Letteratura

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Rassegna finalisti Premio Strega 2026

23 Maggio 2026

Mauro Covacich — Lina e il sasso— La Nave di Teseo, Milano 2026

La scena iniziale è quasi da teatro da camera: Elena, la figlia adolescente Lina — solo più avanti si scoprirà il suo segreto — e Max, scrittore e compagno della donna, ma non padre della ragazza. Fuori campo aleggia invece il “merda”, l’ex marito di Elena, ristoratore, figura respinta eppure ancora amata dalla figlia, che continua a chiamarlo “papino”.

Max accompagna Lina a scuola e, lungo il tragitto, le racconta ancora una volta la favola del lupo e della gallina: al centro c’è un sasso che il lupo vorrebbe cucinare in brodo per convincere l’ingenua gallina. Come tutte le favole, anche questa vive di sospensione dell’incredulità e di quell’atmosfera dolciastra propria dell’infanzia. Però qui il racconto resta sospeso, non approda per il momento a nulla; ritorna come un motivo musicale, un’antifona disseminata nel romanzo, fino al finale, dove quel sasso riappare nel dialogo tra Max e la sua ex Carlotta con un significato che ho trovato piuttosto pretestuoso: “di testa” più che intrinsecamente necessario.Poi il quadro cambia bruscamente: tre Torri condominiali, un altro ambiente, un altro frame narrativo, che sarà quello di tutta la narrazione. Covacich costruisce il romanzo per segmenti, per nuclei autonomi, per scene. All’inizio ho avuto la sensazione che questa frammentazione rischiasse di scambiare per poetica una certa inconcludenza. Ma l’ingresso in scena di Carlotta — ex di Max, redattrice televisiva e coinvolta in ambienti sessuali estremi — dà improvvisamente energia alla narrazione. Non tanto per il sesso esplicito in sé, quanto perché lì il romanzo mi sembra  che tenti davvero uno scavo nella contemporaneità.

Carlotta frequenta il gruppo di scambisti “Bianconiglio”, dove eccelle nella doppia penetrazione e basta alla voce narrante una frase per dare il tono: «Di solito il momento più difficile è quando si rivestono guardando le pareti foderate di libri». È un dettaglio, eloquente, che concentra disagio, ironia e malinconia sociale.

Quando entra in scena la madre di Elena, allettata in ospedale, tabagista e lucidissima, il libro sembra trovare finalmente un asse. I dialoghi tra madre e figlia funzionano: rapidi, naturali, eleganti. Ed è proprio nel dialogo che Covacich mostra il suo mestiere migliore. A quel punto il patto narrativo, almeno per un tratto, regge davvero.

Anche la scelta del presente indicativo — un tempo narrativo che spesso trovo rigido e poco adatto al romanzo — qui in parte funziona. Ha qualcosa di clinico, quasi autoptico: immobilizza i personaggi sotto la luce della scrittura, li scolpisce mentre vivono. Per un po’ ho pensato che Covacich avesse trovato persino la giusta chiave stilistica.

Poi però emergono i limiti dell’impianto. I capitoli — o meglio i segmenti narrativi — hanno il difetto dell’“eterno inizio”: ogni volta bisogna capire chi parla, dove siamo, quale filo si sta riprendendo. La lettura diventa faticosa perché il romanzo sembra continuamente ripartire da zero come nel giorno della marmotta. Anche oltre metà libro non emerge una vera linea narrativa centrale; si accumulano piuttosto episodi, quadri d’ambiente, derive laterali.

C’è Lina accusata addirittura di molestie sessuali; Max alle prese con le sue nevrosi di scrittore; Carlotta che continua a incontrare uomini conosciuti online, alcuni coi moncherini a posto  della gamba, altri spesso irrisolti o incapaci di distinguere tra fantasia erotica e vita reale; Elena che lavora come fisioterapista in un circolo di tennis popolato da ricchi trichechi ai quali rigarebbe volentieri le fuoriserie, e lo fa; il “merda” che rientra in scena durante un colloquio scolastico; la madre anziana con le sue ossessioni.

Tutto questo produce molti dialoghi  e molte scene, ma raramente un vero movimento romanzesco. Lo show don’t tell, spinto fino all’ossessione, combinato con il presente indicativo, ora mi sembra rallentare il flusso e inchiodare il testo in una successione di scene statiche. A ciò si aggiungano descrizioni minuziose e continue divagazioni laterali che danno spesso l’impressione di una foliazione più “guadagnata” che necessaria.

