Letteratura
Cent’anni dell’Armata a cavallo di Babel’. La guerra polacco-sovietica vista da un ebreo russo
È un capolavoro letterario, racconta la guerra come nessun altro ma è impegnativo da leggere e da capire. Nel centenario della pubblicazione abbiamo chiesto a Giovanni Maccari, docente di letteratura e saggista, di chiarirne il contesto storico-culturale.
L’Armata a cavallo (1926) è la raccolta completa delle storie di guerra raccolte da Isaak Babel’ sul fronte ucraino occidentale. Lo scrittore russo, infatti, accompagnò i cosacchi – gruppi di combattenti liberi che difendevano i confini dell’impero zarista prima e della Russia sovietica poi – in qualità di corrispondente della guerra contro i polacchi del 1919-20. I suoi resoconti vennero pubblicati sul Cavalleggero Rosso, il giornale da campo della Prima cavalleria dell’Armata Rossa, e su Lef, una rivista d’avanguardia artistico-letteraria diretta da Vladimir Majakovskij tra il 1923 e il 1924.
Il conflitto nacque dalla volontà polacca di approfittare della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale per ricreare uno stato indipendente; questa si scontrava con il tentativo bolscevico di espandere la rivoluzione comunista in Europa. Per questioni strategiche i polacchi si allearono con gli indipendentisti ucraini comandati da Simon Petlyura nell’aprile del 1920; l’alleanza funzionò e i bolscevichi vennero sconfitti, ma il trattato di Riga dell’anno successivo causò la spartizione di fatto dell’Ucraina tra i polacchi e i sovietici lasciando la promessa autonomia sulla carta.
Il bilancio delle vittime fu tremendo. Il nazionalismo da un lato e l’internazionalismo comunista dall’altro, infatti, causarono oltre 250 mila morti, molti dei quali civili. Da notare come a uccidere non furono solo la malnutrizione, le condizioni disumane subite nei campi di prigionia e la diffusione di infezioni e malattie. Furono anche i pogrom, ossia le violente sommosse popolari incoraggiate o istigate dalle autorita’ a danno di minoranze etnico-religiose, soprattutto ebrei: tra loro si contarono oltre centomila vittime. Babel’, bolscevico della prim’ora ed ebreo, si tenne in incognito ma diede voce anche ai suoi confratelli nelle proprie storie.
Per quanto fosse aggregato ufficialmente alle truppe, Babel’ non nascose la brutalità gratuita e incontrollata dei cosacchi, il cui disprezzo per gli intellettuali era pari o forse superiore a quello verso i signori: i primi innocenti a morire erano difatti gli insegnanti, gli scrittori e chiunque avesse un minimo di cultura. Da notare che sin dai tempi dello zar la loro efferatezza garantiva rispetto e privilegi simili a quelli dei proprietari terrieri che tanto detestavano.
Babel rivelò anche gli errori commessi dai capi militari, come mandare i propri uomini a morire in attacco a trincee inafferrabili o esporli inutilmente agli attacchi aerei. Le descrizioni fecero infuriare il generale Budyonny, che subito dopo la pubblicazione coprì di improperi l’autore e provò a farlo incarcerare. Forse grazie alla protezione di Maksim Gorkij, un intellettuale sovietico di spessore notevolissimo all’epoca, Babel’ scampò all’arresto in quella e altre occasioni; tuttavia, finì poi in manette nel 1939 e venne assassinato dal regime comunista poco dopo.
Abbiamo discusso dell’Armata a cavallo e del ruolo di Babel’ nella letteratura e cultura russa con il professor Giovanni Maccari, docente liceale di letteratura ed esperto di Novecento russo. Maccari ha da poco ha curato Storia della mia colombaia (Quodlibet, 2026), una raccolta di otto racconti a tema autobiografico di Babel scritti dopo la rivoluzione.
Prof. Maccari, L’armata a cavallo non è un romanzo, né un saggio né tantomeno un reportage come lo intenderemmo oggi. Come lo si potrebbe definire?
