca nell’intento di «riportare in auge un èpos vincolato all’introspezione e una nostalgia sorella dell’alta tensione», dimostrando che sotto la superficie dello spettacolo visivo pulsa il trauma collettivo di un mondo che ha smarrito la propria bussola morale.

Per comprendere appieno la portata di quest’opera, è inevitabile mettere a confronto il lavoro di Nolan con i precedenti tentativi di trasposizione del poema sul grande e piccolo schermo. Se nel 1954 l’Ulisse di Mario Camerini, interpretato da un atletico e solare Kirk Douglas, trasformava l’epopea omerica in un classico peplum hollywoodiano incentrato sull’eroismo felice, sul gusto per l’avventura marinaresca e su una seduzione da rotocalco, e se lo sceneggiato televisivo RAI del 1968 diretto da Franco Rossi si distingueva per una dimensione teatrale, intimista e quasi pedagogica, i tentativi successivi hanno spesso fallito nel restituire la complessità del testo. L’Odissea televisiva di Andrei Konchalovsky del 1997, pur suggestiva nelle sue intenzioni, rimaneva imbrigliata nei limiti degli effetti speciali digitali embrionali e in una spettacolarità di maniera che appiattiva la statura tragica dei protagonisti; per non parlare del Troy di Wolfgang Petersen (2004), in cui Ulisse viene ridotto a un comprimario saggio e pragmatico all’interno di un’azione muscolare spogliata di qualsiasi afflato metafisico. Odissea versione 2026 spazza via decenni di convenzioni di genere e rifiuta la trappola del decorativismo mitologico, perché Nolan, laddove i suoi predecessori cercavano la meraviglia fiabesca o la celebrazione dell’astuzia bellica, costruisce un dramma esistenziale e geometrico sulla colpa, sul trauma del reduce e sulla dissoluzione delle comunità, dimostrando che il racconto dell’eroe moderno non comincia con la vittoria, ma diparte dalla drammatica presa di coscienza delle macerie che si sono lasciate alle spalle.

A sorreggere questa impalcatura concettuale interviene una recitazione ineccepibile da parte di un cast in stato di assoluta grazia, guidato da scelte interpretative per nulla scontate e che sovvertono programmaticamente gli archetipi consolidati del mito. Non vi è una singola sbavatura nel lavoro degli attori, ciascuno chiamato a dare corpo e voce a figure che il cinema passato aveva spesso ingessato. Il ribaltamento più riuscito e profondo riguarda indubbiamente la rappresentazione dell’universo femminile, a partire dalla moglie di Ulisse; la Penelope incarnata da Anne Hathaway non è affatto la figura passiva e piangente dell’attesa ricamata al telaio, ma una donna dalla bellezza fiera e spoglia, dotata di una forza straordinaria, coraggiosa e politicamente spietata, capace di reggere l’urto della pressione devastante dei Proci con la statura morale e strategica di un vero capo di Stato. Altrettanto dirompente è la caratterizzazione della Circe, affidata a Samantha Morton, che lontana da qualsiasi stucchevole cliché di maga seducente e sinuosa, diviene inquietante, severa, dominata da una cupezza quasi grottesca e mossa da una consapevolezza disincantata sulla brutalità e la natura animale del genere umano. Infine, la Calipso di Charlize Theron incarna un’immortalità che ha il sapore amaro della condanna; la sua figura appare senza tempo ma irrimediabilmente spenta, esausta, cosciente della totale vanità dell’eterno di fronte all’assenza di senso e di connessione umana. Come osservato da Kevin Maher sulle pagine del Times, il lavoro di questo ensemble trasforma la pellicola in un’esperienza che «sembra un magnifico e incantevole manufatto dell’Età del Bronzo», infondendo carne e respiro tragico a volti che la tradizione aveva troppo spesso trasformato in fredde statue di marmo.

La riflessione morale del film si snoda con incredibile accuratezza anche nell’analisi della gioventù, rappresentata non come un’età dell’oro omogenea o idealizzata, ma come un terreno di fondamentale scontro etico. Nolan adotta un approccio concettuale e sottile: l’onestà e la disonestà giovanile, incarnate rispettivamente dalle figure di Sinone e Antinoo, dimostrano chiaramente che l’integrità o il cinismo non sono mai solo una semplice questione di giovinezza o di anagrafica, bensì una consapevole responsabilità individuale. Il Sinone interpretato con commovente intensità da Elliot Page porta su di sé la croce tragica dell’onestà, del sacrificio e di una lealtà straziante durante il rovinoso inganno del Cavallo di Troia, configurandosi come un giovane stritolato dalle feroci esigenze della ragion di Stato ma incapace di abdicare alla propria verità interiore;  all’opposto si colloca l’Antinoo di un eccellente Robert Pattinson, che offre una prova attoriale viscerale nel tratteggiare un’arroganza giovanile marcia, disonesta, opportunista e priva di qualunque rispetto verso la memoria, il patto sociale e l’ospitalità.

Sinone, Elliot Page

Questa polarità etica tra giovani si riflette e trova la sua espressione più complessa nel delicato passaggio di testimone da padre a figlio. Il Telemaco di Tom Holland, a cui la regia affida un’ampia e suggestiva architettura narrativa nella Telemachia iniziale, è un personaggio visibilmente molto meno strutturato, meno mitico e meno implacabile rispetto al padre Ulisse; tuttavia, è infinitamente più umano del genitore. Holland restituisce con autenticità toccante lo smarrimento di un figlio cresciuto nell’ombra di un fantasma ingombrante, privo della spietata freddezza tattica del re di Itaca, ma proprio per questo portatore di un’empatia genuina, l’unica in grado di spezzare la catena di violenza ereditata dai padri.

