Teatro

Teatro, quei sogni dimenticati nella “Terra degli Ulivi”

L’attore e drammaturgo genovese Pino Petruzzelli ha presentato al “Mariposa Fest” di Cagliari l’ultimo suo testo di cui è anche interprete. Al centro gli olivicoltori e la cultura contadina in Italia a cavallo tra due secoli. La stringente attualità del ritorno alla terra

26 Settembre 2026

CAGLIARI _ Riprendersi la terra. Disorientati, confusi e sgomenti, in un tempo in cui la memoria latita, si scruta con ansia il cielo cercando il cambio delle stagioni che non c’è più. Poche manciate di anni è s’è pure affievolito il ricordo e l’importanza di quelle radici che sono un incipit di una storia comune. Tutto questo richiama “La terra degli Ulivi”, racconto teatrale in presa diretta di un narratore gentile e appassionato come Pino Petruzzelli: da anni con tenacia e poetici spettacoli come il precedente, “Storie di uomini e vini” dedicato ai vignaioli, ricostruisce una geografia poco conosciuta. Nasce soprattutto con l’ascolto. Potrebbe ricordare il resoconto sul campo di un etnografo o lo studio stratificato di un sociologo, magari la ricostruzione di uno storico. Una saga simile a migliaia di altre: unisce fatica e natura, vita e riscatto ed è anche il racconto di un’Italia tra un secolo e l’altro vista dalla parte di chi lavora la terra. Una materia viva in fin dei conti, che solo l’arte di un fine teatrante sa ricondurre a specchio della nostra contemporaneità. Questo indica l’intenso monologo rappresentato in un luogo ad hoc, quasi simbolico, come il singolare e umile Teatro di Terra, alle porte di Cagliari, unico in Italia, costruito con caparbietà da Rita Atzeri, attrice e factotum instancabile del Crogiuolo che qui ha allestito la quarta edizione della rassegna “Mariposa fest”a Quartucciu-Cagliari. Un palcoscenico ricavato in un’oasi di verde, un orto e giardino tra alti canneti, odorosi arbusti di rosmarino e svettanti alberelli d’alloro. Accoglie piante e indossa i profumi di una natura libera, non distante dai confini urbani fatti di palazzi come casematte, cemento e asfalto. Di città sempre più invivibili, sempre più anonime.

Suscita una sensazione di antico e necessario sentir parlare assieme della natura e degli uomini come fa Petruzzelli, mettendo in evidenza il legame tra questi e il lavoro. Un operare che sa di etica, sacrificio e amore per la vita. Una relazione forte e unitaria, quasi un mito da ricordare e trasmettere alle future generazioni.

Sette giorni dopo il Diluvio, una colomba liberata al mattino dall’Arca tornò sul far della sera: “aveva una fronda d’olivo novella nel becco. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra” (capitolo 8 della Genesi, Antico Testamento). L’ulivo è così nel nuovo inizio della umanità: simbolo di pace e salvezza.

La coltivazione più antica di questa pianta risale a oltre seimila anni fa nel sud del Caucaso. Da lì si diffuse ad ovest per arrivare in Grecia. Qui, sacro ad Atena, l’ulivo, era proibito danneggiare o abbattere. Omero, nel canto ventitreesimo dell’”Odissea”, narra di Ulisse che rammenta a Penelope come lui stesso ricavò da un imponente tronco di un ulivo il talamo nuziale: “vedovata del suo crin d’oliva, alquanto su dalla radice il tronco ne tagliai netto, e con le pialle sopra vi andai leggermente, e v’adoprai la infallibile squadra, e il succhio acuto. Così il sostegno mi fec’io del letto”.