Si tratta di un misto atipico tra una narrazione filata ed una serie di articoli. Non rientra nelle categorie solite ma questa caratteristica ne ha aumentato la forza d’impatto tanto sul pubblico quanto sulla cultura russa dell’epoca. Da un lato i precedenti li troviamo nei Racconti di Sebastopoli del Lev Tolstoj che aveva partecipato alla guerra di Crimea e in Taras Bulba di Nikolai Gogol’, che ha la stessa ambientazione ucraina e la stessa esagerazione quasi parodistica delle imprese dei cosacchi. Dall’altro è un genere che Babel’ inventa e anzi in tutte le opere che farà dopo cercherà di riprodurre delle serie simili a quella dell’Armata.
Che cosa emerge dai racconti e da chi li scrive?
Dei racconti si fa notare la varietà: ci sono quelli brevissimi e ficcanti, quelli da narratore puro e altri in cui l’autore cede la parola ad uno dei personaggi, la cui voce risulta diversissima. Questo ricorda da vicino lo stile di Gogol’ nelle Veglie alla fattoria di Dikan’ka (1831-2), un personaggio che parla in un russo sgrammaticato e sottosopra – dando peraltro filo da torcere ai traduttori.
Più in generale dall’Armata emerge la divaricazione tra il Babel’ ebreo, quello rivoluzionario e l’intellettuale. Tipico del rivoluzionario è quello in cui si racconta di una donna che ha sgraffignato un sacchetto di sale e cerca di venderlo sottobanco nascondendolo come fosse un infante: viene scoperta e barbaramente uccisa.
Ce ne sono altri decisamente propagandisti, ma ricordiamo che Babel’ era un giornalista dell’agenzia di stampa della Russia sovietica, la Rosta, e quindi non avrebbe potuto esimersi neanche volendo. A volte sembra un agitprop (forma di propaganda politica sovietica che univa l’agitazione di massa alla propaganda ideologica, NdA) in certi passaggi sembra vicino al futurismo russo – quello dei manifesti di Majakoskj per intenderci – ma queste sono componenti che vanno considerate nel contesto culturale dell’epoca.
Altre storie, infine, ci mostrano la rivoluzione vista dall’altra parte. A Babel’ che la celebra il vecchio negoziante ebreo Gedali ribatte: ‘I polacchi ammazzavano perche’ erano controrivoluzionari. Voi portate la rivoluzione ma ammazzate lo stesso. Eppure la rivoluzione è felicità, e la felicità non vuole orfani in casa propria. (…) Chi può allora spiegarmi la differenza fra le due?’ In breve, sarà stato anche un propagandista ma neanche troppo convinto.
I protagonisti del libro sono i cosacchi in tempo di guerra civile. Che cosa rappresentano?
Per Babel’ i cosacchi sono dei rivoluzionari che devono essere incanalati e rappresentano la forza primigenia del popolo che va irreggimentata. Allo stesso modo sono una forza indomabile e inclassificabile, eroi anti-moderni che vivono in simbiosi con i loro cavalli; conoscono poco e male la dottrina comunista e la loro efferatezza non lascia scampo. Babel’ li osserva con un misto di orrore e fascinazione ambigua in un ruolo duplice.
È da un lato un narratore in presa diretta che descrive quello che vede ossia l’atrocità della rivoluzione, la violenza sulle donne, le uccisioni. Al tempo stesso, però, applica dei modelli letterari. Ad esempio, in ‘Berestechko’ i combattenti entrano nella cittadina polacca omonima e l’autore descrive la scena in cui viene giustiziata una spia. Il vecchio protesta e allora un cosacco si mette la sua testa sotto l’ascella e lo sgozza stando ben attento a non sporcarsi i pantaloni. La scena, orripilante, è presa dal finale di Hadji Murat di Tolstoj, scritta tra il 1896 e il 1904 e pubblicata postuma nel 1912. In quel caso i cosacchi sgozzavano i ribelli ceceni con le stesse modalità.
Nella narrazione compaiono i primi commissari bolscevichi, però non incutono orrore.
No, non ancora. Il commissario politico era stato creato da Trotsky nel corso della guerra civile come una figura esterna, complementare, che cercava di farsi accettare dall’esercito combattente nella propria opera di istruzione dei soldati alla verità rivoluzionaria. Si sente che sono una figura in via di formazione: provano a calmare gli animi e a mediare, ma qui sono loro che hanno paura dei cosacchi.
