Musica
“Sally”e la libertà di rialzarsi
La celebre canzone di Vasco Rossi ci ricorda che forse “Sally” siamo noi, quando il dolore smette di decidere chi dobbiamo diventare
Forse “Sally”, la protagonista della celebre canzone di Vasco Rossi non è soltanto una donna. Forse Sally è un luogo.
Un luogo dell’anima nel quale, prima o poi, tutti ci troviamo. È quel momento della vita in cui qualcosa si rompe e non possiamo più far finta che non sia successo. Un amore finito, una delusione, un errore, un fallimento, una perdita, una scelta sbagliata, una ferita che continua a fare male anche quando fuori sembra tutto passato.
Sally è lì. È dentro quella domanda che arriva quando rimaniamo soli con noi stessi: quanto di quello che sono oggi appartiene davvero a me, e quanto è stato costruito da ciò che mi è successo?
Perché la vita, prima o poi, ci mette davanti a una verità che da giovani non vogliamo vedere: non tutto andrà come avevamo immaginato. Puoi amare e perdere. Puoi dare tutto e non essere scelto. Puoi fare del tuo meglio e fallire. Puoi essere una persona buona e attraversare comunque giorni terribili. Puoi avere coraggio e avere paura nello stesso momento. E forse è proprio qui che comincia Sally. Non quando è forte. Ma quando scopre di non esserlo più.
Ci sono prigioni che non hanno sbarre. Sono fatte di ricordi. Di paure. Di sensi di colpa. Di fallimenti che abbiamo trasformato in identità.
Di frasi che abbiamo cominciato a ripeterci così tante volte da non distinguere più la nostra voce da quella della nostra paura.
“Non ce la faccio.” “Non cambierà niente.” “È troppo tardi.” “Dopo quello che è successo, non posso più essere felice.” E così, lentamente, impariamo a convivere con le nostre gabbie. La cosa più terribile delle prigioni interiori è che, dopo un po’, smettiamo perfino di chiamarle prigioni. Le chiamiamo prudenza. Le chiamiamo esperienza. Le chiamiamo carattere. Le chiamiamo destino. Sally, invece, sembra vivere proprio nel momento in cui qualcosa dentro di lei comincia a ribellarsi. Non sa ancora dove andare. Non sa se dall’altra parte della porta ci sarà qualcosa di migliore. Ma comincia a capire che restare fermi per paura di cadere significa, in qualche modo, essere già caduti.
E allora arriva la parte più difficile. Rompere. Rompere con ciò che ci ha fatto male. Ma soprattutto rompere con l’idea che quel dolore debba continuare a decidere chi siamo. Perché noi non scegliamo tutte le ferite che riceviamo. Non scegliamo chi ci tradirà. Chi ci lascerà. Quale sogno non si realizzerà. Quale persona perderemo. Quale errore commetteremo. La vita ci accade. Ma c’è un punto, prima o poi, in cui dobbiamo scegliere cosa fare di ciò che ci è accaduto.
Ed è lì che nasce la libertà. Non quando smettiamo di soffrire. Ma quando il dolore smette di avere il diritto di scegliere al posto nostro.
Sally non è invincibile. Ed è proprio questo che la rende così potente. Non è una persona che non cade. È una persona che è caduta.
Ha conosciuto la parte della vita nella quale non ci sono risposte facili, nella quale il passato pesa, il futuro fa paura e il presente sembra troppo stretto per contenere tutto quello che abbiamo dentro.
Ma è ancora lì. In piedi.
E questa parola, forse, vale più di qualsiasi vittoria. Perché abbiamo un’idea sbagliata della forza. Pensiamo che essere forti significhi non spezzarsi.
In realtà, forse, essere forti significa spezzarsi senza permettere alla propria frattura di diventare la propria identità. Una persona può essere ferita senza essere soltanto una persona ferita. Può aver fallito senza essere un fallimento. Può aver perso senza essere una persona perduta. Può avere paura senza essere una persona codarda. Può essere caduta senza appartenere per sempre al fondo in cui è caduta. E forse questo è il cuore più profondo di Sally. Non tornare indietro. Perché dopo certe cose non si torna indietro. E forse non bisogna farlo. La persona che eravamo prima della ferita non esiste più. Quella che amava senza paura. Quella che si fidava facilmente. Quella che pensava che certe persone sarebbero rimaste per sempre. Quella che credeva di sapere come sarebbe andata la propria vita. Quella persona, forse, dobbiamo lasciarla andare. Non come una sconfitta. Come si lascia andare un vecchio vestito che non ci appartiene più. Perché crescere non significa tornare a essere quelli di prima.