Nella fotografia l’attore e drammaturgo genovese Pino Petruzzelli nello spettacolo “Nella Terra degli Ulivi” da lui stesso scritto e interpretato al “Mariposa Festival di Quartucciu-Cagliari (Foto Federico Buscarino)

Raccontare l’ulivo è parlare delle nostre stesse esistenze. Ulivo significa una coltura che unisce popoli e idiomi diversi del Mediterraneo. Cuce le storie in tutti i lidi bagnati dal suo mare. Liguria, Puglie, Grecia, Algeria, Spagna, Sicilia, Francia, Corsica e Sardegna. Lo si trova nelle piane del Salento o arrampicato sulle coste di Ponente. Ed è tra Puglia e Liguria che si snoda il racconto di Petruzzelli, “La terra degli Ulivi”, nato però da decine e decine di interviste raccolte in giro per tutta Italia, a tu per tu con agricoltori e contadini. Sono racconti, specchio di una realtà comune, rimasti per un po’ a lievitare dando poi vita a una storia dentro cui convivono tutti quanti assieme. Si può rintracciare pure un filo autobiografico in quello dipanato da un uomo che, un po’ più di cento anni fa, come molti italiani del suo tempo, stava per lasciare l’Italia e cercare lavoro e fortuna in America.Lui è un giovane figlio di campagna pugliese avvezzo ad alzarsi presto al mattino per lavorare nei campi o raggiungere a piedi una scuola lontana. E’ dunque subito nel segno della fatica che prende il via questa galoppante narrazione.

Inizia con una citazione che è un omaggio ad un poeta e scrittore ligure, Giovanni Boine, nato a Finale Marina nel 1887 e scomparso appena trentenne a Porto Maurizio nel 1917, intellettuale di spicco a Milano del gruppo della “Voce”, saggista e collaboratore di diverse testate giornalistiche, appassionato di letteratura e studioso di filosofia. La citazione è estratta dal saggio “La crisi degli olivi in Liguria” pubblicato su “La Voce” diretta da Giuseppe Prezzolini nel luglio del 1911: oltre a raccontare il lavoro degli olivicoltori e della crisi socio economica della regione è metafora di una crisi generazionale.

Da un foglietto bianco Petruzzelli, appena entrato in scena legge: “Ed ecco le fatiche fatte sante, ed ecco… Le fatiche! Lavoro tenace, lavoro rude, lavoro anche di notte. E qui non v’è aratro, qui non v’è ordigno, qui i solchi si fanno a colpi di zappa, di bidente, uno dopo l’altro, duri, violenti, rompendo il terreno compatto e argilloso. Terreno avaro, terreno insufficiente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l’uomo, si, l’uomo tiene su con grande opera di muraglie e terrazzamenti”.

In questo modo Boine, a seguire, descrive quel mare verde argento di ulivi nel circondario di Imperia: “…Terrazzamenti e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muretti a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra su pietra, hanno con le loro mani costruito. Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna! Non ci han lasciato castelli i nostri padri, non ci han lasciato la gloria delle architetture composte; hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muretti a secco come templi ciclopici. Muretti a secco, dal mare fino alla montagna! Muretti e terrazzamenti e sui terrazzamenti gli ulivi. Contorti. A testimoniare che hanno vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti non di sfarzo, ma di volontà e di forza. Di forza e volontà…”. Queste righe danno il senso, la chiave di lettura de “la Terra degli Ulivi”. Hanno costituito forse la molla che ha ispirato il teatrante (“…le porto con me come un viatico che mi accompagna in ogni percorso” dice il teatrante) che sulla sua strada incontrerà il suo alter ego… Questi, davanti a un bicchiere di vino inizierà a raccontare…

Lo scrittore ligure Giovanni Boine in una immagine del 1911 quando pubblicò su “La Voce” il saggio “La crisi degli olivi in Liguria” che viene citato all’inizio dello spettacolo teatrale di Pino Petruzzelli

Di quando, ragazzo, aveva i denti storti ma non ci faceva caso perché i denti si sa, servivano solo per mangiare, e dell’apparecchio per correggerli la famiglia non poteva saperlo. Quello che un figlio della campagna conosceva di sicuro erano le alzatacce mattutine per andare a piedi a scuola, dieci chilometri per arrivare, altrettanti per tornare. Sempre meglio dell’estate quando la sveglia suonava un’ora prima per recarsi sui campi. A novembre era il tempo delle olive. Per l’”abbacchiatura” tutta la famiglia si prendeva una “pausa”. Anche dalla scuola perché l’olio dava da vivere. Si vendeva per illuminare (l’elettricità non era ancora arrivata dappertutto) e per cucinare. Petruzzelli racconta per suoni e parole che sono versi che cantano. “Pam.. Pam.. Pam”… i ragazzi sugli alberi usano i bastoni per far cadere le olive per terra che vengono raccolte in bianche lenzuola. Non hanno paura di salire scalzi sui nodosi olivi. Dall’alto dell’albero vedono “le sue chiome d’argento vivo” muoversi al vento. In basso le donne raccolgono i frutti mentre gli uomini portano via i sacchi a dorso di mulo verso il frantoio.. La sera, stanchi, “si mangia quello che c’è, nell’unica stanza dove c’è un fuoco acceso e dove c’è un po di caldo”…