Quanto ai militari, il comandante Semyon Budyonny mi sembra che faccia una figura molto mediocre. Ha qualche importanza?
Il presupposto di fondo di Babel’ è che si era messa in moto la forza indomabile del popolo russo. Anche se i capi dell’esercito fossero stati degli incapaci (e nel caso specifico magari lo erano), anche se Stalin avesse ordinato loro di tornare indietro o che altro ormai quella forza era in movimento e la rivoluzione sarebbe andata avanti per inerzia. È un’idea simile a quella espressa da Tolstoj a proposito della risposta dei russi all’invasione napoleonica. Questa visione delle cose voleva essere il contributo dato dal Babel’ intellettuale al di fuori dei giochi di potere; celebra un fenomeno grandioso, terribile e inevitabile come lo sono i fenomeni storici nel loro complesso.
La rappresentazione dei protagonisti della guerra, e di sé stesso in primo luogo, è veritiera e stratificata: si mostrano anche e soprattutto i propri lati ambigui e negativi. In tutto questo le individualità hanno un valore relativo: anche agendo malamente la rivoluzione procede lo stesso. Per questo motivo, la rozzezza estrema della mentalità dei capi dell’esercito vale quel che vale.
Com’è noto, subito dopo la pubblicazione dei racconti il comandante Budyonny scrisse dei commenti terribili in cui bollava l’opera come gran poca cosa. in realtà bisogna prestare attenzione ai molteplici livelli di lettura: la questione non è quanto valesse il comandante, bensì la macchina da guerra nel suo complesso.
Se la storia, soprattutto nelle sue fasi più violente, non la fanno i leader, allora chi la fa?
Guardi: il concetto della storia fatta non dalle persone singole ma dalle forze popolari, che è la visione romantica espressa da Tolstoj nell’epilogo di Guerra e pace, continua a essere valido per Babel’. Inoltre lui è ebreo, dunque il suo sguardo è esterno. Non bisogna dimenticare che la maggior parte delle vittime di queste violenze sono ebrei come lui.
Il livore antisemita, ad esempio, è proprio sia dei cosacchi sia dei polacchi. Gli ebrei si devono districare con enormi difficoltà tra queste due forze: a entrambi, infatti, la prima cosa che viene in mente quando la situazione si complica è di fare un pogrom per sfogare la propria rabbia.
Come vive Babel’, ebreo, il trovarsi tra odiatori di ebrei?
C’è dell’odio di sé ebraico anche in Babel’ e in particolare nei confronti del suo essere fragile, gracile, sensibile, occhialuto eccetera – tutte caratteristiche che vengono generalmente attribuite agli ebrei. Ad esempio, in uno dei racconti un soldato sofferente si appoggia ad un albero, si apre la giubba e gli mostra che è ferito in maniera irreparabile. Gli chiede di finirlo e tuttavia lui non ce la fa. Allora Babel’ chiede ad Afonka Bida, un capo-plotone cosacco spietato e violento, di finirlo perché lui non ne ha la forza né il coraggio. Quello lo uccide e poi, rivolgendosi a Babel’, gli dice: ‘io ti odio perché voi quattr’occhi avete pietà di noi come il gatto col topo’.
L’Armata è scritta in una lingua ricca e articolata, nient’affatto facile da leggere. Questa rarefazione permetteva forse a Babel’ di creare molteplici livelli di lettura?
Penso di sì. Rileggendo le sue pagine si rimane davvero colpiti da questa lavorazione estrema; tuttavia l’obiettivo non era estetizzante, bensì raggiungere un livello di espressività coinvolgente. Non a caso poi Ernest Hemingway ed altri che hanno scritto di guerra si sono ispirati a lui.
Le faccio un esempio: ho da poco curato Storia della mia colombaia, che raccoglie i racconti autobiografici scritti da Babel’ dal 1925 in poi. Sul primo di questi racconti c’è una lettera indirizzata allo scrittore e drammaturgo russo Maksim Gorkij in cui esprime un parere negativo sul proprio lavoro: ‘i miei racconti non valgono nulla’, scrive, ‘perché sono troppo ornamentali. Mi sono proposto di scrivere in maniera più semplice in futuro’. Ora, posto che si fa sempre fatica a discernere le verità nei suoi scritti privati per via di possibili pressioni esterne, quest’idea della prosa troppo fiorita, ornamentale, barocca era una critica che in effetti gli veniva rivolta.
