Storia
Il comunista, vita e morte di Guido Rossa
Vita e morte di Guido Rossa, operaio comunista assassinato dalle Brigate Rosse
25 Maggio 2026
Un libro bellissimo, e una storia desolatamente italiana. Nel suo “Giù in mezzo agli uomini”, edito da Einaudi, Sergio Luzzatto racconta la vita e la morte di Guido Rossa, operaio e sindacalista comunista assassinato dalle Brigate Rosse.
Guido Rossa nasce tra le montagne bellunesi e fin da ragazzo si appassiona all’alpinismo, quella marcia verticale su suolo impervio e acuminato che ne fa uno dei tanti “conquistatori dell’inutile” della sua terra. Un alpinista, letteralmente, della domenica, perché per quelli come lui, diplomati all’avviamento e finiti subito a lavorare in fabbrica, il tempo per dedicarvisi in altri giorni non c’è. Uno scalatore artigianale che si costruisce piccozze e chiodi, e si sistema copricapi e mantelli da pesca anche per resistere al gelo delle altitudini.
Rossa dipinge quadri, e forse è solo la suggestione della natalità comune che li fa assomigliare a quelli di Buzzati: una metafisica quieta e quasi bambina, un ordine a tempera che nasconde qualcosa di tragico, o misterioso.
In lui a quei tempi sopravvive un superomismo eroico e distratto: la lettura degli aforismi di Nietszche, l’attitudine febbrile e solitaria al rischio e all’avventura, l’arruolamento tra gli alpini paracadutisti (suo istruttore a Viterbo sarà Oreste Leonardi, capo della scorta di Moro ucciso in via Fani molti anni dopo).
Rossa, ancora ragazzo e già comunista, finisce poi a lavorare in fabbrica a Torino, e sarà incredibilmente la Stampa di Agnelli a raccontare le sue imprese alpiniste: il salvataggio di amici di cordata, le avanzate sui versanti valdostani e francesi, un’escursione in Himalaya da cui due suoi compagni non torneranno più.
Infine, l’arrivo a Genova, all’Italsider. Sorella morte che non lo lascia neanche stavolta (perderà il figlioletto di pochi anni per una fuga di gas, e l’ambulanza incastrata nel traffico non arriverà in tempo all’ospedale), l’amicizia con Piero Villaggio fratello gemello di Paolo, per la prima volta la coscienza civile dell’impegno politico nel partito e nel sindacato, la passione per la fotografia che diventa una specie di risalita a terra della realtà, questa volta senza solipsismi montani ma dentro la scatola rovente della metropoli industriale, le sue asprezze, le sue contraddizioni.
Intanto, proprio Genova diventa il laboratorio macabro delle Brigate Rosse: il primo rapimento (Mario Sossi), il primo militante comunista ferito (Carlo Castellano, dirigente Ansaldo con tessera PCI), i primi omicidi (il giudice Francesco Coco e la sua scorta), la sua colonna armata che si conquista presto la fama di quella più intransigente dell’organizzazione.
In quegli stessi anni, l’adesione di Guido Rossa al rigorismo berlingueriano è a sua volta nervosa ma integrale: niente reticenze, niente cedimenti, immediata denuncia all’autorità giudiziaria dei fiancheggiatori dei brigatisti sui luoghi di lavoro o nel sindacato. Fa parte del servizio d’ordine che a un comizio difende Lama, segretario della CGIL, dall’assalto a pietrate degli autonomi (a un vicino sbalordito dal suo sangue freddo spiegherà che l’arte di non perdere la testa di fronte al pericolo gli è venuta, come sempre, dalle montagne), milita, combatte, scrive testi lunghi e appassionati di sofferta fedeltà al compromesso storico con i settori più avanzati della DC, diventa delegato nel consiglio di fabbrica Italsider e con furia fredda discute coi padroni del miglioramento delle condizioni di lavoro.
Un giorno, i compagni di fabbrica gli dicono di avere visto Francesco Berardi, operaio Italsider, che distribuiva tra i reparti volantini brigatisti. Guido Rossa, nel dileguarsi un po’ impaurito un po’ connivente dei colleghi, lo denuncia ai carabinieri e conferma le sue accuse al processo, dove andrà da solo in un’aula silente e scura. Gli altri giornali non pubblicheranno le sue generalità, quello di Genova invece sì, con tanto di accurata descrizione fisica.
Il 24 gennaio 1979, in una mattina buia e operaia di quelle che conosce solo chi inizia presto o finisce tardi il proprio turno di lavoro, un commando brigatista gli va incontro sotto casa mentre lui sta per avviare la sua Fiat 850. Vincenzo Guagliardo, ex metalmeccanico Fiat ed ex iscritto al PCI, gli spara tre colpi alle gambe, perché l’intento è probabilmente solo di ferirlo. Rossa forse reagisce, dice qualcosa, il coraggio meccanico del fuoco, lo avrebbe chiamato Melville, e allora Riccardo Dura detto Pol Pot, capo del commando, torna indietro e gli spara altri due proiettili, uno al cuore e l’altro al fegato.
Ai suoi funerali, in una città stipata di rimorso e dolore, parteciperanno il presidente Pertini, Berlinguer, e Lama, che dal palco lancerà ai colleghi di Rossa l’accusa velata di averlo lasciato troppo solo davanti ai terroristi. Di fronte alla sua bara i compagni intoneranno a pugno levato canti resistenziali, accomunando dunque ai fascisti i comunisti che avevano appena ammazzato uno di loro.
Il PCI fingerà di non vedere i suoi figli che si divoravano l’un l’altro e cambierà discorso, anche se Giorgio Amendola scriverà una lettera struggente a Sabina Rossa, figlia di Guido, raccontandole di quando i fascisti, a lui diciottenne, avevano ucciso suo padre Giovanni, mentre le Brigate Rosse tumuleranno definitivamente dentro una logica di scontro militare qualunque speranza di affermazione politica del loro senil-leninismo.
Francesco Berardi, l’operaio denunciato da Rossa, morirà suicida in carcere qualche mese dopo. I carabinieri del generale Dalla Chiesa, in una notte di primavera del 1980, faranno irruzione in un covo terrorista annientando l’intera colonna genovese delle Brigate Rosse compreso Riccardo Dura detto Pol Pot (la foto del suo corpo esanime, come nel contrappasso di un girone dantesco, lo fa sembrare addormentato su una nuvola di sangue). Il covo dei brigatisti a Genova era in via Fracchia, solo a pochi metri di distanza da dove abitava Guido Rossa. L’Italia, i suoi cento passi, le sue cento straziate latitudini.
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