Questo il ritmo di una famiglia di contadini tra l’Ottocento e i primi del Novecento. Difficile per un giovane dell’epoca scappare via da un destino duro fatto di fatica e poche gioie. Se poi arriva la guerra non si può continuare gli studi anche a prezzo di sacrifici. Si lavora la terra dove almeno “era più difficile morire di fame”. A casa il pane e la pasta lo faceva la madre, Con gesti quasi magici: versava la farina su un tavoliere e trasformava quella montagna in vulcano. “Papapapapapap…Versa acqua e inizia a impastare. Prima lentamente, poi sempre con più forza…” fino a tagliare con il coltello “pezzetti di impasto grandi la metà di un pollice e che striscia contro il legno del tavoliere trasformandoli, con un unico movimento, in orecchiette”… La mamma si ferma e guarda il ragazzo: “Figlio mio nun fare una vita comme a questa mia…”

Venne così il tempo di emigrare. In America dove uno zio aveva trovato lavoro come muratore a costruire grattacieli…. In paese, parenti e conoscenti sostengono con i soldi il progetto di fuga. Scatta la solidarietà ma una settimana prima di prendere il biglietto la madre si prese il morbillo e muore in pochi giorni.

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In “La Terra degli Ulivi” si racconta come le olive raccolte in campagna dagli alberi nella fase dell'”abbacchiatura” in grandi teli bianchi vengono trasportate in grandi sacchi al frantoio per diventare infine olio

America o Liguria? In America “guadagno di sicuro di più, in Liguria di meno. In America faccio il muratore, in Liguria coltivo fiori. Forse è anche strano per uno come me farsi venire dei dubbi: Liguria”. Qui il viaggio che porterà il giovane verso “le montagne che si tuffano a mare”, le “straducole a strapiombo” e le serre con fiori. La nuova vita inizia tra i crisantemi e la raccolta delle olive. Lì conosce la donna della sua vita, Adelina, “la donna più bella del mondo. Alta, pelle olivastra, capelli lunghi e neri e in tutto questo brillano due occhi azzurri”. Il primo bacio.

“….uscimmo dal bar e facemmo due passi tra gli ulivi che circondavano il paese. Camminavamo in un silenzio che ci parlava di un popolo che ha vissuto lavorando, sudando, lottando per le generazioni future attraverso azioni semplici: occuparsi degli ulivi, dei terreni, delle capre. Azioni semplici che però hanno costruito una vita”. Tre mesi dopo chiese ad Adelina di sposarlo.

Un vita nuova in due. Sacrifici e scommesse per un domani migliore. Accanto al lavoro nelle serre, quello di sarta di Adelina e un terreno preso in affitto. Nasce il primo figlio. Si lavora sodo. Si combatte contro il tempo e le gelate che uccidono il lavoro di mesi. Rievoca Pino Petruzzelli grave: “Ogni sogno è andato bruciato. I giorni trascorrevano così, come ovattati in una vita legata solo alla sopravvivenza”.

Ed è spesso una lotta con titani quella che la gente dell’epoca, semplice ma fiera ed ostinata, deve combattere… ma si incontra anche la solidarietà dei propri simili. Contro le avversità la gente si stringe a corte. E non si arrende. Riprende le sfide. Si lavora negli orti ripulendo il terreno degli ulivi abbandonati. Si falcia l’erba, si tolgono le sterpaglie. A casa si fa il pane e si vendono le pagnotte fatte con le cipolle. Gli ulivi danno i loro frutti di nuovo, Adelina e il figlio Augusto, lavorano, anche loro, alla prima “abbacchiatura”. Raccogliendo le olive da portare al frantoio. Ed ecco l’olio.