Impegnativo sì, ma non prolisso nello stile.
Ecco, anziché scrivere frasi lunghe, elaborate, con molte subordinate come ci si aspetterebbe da una prosa barocca, Babel’ rimane sintetico fondendo immagini poetiche con una tendenza all’atrocità. Ricordiamo, ad esempio, gli incipit ‘il sole arancione rotola nel cielo come una testa recisa’, oppure ‘il tè, purpureo come un mattone, fuma come sangue appena versato’. L’elaborazione è meticolosa e coincisa al tempo stesso, tanto che a volte bisogna tornare indietro per capire bene di che cosa si tratta.
Ci sono delle testimonianze al proposito. Konstantin Paustovskj, uno scrittore russo suo amico, guardando tra i fogli di Babel’ notò un faldone di 200 pagine e gli chiese: ‘ma questo che cos’è?’ ‘È Lyubka il cosacco’, rispose quello, ossia un racconto di appena sei pagine. ‘Ma perché tutto questo lavoro?’ ‘Beh, io lo riscrivo cento volte sinché l’orecchio non mi dice che va bene’. Quindi a partire da un’impressione momentanea c’è un lavoro intenso per dare efficacia alla propria espressività.
Quanto ai contenuti, lo spirito rivoluzionario aleggia sull’Armata.
È un soffio che porta avanti tutto, anche se questi cosacchi o cavalleggeri rossi la rivoluzione non la capiscono granché. Hanno un odio sconfinato verso il polacco, verso i signori, verso gli ebrei. Quando Babel’ parla della fanteria contadina dice che ‘il loro odio era quieto ma il materiale di cui era fatto era solido: odiano i signori proprietari terrieri polacchi’.
Spesso, ma non spessissimo, nei racconti ci sono degli inserti quasi dottrinari. In una delle storie la voce passa ad un cosacco, che si esprime in modo gergale e diretto. Dice: ‘Stavo incalzando un nobile polacco a cavallo, ero sul punto di ucciderlo mentre l’altro scappava; sparai due pallottole a quel cavallo ma mi dispiacque perché era bello, sarebbe stato un perfetto cavallo bolscevico. Io lo volevo portare vivo a Lenin’.
Anche nella ‘Mia prima oca’ il narratore si mette a leggere il Discorso della Pravda di Lenin, ma non ci riesce perché i cosacchi lo disturbano, lo prendono in giro. Dopo aver ucciso l’oca, invece, la sera lo legge e tutti si commuovono e commentano: ‘Vedi, Lenin va sempre dritto al punto delle cose come fosse una pallottola’. Ecco, in entrambi i casi il richiamo rivoluzionario è indubbio.
C’è spazio anche per le tecniche di guerra.
Su questo un racconto efficace è ‘La teoria della Tachanka’. La Tachanka era un carretto contadino sopra il quale si montavano delle mitragliatrici; la stessa tecnica era stata usata sia da Makhno, il capo centuria anarchico che combatteva anche lui in Ucraina, sia dall’esercito di Budyonny. Erano mezzi rapidissimi perché si ricoprivano di paglia e venivano mobilitati subito; con trecento carretti e altrettante mitragliatrici si potevano sgominare facilmente gli attacchi di cavalleria. Mi ricordano un po’ i droni nella guerra russo-ucraina, cioè il ricorso a dei mezzi economici, semplici da usare e di uso originariamente non militare.
Per concludere, l’Armata è un capolavoro ma è fuori dal nostro canone scolastico letterario. Ha modo di parlarne ai suoi studenti?
Devo ammettere che ho reticenza a trattarlo perché me ne sono occupato personalmente e cerco di non portare la mia individualità a scuola. Più in generale, Babel’ è uno scrittore per lettori avvertiti che magari già sanno di letteratura e di storia russa. Nel liceo in cui insegno qualche volta mi è capitato di parlare di questo libro come un esempio di narrativa di guerra, ma in maniera piuttosto marginale. Agli studenti delle superiori, infatti, bisogna rendere la vita semplice presentando degli autori già impacchettati e digeriti dalla critica letteraria – ma Babel’ non si addice per niente a questi standard.
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