Significa imparare a vivere con quello che siamo diventati. Ci sono ferite che non scompaiono. Cambiano. Diventano cicatrici. E una cicatrice è una cosa straordinaria: è la prova che qualcosa ci ha attraversato senza riuscire a distruggerci completamente.
Rimane il segno. Ma non rimane necessariamente il dolore. E forse guarire significa proprio questo. Non cancellare. Non dimenticare. Non fingere che non sia successo. Ma riuscire un giorno a guardare ciò che ci ha fatto male e dire: “È successo. Fa parte della mia storia. Ma non è tutta la mia storia.” Questa è una forma enorme di libertà. Sally è anche il coraggio di superare i propri limiti.Ma non nel senso superficiale con cui spesso parliamo di forza.
Significa accettare di avere paura e fare comunque un passo. Significa dire: ho paura, ma vado. Sono ferito, ma amo ancora. Ho fallito, ma provo ancora. Non so come finirà, ma comincio. Il coraggio non è l’assenza della paura. È il momento in cui la paura smette di avere il volante.
Può venire con noi. Può tremare insieme a noi. Può ricordarci tutto quello che potrebbe andare male. Ma non decide più la direzione.
Forse Sally è proprio questo. La parte di noi che, dopo aver attraversato il peggio, non pretende più una vita perfetta. Pretende soltanto una vita vera. Una vita che sia nostra. Anche se imperfetta. Anche se piena di contraddizioni. Anche se ci saranno ancora giorni difficili. Perché a un certo punto capiamo che la libertà non consiste nell’eliminare ogni dolore. Consiste nel non permettere al dolore di diventare il padrone della nostra esistenza.
E allora possiamo finalmente smettere di chiederci: “Perché è successo a me?” E cominciare a chiederci: “Adesso cosa ne faccio?”
È una domanda terribile. Ma è anche una domanda liberatoria. Perché restituisce a noi qualcosa che pensavamo di aver perso: la possibilità di scegliere.
E forse è proprio questo che significa rimanere in piedi. Non stare sempre dritti. Non essere sempre forti. Non avere sempre una risposta.
Rimanere in piedi significa cadere e non consegnare alla caduta l’ultima parola. Significa attraversare il buio senza sapere esattamente dove finisca. Significa portarsi dietro le proprie cicatrici senza vergognarsene. Significa accettare che alcune persone non torneranno, che alcuni sogni moriranno, che alcune versioni di noi stessi dovranno essere lasciate andare. E continuare. Non perché siamo guariti. Ma perché siamo vivi. Sally, allora, non è la storia di una donna che ha vinto. È qualcosa di più umano. È la storia di qualcuno che ha scoperto che non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo ancora scegliere cosa diventare dopo. È la storia di chi ha perso qualcosa e non ha perso completamente se stesso. Di chi è stato ferito e non ha smesso di sentire. Di chi ha avuto paura e non ha smesso di camminare. Di chi è caduto e, lentamente, ha ricominciato a cercare un punto dal quale rialzarsi. E forse la vera libertà comincia proprio lì. Nel momento in cui smettiamo di aspettare di essere senza paura.
Nel momento in cui smettiamo di aspettare di essere pronti. Nel momento in cui capiamo che nessuno verrà a vivere la nostra vita al posto nostro.
E allora facciamo un passo. Uno soltanto. Non sappiamo dove porterà. Ma lo facciamo. E poi un altro. E un altro ancora.
Finché un giorno ci voltiamo indietro e scopriamo che quella persona che pensava di essere rimasta intrappolata per sempre è ancora lì.
Solo che non è più la stessa. Ha le cicatrici. Ha qualche rimpianto. Ha ancora delle paure. Ma cammina, è questo il significato più profondo di Sally: non diventare invincibili. Diventare liberi. Liberi perfino di essere fragili. Liberi di fallire. Liberi di ricominciare. Liberi di non essere più quelli che eravamo.
Liberi di guardarci dentro senza doverci più nascondere. Perché alla fine la vita non ci chiede di arrivare intatti. Ci chiede soltanto di arrivare veri.
E se una persona, dopo tutto quello che ha attraversato, riesce ancora a mettersi in piedi e a fare un passo verso il giorno dopo, allora forse non ha perso.
Forse sta semplicemente imparando una delle cose più difficili che esistano: che anche dopo essere stati spezzati, possiamo ancora scegliere la forma con cui tornare al mondo e pensare ancora come canta Vasco Rossi che“la vita è un brivido che vola via. È tutto un equilibrio sopra la follia”. Sentire che fuori piove e trovare che sia ancora un bel rumore.
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