Il quartiere delle torri condominiali, in una Roma quasi mai definita davvero, diventa allora il contenitore di vite che sembrano non arrivare  a destinazione. Max riceve minacce al telefono dal “merda”; Carlotta discute in ufficio dell’LSM — Look, Status, Money — in conversazioni che alludono continuamente alla sua vita sessuale online; Elena attraversata da pensieri feroci («è presa da un improvviso desiderio di vederla morta») accudisce la madre; Lina recita testi barocchi o prende lezioni di madrigale. E nel mezzo ogni tanto qualcuno torna a interrogarsi sul famoso sasso della favola.

Il problema è che molti di questi frammenti non sembrano convergere davvero. Vorrebbero forse restituire un ready-made di realtà contemporanea, un pezzo di vita portato sulla pagina senza forzature narrative; ma al lettore impaziente finiscono spesso per apparire come continui interludi che non stringono più che sviluppo narrativo armonico.

Singolare  il gioco sulla voce narrante. Per gran parte del romanzo il narratore è onnisciente, ma a tratti si materializza come testimone interno: «la vedo solo riallontanarsi dal bloccasterzo…».  Si legge. Poco dopo dirà: «Ogni tanto lo vedo impalato davanti al letto della bambina nel cuore della notte». È una scelta tecnicamente incoerente, ma volutamente tale: Covacich sembra voler infrangere le regole del punto di vista senza preoccuparsene troppo.

Anche la gestione della disabilità di Lina è significativa. Il romanzo la tiene nascosta molto a lungo, disseminando solo allusioni ai “mongoli” e alla Mongolia. È una strategia probabilmente più  fruttifera per l’autore che appronta il testo che per il lettore che lo deve leggere: crea reticenza, ma non vera suspense, e anzi finisce per complicare inutilmente la comprensione del testo.

Resta però una scrittura capace di qualche  lampo. Alcune frasi colpiscono, come: «I tabelloni luminosi, trasmettendo un’idea di pulizia e compostezza che fa sembrare un rendering il mondo reale», oppure «…quando è evidente l’irreparabile brutalità, la crudezza dello stare al mondo, un mondo venduto come luccicante, un mondo spalmato di glitter, ma minacciato da una latente legge marziale».

E ho sorriso repertando questo passaggio: «la poesia, tra l’altro, oltreché pallosa apre il varco a centinaia di improvvisati aedi che ti inondano il profilo con le loro nenie smoscianti». Qui Covacich sembra improvvisamente diventare un fratello di insofferenza verso il lirismo esibito nei social.  Eppure, paradossalmente, anche lui cerca spesso una propria forma di rêverie poetica, rallentando il romanzo in registri allusivi e contemplativi che non sempre reggono.

Alla fine il libro, nato come intreccio di rivelazione di ambienti urbani, mondi interiori, personalità, psicologie, prova a chiudersi come intreccio di risoluzione, quasi sciogliendo un enigma proveniente dalla curvatura di un dispositivo narrativo, ma come proposito dell’ultimo momento che come una strategia  testuale fin dalla ideazione.  E l’epilogo appare troppo costruito, troppo arzigogolato, e frasi come questa: «trasformarmi in modo che tu capissi che potevi trasformarti anche tu, che io c’ero se tu ti trasformavi» finiscono per appesantire ulteriormente una struttura già molto elaborata.

Rimane l’impressione di un romanzo ambizioso, che punta a forme alte di intelligenza narrativa, capace di sensati dialoghi e di autentici squarci sul presente, ma anche troppo innamorato delle proprie deviazioni, dei propri vuoti e delle proprie sospensioni. Un libro che a tratti cattura, ma che altrettanto spesso sembra dimenticare la necessità di arrivare da qualche parte.

^^^

Rassegna Premio Strega 2026 su “Gli Stati Generali”

Michele Mari —I convitati di pietraurly.it/31fgag

Christian Raimo — L’invenzione del coloreurly.it/31fm3f

Alcide Pierantozzi —Lo sbilico urly.it/31fmy8

Elena Rui —Vedove di Camusurly.it/31fn-3

Teresa Ciabatti — Donnaregina urly.it/31fpvj

Maria Attanasio —La rosa inversaurly.it/31fqyr

Matteo Nucci —Platone. Una storia d’amore urly.it/31fsfn

Mauro Covacich —Lina e il sassourly.it/31fvr5

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.