… “Mi stupivo tutte le volte che mi fermavo a vedere cosa eravamo stati capaci di fare con Adelina in così poco tempo. E poi, tutti quegli uliveti. La poesia concreta degli ulivi. È come se gli ulivi fossero diventati parte di me. Nel giro di due anni i nostri terreni sono perfetti. Raccogliamo basilico, erbe aromatiche, grano e… e… olive… Si, iniziamo a raccogliere le nostre prime olive…”.

Lo scrittore Francesco Biamonti autore di diversi romanzi d’ambientazione ligure (l’immagine è un particolare della copertina di “Francesco Biamonti tra parole e immagini”  di Francesco Improta con foto di Ariodante Calvini)

Ma non c’è solo Giovanni Boine. Nei titoli di coda del monologo – dove tutti portano il loro saluto, da Adelina ad Augusto, dalle mondine piemontesi ai ragazzi del paese, il frantoiano e il parrocco- Pino Petruzzelli ha inserito quello di un altro scrittore ligure dimenticato, Francesco Biamonti (San Biagio della Cima,1928-2001), “artigiano della penna” che amava il giardinaggio e la psicanalisi ma soprattutto il mare e che nel suo romanzo “Attesa sul mare” sembra fare il contraltare a Boine che aveva una visione quasi “religiosa”. Il protagonista, Edoardo, è un marinaio che ha scelto di andare per mare come scelta di vita e ogni tanto torna nel suo borgo di Pietrabruna per ritrovare la donna che ha sposato e lo aspetta, vedere le persone ancora in vita, i casolari che cadono a pezzi e i pochi ulivi abbandonati. Biamonti vede come nel tempo il paesaggio ligure è stato trasformato, violato, offeso. Gli uliveti hanno ceduto il posto alle serre, i centri storici diventare decrepiti mentre la speculazione turistica avanzava. L’elegia cede così il passo alla realtà dura dell’economia. Mancanza di lavoro, aumento del costo della vita, progressiva depauperazione dei ceti medio bassi. C’è un aspetto visionario che lo scrittore, più legato a Camus e con un pessimismo di fondo, coglie in quell’abbandono della terra. Già nel suo primo romanzo “L’Angelo di Avrigue” Biamonti guarda indietro nel tempo quando gli uomini “erano stati tenaci lavoratori. Avevano costruito ripiani, scavato e ulivato. Da zero fino a seicento metri sul mare. La fatica tradotta in opere e la pena blandita dalla «buona morte». San Sebastiano e Nostra Signora dei Dolori. Feticci inventati per consolare ed uniti all’idea di questa fatica, da sola insostenibile. E Morte sparsa come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”.

Una storia finita quindi. come annota Giorgio Amico in un saggio del 2017 dedicato ai due scrittori liguri: quel mondo è “in piena disgregazione” e “non c’è più nulla da salvare, se non forse il ricordo”. Eppure, lo stesso Biamonti, riprendendo Giovanni Boine osserva che “gli oliveti sono davvero la cattedrale dei liguri, il luogo del raccoglimento e della preghiera”. E anche forse, di una possibile rinascita in modi, tempi differenti dal passato come sta accadendo con il vino.

Ecco perchè Petruzzelli inserisce il suo ideale saluto all’interno del monologo teatrale come un messaggio nella bottiglia, in tempi di guerre, conflitti e cambio climatico. Non c’è futuro se non si riparte dalla terra, se non si valorizza quell’enorme tesoro lasciato dai nostri padri. Come, ad esempio le coltivazioni, la vite, il grano, l’ulivo. Recita così: “Buongiorno, mi chiamo Francesco Biamonti e vivo in un paesino dell’entroterra. Volevo solo dire una cosa: speriamo che la civiltà dell’ulivo torni. Tutto il Mediterraneo ne ha bisogno. È bello vedere le nostre colline coperte da un manto argentato. Terrazze e uliveti da zero fino a 800 metri sul livello del mare. È come una speranza di rinascita.”

La vita può ripartire.

Un’altra immagine dell’attore e drammaturgo Pino Petruzzelli in “Nella Terra degli Ulivi” di cui è autore e interprete presentato al Mariposa Fest di Quartucciu, nell’area metropolitana di Cagliari
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