Altro aspetto straordinario del film è la modalità di messa in scena di Nolan della mostruosità. Il Polifemo portato sullo schermo, i Giganti e le avversità leggendarie che ostacolano il ritorno della flotta non vengono dipinti come creaturalità irreali o bizzarrie da baraccone digitale; al contrario, i mostri presentano tratti del tutto umani, radicati in dinamiche di dolore, terrore ed egoismo tangibili. Attraverso questa scelta teorica precisissima, Nolan ci ricorda che i veri mostri, capaci delle atrocità più aberranti e della distruzione metodica dei propri simili, sono sempre appartenuti al genere umano. Questa de-mitizzazione trova il suo completamento formale nella fotografia eccezionale di Hoyte van Hoytema, realizzata interamente in pellicola IMAX 70mm. Van Hoytema compie un lavoro di sottrazione visiva straordinario, essiccando e rifiutando la facile tavolozza cromatica del Mediterraneo da cartolina: vengono messi al bando i cliché dei mari turchesi e delle scogliere illuminate da cieli tersi in favore di una luce bronzea, polverosa, minerale e spietata. I paesaggi aridi, le rocce nude e le acque tempestose comunicano un senso di solitudine primordiale che avvolge i personaggi, trasformando la natura in un palcoscenico scultoreo ed essenziale dove la materia stessa sembra ribellarsi alla hybris degli uomini.

Ma la vera svolta concettuale che colloca quest’opera ai vertici della cinematografia contemporanea risiede nella rielaborazione etica del protagonista. L’Ulisse interpretato da un tormentato Matt Damon non è l’eroe vittorioso dell’astuzia celebrata senza macchia, ma un reduce distrutto dal senso di colpa per la devastazione di Troia e per la fine miserabile dei propri compagni. Finalmente, Ulisse si pente. Il suo viaggio si spoglia di ogni trionfalismo per farsi doloroso cammino di penitenza e riabilitazione, in cui il protagonista apre la propria storia individuale a una dimensione autenticamente collettiva. Il film costruisce così un monito di spaventosa lucidità politica: l’azione spietata del singolo, per quanto mascherata da perizia strategica o necessità bellica, non dovrebbe mai condurre alla distruzione di una comunità. Spingersi oltre le colonne d’Ercole del rispetto umano, travalicare ogni confine etico in nome dell’affermazione personale o della vittoria a ogni costo, significa condannare un’intera civiltà alla sua stessa rovinosa fine. Il racconto esplicita con forza che non bisogna mai smettere di rispettare qualcosa che è più grande dell’essere umano e della sua finitudine, che sia questo l’equilibrio sacro della natura, la dignità degli sconfitti o la responsabilità verso la collettività di cui si fa parte.

Ulisse, Matt Demon

A sigillare questa traiettoria etica è il modo in cui la dimensione cronologica torna a essere la protagonista assoluta della narrazione. Come già nelle tessere più complesse del puzzle filmico nolaniano, il tempo non è una semplice linea direzionata in avanti, ma una struttura viva e lacerante. Nolan intreccia con precisione chirurgica il tempo del singolo, incarnato dalla vicenda intima, soggettiva e tormentata di Ulisse, e il tempo della collettività, che sancisce la durata, la memoria e la prosecuzione della civiltà stessa. Il rapporto tra passato, presente e futuro deve essere interamente riscritto, e questa riscrittura passa attraverso la commovente e tragica consapevolezza che Ulisse mostra nel descrivere che cosa rappresenta davvero il canto delle Sirene; in una delle sequenze più alte del film, rappresentata da uno dei tanti e riuscitissimi flashback in cui Ulisse rivive col pensiero ciò che è stato, raccontandolo in primis a sé e poi a Calipso, dall’eroe stesso viene detto che il misterioso canto non è una melodia melodrammatica né una promessa di svelamento di segreti futuri, ma si manifesta come una terribile e lucida epifania sul tempo trascorso: le Sirene costringono Odisseo a guardare indietro, a contemplare l’irreversibilità del male compiuto, l’inganno su cui ha edificato il proprio mito e l’assoluta vanità delle rovine lasciate a Troia. È la dolorosa presa di coscienza del passato che permette al protagonista di comprendere che il ritorno a Itaca non può essere un semplice ripristino del potere perduto, ma richiede la rifondazione del presente e la rinuncia al proprio egocentrismo tragico.

In ultima analisi, Odissea si impone come un’opera di una densità intellettuale e visiva eccezionale, destinata a rimanere un punto fermo imprescindibile nell’immaginario cinematografico degli anni a venire. Come ha opportunamente sintetizzato John Nugent sulle pagine di Empire, la pellicola si conferma «una degna e nuova traduzione di un testo antico, un’ulteriore opera monumentale da parte di uno dei nostri registi più audaci», dimostrando la capacità di trasformare l’archetipo per eccellenza in un monito abbagliante per l’uomo contemporaneo. Senza mai cedere alla tentazione della retorica o del facile intrattenimento, Nolan ha saputo guardare nel cuore profondo del poema omerico, ricordandoci che il viaggio più difficile non è quello che ci porta attraverso mari sconosciuti, ma quello che ci costringe a fare i conti con i nostri mostri interiori e con le responsabilità che abbiamo nei confronti della comunità umana che ci accoglie e del tempo nel quale viviamo.

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